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Ilva: tanti proclami ma alla fine stessa intesa di Calenda

Carlo Fusaro venerdì 7 settembre 2018
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di Carlo Fusaro

 

A proposito dell’intesa sull’Ilva. Attendo fiducioso che qualche giornalista serio e ben informato (e che studia) spieghi a tutti noi in cosa “esattamente” differisce l’intesa sull’ILVA di oggi dall’intesa sull’Ilva condotta a buon fine molti mesi fa dal ministro dell’epoca Carlo Calenda e dal precedente governo: e poi bloccata. Anche per capire se il tempo perduto valeva la pena. Ad occhio grandi differenze non sembrano essercene.

Ma la vicenda resta illuminante del modo di comportarsi della nuova classe dirigente del paese. Anche perché, come vedremo, è un modulo che – con varianti – sembra ripetersi.


Il modulo consiste grosso modo in questa sequenza:


a) Fase uno. Si affronta una qualsiasi questione annunciando che lo si farà in modo totalmente difforme dai predecessori. Si fa intendere che costoro erano se non ladri, quanto meno collusi con interessi non pubblici, e incompetenti. Specie se si tratta di questioni implicanti negoziati (pubblico privato, Italia-UE o altri paesi) si denuncia con sdegno che i predecessori avevano svenduto interessi pubblici e nazionali.


b) Fase due. Si producono annunci a catena in direzioni le più svariate. Si attaccano verbalmente gli interlocutori interni o internazionali. Si blocca quanto avviato in precedenza in attesa di svelare i denunciati malanni. Si minaccia di ripartire da zero (annullare gare, revocare concessioni, cancellare trattative in corso, etc.). La durata di tale fase è incerta e dipende da molteplici circostanze.


c) Fase tre. Si comincia a far capire che la situazione è più o meno “compromessa”: tanto male han fatto i predecessori che riparare al malfatto non è praticamente possibile. Ma naturalmente in nome del “governo del cambiamento” ci si proverà. “Nell’interesse dei cittadini”: come se i governi – specie a guida PD – facessero per definizione gli interessi di qualcun’altro.


d) Fase quattro. Con varianti infinitesimali o senza varianti, si va, alla fine, in linea di continuità con i governi precedenti: quelli, se non proprio corrotti, collusi e incapaci. E si fa esattamente quanto previsto da costoro. Naturalmente si spiega la marcia indietro sottolineando che “la situazione era ormai compromessa”, “abbiamo fatto il meglio che si poteva in queste condizioni” (Di Maio, oggi sull’Ilva). Del che – of course – non esiste possibile controprova!


Ilva? così. Vaccini? così. Immigrati? beh, al netto delle pure provocazioni di Salvini, così. Deficit e debito? (pare: incrociamo le dita) così. Guerra all’Europa? Per ora, così. Flat tax? più o meno così (oggi leggo di 3 aliquote 3, manco due! e poi per le sole aziende, ci aveva già pensato Renzi). Genova? Vediamo. Etc. Etc.


Purtroppo sarebbe vano attendersi un barlume di umiltà: i proclami continueranno. Per chi ci crede. Ma prima o poi gli italiani – beh: quel 60% cui il governo (Conte)SalviniDiMaio piace – saranno pur costretti ad aprire gli occhi.

Già professore ordinario di Diritto elettorale e parlamentare
nell’Università di Firenze e già direttore del Dipartimento di diritto
pubblico. Ha insegnato nell’Università di Pisa ed è stato “visiting
professor” presso le università di Brema, Hiroshima e University College
London. Presidente di Intercultura ONLUS dal 2004 al 2007, trustee di
AFS IP dal 2007 al 2013; presidente della corte costituzionale di San
Marino dal 2014 al 2016; deputato al Parlamento italiano per il Partito
repubblicano (1983-1984).

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