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Lo stato e le banche non si nascondano dietro la burocrazia

Enrico Morando giovedì 23 Aprile 2020
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di Enrico Morando

 

Le imprese – tutte, dalle grandi alle piccolissime – vedono la loro stessa esistenza minacciata dalla mancanza di liquidità: o si interviene subito, o sarà un’ecatombe. La recessione in atto – più rapida e profonda di quella dei mesi iniziali della crisi del 29 – si trasformerà in depressione duratura.

Gli Stati, con i loro governi, e le banche centrali – compresa la BCE -, hanno mostrato di essere consapevoli di questo rischio, ed hanno messo in azione potenti strumenti per immettere liquidità nei bilanci delle famiglie e delle imprese. Memori delle lezioni impartite dalle crisi lontane e recenti, hanno allargato i loro bilanci – quelli degli Stati, ma anche quelli delle banche centrali -, per mettere soldi nelle imprese bloccate dalla pandemia. Sostanzialmente, senza limiti e con assoluta rapidità.

Anche il Governo italiano si è mosso in questa direzione. Anche se, per farlo, ha dovuto fare i conti con uno stato di partenza della finanza pubblica già di per sé difficilissimo (a proposito: forse ora si sarà capito perché è bene, nei periodi di vacche grasse, accumulare fieno in cascina, invece di spendere e spandere senza criterio).

Il Decreto per il credito alle imprese – con garanzia dello Stato che copre tra l’80% e il 100% dell’ammontare del credito stesso -, è stato emanato tempestivamente: Cassa Depositi e Prestiti, SACE e banche sono gli istituti “incaricati“ della corretta gestione del provvedimento.
A cosa serve la garanzia dello Stato? La risposta può essere una sola: serve a garantire al prestatore – cioè alla banca che concede il credito – che in caso di mancata restituzione saranno i contribuenti a pagare, al posto del debitore inadempiente.

Le norme in questione sono comprese nell’articolo uno del Decreto all’esame del Parlamento per la conversione. Quindi, sono legge in vigore a tutti gli effetti. Stanno funzionando? No. Non stanno funzionando, perché la garanzia pubblica – anche quando copre il 100% del prestito – di fatto non azzera la complessa procedura di valutazione del merito di credito della impresa richiedente. Fino a diciotto – tra documenti di certificazione esterna all’impresa e autocertificazioni – sono “le carte“ che l’impresa può sentirsi richiedere dalla sua banca, quando le si rivolge per ottenere il credito.

Non escludo affatto che le banche abbiano – tecnicamente – le loro ben motivate ragioni per l’assunzione di tutte queste cautele, per accertare un merito di credito che spesso già conoscono – quelle che hanno davanti sono in larga misura “loro“ clienti abituali – e che in ogni caso è coperto dalla garanzia statale. Il Decreto è in discussione in Parlamento: se c’è bisogno di qualche “scudo “da mettere a punto, il Ministro dell’economia si incontri con ABI, CDP e SACE e concordino le soluzioni, che certo il Parlamento approverà. Al limite, si aggiunga agli emendamenti concordati un comma in cui si afferma a chiare lettere che i comportamenti messi in atto dalle banche “anticipando“ le modifiche concordate sono comunque coperti dalle nuove previsioni di legge.

Ma si passi immediatamente ad erogare i crediti alle imprese. Ora, subito, senza mettere altro tempo ed altra carta in mezzo.

La sopravvivenza di larga parte del nostro apparato produttivo di beni e servizi è in pericolo. Compresa quella delle banche, che non possono certo prosperare in un’economia desertificata. Non ho mai condiviso l’avversità di larga parte della sinistra verso la finanza, da troppi considerata nemica dell’economia reale. La verità è – oggi come ieri – che senza un sistema finanziario ben funzionante la cosiddetta economia reale – prodotto, occupazione, salari, redditi, importazioni ed esportazioni – va in crisi e, alla lunga, collassa.
Ma vale anche l’opposto. E adesso è il tempo di dimostrarlo. Lo Stato e le banche hanno oggi, per le imprese, la stessa funzione che hanno -nella crisi coronavirus – i medici coi loro strumenti di respirazione e rianimazione. Non possono disertare, nascondendosi dietro la “burocrazia difensiva”, come i medici non si sono nascosti dietro la“medicina difensiva“.

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