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di Lia Quartapelle

 

In questi giorni abbiamo visto tanta preoccupazione, tanto sgomento, tanta rabbia per le tragiche condizioni dei campi in Libia e per la vergognosa vicenda della Sea Watch.

E se nella confusione e nel rumore della politica è possibile che a volte i messaggi importanti si perdano, entrambe le vicende ci spingono a chiarire un punto fondamentale: quando in gioco c’è la sofferenza o la vita delle persone, non c’è compromesso che tenga.

E questo significa innanzitutto che la Sea Watch andava fatta sbarcare subito, perché è semplicemente inaccettabile tenere 42 disperati in mezzo al mare per due settimane.
Anche solo il fatto di doverlo dire è davvero preoccupante, così come dà da pensare il fatto che il loro destino sia stato segnato dal grande coraggio della capitana della nave, e non dall’umanità del nostro grande Paese.

La vicenda della Sea Watch dunque ci serve a ricordare che né la politica estera, né quella interna, né i giochi elettorali possono mai, mai essere fatti sulla pelle delle persone.

Sorge però una domanda: “E i campi in Libia? Quando la gente soffre là, dobbiamo invece fare finta di niente?”

Chiaramente no: i campi in Libia vanno chiusi, senza se e senza ma.

Le immagini di torture e violenze le abbiamo viste tutti, sono strazianti. Ciò che succede in Libia non è accettabile per nessuno, e nessuno ha mai avuto intenzione di delegare alle milizie libiche la nostra politica estera.

Questa è sempre stata la posizione del PD, da ben prima di questi giorni. Che è la stessa posizione di altri partiti politici, di tante associazioni, del Papa, delle ONG, dell’ONU.

E questa posizione è anche alla base della tanto discussa risoluzione di due giorni fa.

Una volta chiarito questo, resta il vero quesito: come fare per riuscire a chiudere i campi? Perché sicuramente né una risoluzione né delle dichiarazioni possono bastare a risolvere il problema.

Questi campi esistono dai tempi del Governo Berlusconi, da ben prima della fine del regime di Gheddafi, ossia da quando la Libia è diventata una tappa del viaggio verso l’Europa.

Una strategia, per quanto complessa, esiste.

In primis, bisogna agire perché le Nazioni Unite prima affianchino le milizie nella gestione dei campi, e poi le sostituiscano interamente.

Questo per far sì che chi si trova nei campi possa giungere in Europa con dei corridoi umanitari se è titolare di protezione internazionale, oppure possa rientrare in sicurezza nel proprio paese di provenienza.

Gli accordi firmati dall’Italia e dalla Libia nel 2017 iniziavano a fare proprio questo:
– introducevano per la prima volta una iniziativa umanitaria per verificare e migliorare le condizioni nei campi;
– prevedevano la presenza di UNHCR e OIM e ONG;
– programmavano un corridoio umanitario al mese.

Questa è la ragione per cui stracciare quegli accordi è sbagliato. Non perché il sistema dei campi sia da difendere in alcun modo, ma perché per chiuderli bisogna innanzitutto difendere l’unico strumento che esiste per monitorare la situazione e difendere i diritti di chi è rinchiuso nei campi.
Stracciare gli accordi significherebbe infatti vanificare la speranza di giungere ad una chiusura definitiva dei campi ed alla messa in sicurezza di tutti i migranti in essi trattenuti.

Sarebbero infatti gli attuali ospiti dei campi i primi a soffrire le atroci conseguenze di uno stralcio degli accordi siglati dall’Italia: di certo i campi non sparirebbero, ma senza alcuna sorveglianza e supporto umanitario rischierebbero di degenerare in condizioni ancora più disumane.

Il punto più delicato nella strategia di chiusura è ovviamente quello che riguarda i corridoi umanitari, che andrebbero attivati a livello europeo. Perché senza dei veri corridoi umanitari che redistribuiscano nell’UE chi ha diritto di asilo, la situazione in Libia non riuscirà a migliorare.

Perché non si riesce dunque ad arrivare ad un’iniziativa europea? Questa domanda andrebbe posta al Ministro Salvini, che regolarmente non si presenta agli incontri europei, e ai suoi alleati in Europa che da anni bloccano qualsiasi riforma e che non accoglierebbero neanche uno di quei rifugiati.

Deputato del Partito democratico, eletta a Milano. Già segretario della Commissione Esteri della Camera nel corso della scorsa legislatura. Fa parte della presidenza di Libertà Eguale ed è ricercatrice presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). Insegna presso il corso di Politiche per lo sviluppo dell’Università di Pavia.

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