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Fase2, è il tempo della responsabilità. Anche per la politica

Alessandra Vergani venerdì 8 Maggio 2020
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di Alessandra Vergani

 

Aprile è il più crudele dei mesi, genera 
Lillà da terra morta, confondendo 
Memoria e desiderio, risvegliando 
Le radici sopite con la pioggia della primavera. 
L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse 
Con immemore neve la terra.

“La sepoltura dei morti”, Canto 1 in “La Terra Desolata” di T.S. Eliot

 

Ho percepito un generale nervosismo in questi ultimi giorni, mentre ci si sta preparando all’inizio della Fase 2, in cui ci si aspetta un allentamento delle prescrizioni restrittive del lockdown ho raccolto pensieri e sentimenti diffusi che in un continuum vanno dagli estremi della paura di un’apertura considerata improvvida e pericolosa alla frenesia di un ritorno a libertà da riconquistare in fretta.

Dall’esito di questa oscillazione tra terrore e euforia, dall’integrazione di questa polarità, entrambe egualmente presenti a livello collettivo e personale, credo dipenderà in gran parte la nostra crescita come individui e comunità sociale.

Nella grande attesa riguardo a ciò che succederà nei prossimi giorni e settimane, grande attenzione è riservata dai decisori, politici e tecnici, a come gli italiani sapranno o non sapranno tenere comportamenti corretti e opportuni a evitare un nuovo innalzamento della curva dei contagi.

Al di là del formale apprezzamento nelle dichiarazioni delle cariche politiche per il comportamento responsabile tenuto fin qui dalla maggior parte della popolazione del Paese, mi pare prevalgano piuttosto timore e sfiducia sul prosieguo del “sacrificio” della libertà individuale da parte dei cittadini, si avverte una strisciante sfiducia rispetto allo stato di maturità della collettività.

I discorsi enfatici di richiamo all’osservanza delle regole in nome di principi etici che ora devono guidare i comportamenti individuali nel rispetto del bene comune, se pur opportuni, sembrano rivolgersi a soggetti immaturi e che si presume forse non fossero abituati a seguire gli stessi principi nei tempi precedenti all’epidemia.

Mi sconcerta il linguaggio e il tono degli appelli reiterati che ci rivolgono i nostri politici, in cui siamo tutti accomunati in un invito “a fare i bravi”, a regredire a una condizione a mio giudizio infantilizzata, la stessa cosa che succede a chi capita, e non solo di questi tempi, di essere ricoverato in ospedale e improvvisamente è spinto a riposizionarsi in una condizione infantile, in cui i curanti ti danno del tu, ti chiedono di collaborare alle cure in modo passivo, senza fare troppe domande e pretese di capire di più di cosa ti sta succedendo, destituendoti gradualmente dal ruolo di soggetto che può e deve prendere decisioni sulla sua vita.

Mi sconcerta e ancor più mi inquieta che si faccia leva, senza volontà chiara probabilmente, ma ciò non è di giustificazione anche se esclude la malafede, sulle nostre parti più fragili e insicure, sollecitate dalla situazione angosciosa e angosciante in cui abbiamo vissuto questi ultimi due mesi.

La prospettiva assai incerta di un prossimo futuro in cui, come sappiamo ormai da molti studi scientifici e dai criteri con cui l’Oms dichiara conclusa un’epidemia, dovremo convivere a lungo con il Covid-19 e dovremo affrontare straordinarie difficoltà a livello economico e sociale dovrebbe invece portare i nostri governi, sia a livello nazionale che territoriale, a mobilitare a livello psicologico le energie e le competenze più evolute e più mature dei cittadini, accompagnandoli fuori dalla regressione in cui ci siamo un po’ tutti perlopiù accomodati.

“Ho già nostalgia della quarantena”, mi ha detto una paziente un paio di giorni fa e mi ha fatto riflettere, mi ha fatto mettere meglio a fuoco qualcosa di indefinito che mi girava nella mente da un po’. Le misure di forzato e indubbiamente necessario contenimento della prima fase dell’emergenza sanitaria hanno rappresentato per quasi tutti un rigido, ma insieme solido, contenitore protettivo per le angosce e le paure con effetti anche per certi aspetti positivi: la ri-scoperta dell’importanza del tempo degli affetti familiari, della riflessione, della cura di sé attraverso un ritmo di vita più lento, un’alimentazione più sana e un’attività fisica meno coatta e più consapevole, la riattivazione del rapporto con la propria interiorità con inusuali disponibiltà di tempo per approfondire interessi intellettuali e bisogni di spiritualità.

