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di Stefano Ceccanti

 

Posto che ieri avevano ragione gli osservatori come Paolo Becchi, che avevano capito, a differenza di me ed altri, che Salvini aveva deciso irreversibilmente per la crisi, conviene partire dai pezzi che coinvolgono il Quirinale: Magri su La Stampa, Breda sul Corsera, Patta sul Sole e Pombeni sul Quotidiano del Sud.

La prima fase, infatti, in cui il Quirinale non c’entra e in cui resterà silente, è chiara: parlamentarizzazione della crisi intorno al 20 agosto e dimissioni del Presidente Conte in seguito alla rottura della maggioranza.

La seconda fase si apre solo dopo e presenta alcuni margini di incertezza. Gli scenari possibili sembrano in sostanza tre, in ordine decrescente di probabilità.

Il primo è la costituzione di un governo tecnico-elettorale destinato ad essere battuto già nella fiducia iniziale ma in grado di garantire un corretto svolgimento della campagna elettorale ben più di quanto potrebbe farlo Salvini dal Viminale, il cui linguaggio di ieri nei confronti del Parlamento non appartiene agli standard delle democrazie liberali; questo scenario ci porta ad elezioni a novembre inoltrato.

Il secondo scenario è che resti in carica il Governo Conte per l’ordinaria amministrazione; qui i tempi sarebbero più spostati verso fine ottobre.

Il terzo è che vi sia invece un Governo tecnico che possa evitare l’esercizio provvisorio e fare la legge di bilancio posponendo le elezioni al 2020. Quest’ultimo al momento è precluso dagli orientamenti espressi dalle forze politiche.

Vedremo se resteranno identici, come appare al momento più plausibile, nella seconda fase, dove però il regista sarà la Presidenza della Repubblica.

 

Post scriptum

Eugenio Scalfari ha scritto ieri un pezzo piuttosto debole nella ricostruzione della riforma costituzionale bocciata dal referendum a cui ha già risposto puntualmente su Fb Emanuele Fiano.

Mi limito ad aggiungere due punti. Il primo è di impianto e di storia costituzionale.

Il monocameralismo politico è sempre stato sostenuto anche e soprattutto in nome della centralità del Parlamento e invece il bicameralismo come modalità di rafforzamento del Governo. Basti pensare all’esecutivo che di fronte a pareri parlamentari divergenti sui decreti legislativi sceglie, se crede, quello più vicino.

Secondo: quando si parla di potere legislativo di cui si appropria l’esecutivo si sta parlando di decretazione. Essa era limitata in modo significativo dalla riforma sia con la costituzionalizzazione di limiti oggi aggirati perché previsti solo da leggi ordinarie e perché si dava certezza ai normali progetti di legge ben più facilmente emendabili perché a differenza dei decreti non sono ancora in vigore.

Questi i fatti.

Vicepresidente di Libertà Eguale e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma.
Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).

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