Certamente stare chiusi nelle nostre case ha permesso a molti, non a tutti, non a chi vive in difficoltà economica e in spazi abitativi ristretti, di sperimentare stili di vita più vicini a una qualità della vita desiderata, ma impossibile in tempi ordinari.

Il contenimento e l’auto-contenimento sono stati anche un’occasione per una piacevole regressione a un mondo simbolicamente materno, in uno spazio protetto, negli interni delle case, in una dimensione narcisistica in cui domina la priorità dei propri bisogni ed esigenze.

Ma in questa regressione non possiamo più a lungo sostare, stiamo correndo il rischio di perdere l’acquisizione più importante del processo di soggettivazione, la capacità di decidere, se pur nel rispetto dei principi e valori condivisi che regolano la convivenza civile, con la propria coscienza, di prendere dunque decisioni davvero responsabili.

In questa Fase 2, in cui le indicazioni sono più imprecise o quantomeno ambigue, il vero cambiamento è rappresentato dal fatto che le persone debbano riappropriarsi almeno parzialmente delle loro decisioni, tornare a decidere giorno per giorno, al di là di regole-divieti, cosa fare e cosa non fare, se e quanto uscire, chi andare a trovare e chi no, portare o non portare i figli ai giardinetti, darsi o non darsi appuntamento nei parchi con gli amici per quanto a debita distanza.

La discrezionalità individuale aumenta senza dubbio rispetto al periodo precedente e con essa la paura: nella condizione infantile la legge indiscussa del padre rassicura e protegge, da adulti si deve decidere in proprio rischiando anche di sbagliare e assumendosene i rischi.

La Fase 2 fa aumentare non solo la paura del contagio, nella duplice opzione di essere contagiato e di contagiare, ma destabilizza perché uscire dal contenimento protettivo vuol dire confidare, avere fiducia, nella propria maturità e in quella degli altri, che per il gioco delle proiezioni sappiamo essere correlate, nella capacità di prendere decisioni mettendo in conto anche un relativo rischio di fare qualche errore.

Ma non è questa la vera assunzione di responsabilità? Decidere al meglio in scienza e coscienza senza essere paralizzati dalla possibilità di commettere errori.

I nostri governanti dovrebbero in tal senso dare testimonianza di essere capaci di prendersi la responsabilità di decisioni che certamente oggi non possono non comportare margini di errore, dato che neanche gli scienziati da cui si fanno consigliare hanno certezze assolute su come affrontare questo insidiosissimo virus, e dovrebbero però altrettanto scommettere sul fatto che anche i cittadini lo sappiano fare a livello individuale.

Chi soffre particolarmente in questo periodo non a caso sono i più giovani, gli adolescenti in particolare, non i bambini che alla fine ubbidiscono, salvo qualche capriccio si adeguano, per i quali ciò che è più importante è contare sulla rassicurazione degli adulti, genitori ed insegnanti, che sanno cos’è la cosa migliore da fare.

Gli adolescenti che, in quell’ingrata età di mezzo tra l’infanzia e l’età adulta, hanno la necessità evolutiva di sperimentare situazioni progressive di autonomia e mettere alla prova la propria capacità di indipendenza, sono stati costretti in tempi di Coronavirus a interrompere il loro processo di crescita, a rinunciare alle acquisizioni del processo di emancipazione dalla protezione genitoriale e dell’investimento del mondo esterno alla famiglia, a re-infantilizzarsi chiusi nelle loro camerette con un controllo costante dei genitori che neanche da piccoli hanno probabilmente così tanto avuto.

Riservare un’attenzione particolare ai comportamenti nelle prossime settimane degli adolescenti che immaginano il 4 maggio come l’ora X, in cui potranno finalmente liberarsi da un contenimento che hanno per la maggior parte coscienziosamente rispettato, ma che ha limitato significativamente la continuità esperienziale del loro sviluppo, sarà opportuno anche per capire se stiamo andando verso un futuro prossimo in cui la fiducia sulla responsabilizzazione dei singoli porti a ridurre l’intervento coercitivo delle istituzioni e a consentire maggiori spazi di modulazione alle decisioni personali in relazione al comune interesse verso la salvaguardia della vita e della salute.

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