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New York insegna: ai Democratici serve una visione

Alessandro Maran lunedì 17 settembre 2018
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di Alessandro Maran

 

Andrew Cuomo, il governatore di New York che corre per il terzo mandato sostenuto dall’establishment del partito, ha battuto (facilmente) nelle primarie democratiche l’attrice e attivista Cynthia Nixon, nota soprattutto per aver interpretato il personaggio di Miranda nella serie «Sex and the City». Ora l’appuntamento è per il 6 novembre, quando si terranno le elezioni per il governatore e Cuomo è considerato largamente favorito.

Masha Gessen ha descritto sul New Yorker il primo dibattito che si è svolto tra Andrew Cuomo e Cynthia Nixon. Un dibattito che, per dirla con Claudio Cerasa (e con l’occhio rivolto alle vicende italiane), spiega benissimo perché l’opposizione non può essere la portavoce delle agenzie di rating.

All’inizio del faccia a faccia, il moderatore Maurice DuBois (un conduttore televisivo della Cbs) ha chiesto a Cynthia Nixon: «C’è qualcosa, nel suo background e nel suo bagaglio di esperienze, in grado di dare agli elettori la garanzia che lei sia in grado di gestire uno Stato di 20 milioni di persone e un bilancio di quasi 170 miliardi di dollari?». Nixon ha risposto ripercorrendo i suoi 17 anni di militanza politica. Ha rivendicato di essersi battuta per un finanziamento più equo delle scuole pubbliche, rilevando che lo Stato di New York ha «il secondo sistema di istruzione più iniquo» del paese; di essersi impegnata per il matrimonio egualitario e i diritti della comunità Lgbt, raccogliendo 800.000 dollari che hanno finanziato le opposition research (la pratica di raccogliere informazioni su un avversario politico che possono essere usate per screditarlo o indebolirlo) che sono costate il seggio a tre senatori che si erano opposti ai matrimoni fra persone dello stesso sesso, ecc.

Nella replica, Cuomo ha cercato di minimizzare questo genere di esperienze. «Fare il governatore di New York non ha molto a che fare con la politica – ha puntualizzato -, non riguarda il sostegno di una causa, è qualcosa che concerne il fare. Riguarda la gestione. È la vita vera. Sei in carica per combattere il terrorismo. Sei lì nel caso di incendi, alluvioni, emergenze, disastri ferroviari. Devi affrontare una assemblea legislativa che è molto molto difficile».

Immaginiamo, ha ipotizzato Gessen, che alla domanda del moderatore Nixon avesse invece risposto: «Uno Stato non è un’azienda, il governatore non gestisce un’azienda. Il punto non è se io sia in grado di gestire un bilancio, spegnere il fuoco, affrontare un’inondazione o prevenire un disastro ferroviario. Ci sono tecnici che possono fare ognuna di queste cose molto meglio. Il punto è piuttosto se io sia in grado di guidare ed ispirare questi tecnici e milioni di altre persone per costruire, in questo Stato, quella società migliore, più equa e più sicura, nella quale tutti noi vorremmo vivere».

Cynthia Nixon, però, non ha detto niente del genere. Sembrava anzi, racconta il New Yorker, che sia il moderatore che i candidati condividessero la stessa concezione del governo e della politica; un punto di vista che considera un governatore (o un sindaco, o un presidente) una sorta di direttore generale e la politica il processo per reclutarlo.

Si tratta di un punto di vista condiviso da molti americani e forse è il punto di vista dominante sull’amministrazione e la politica anche dalle nostre parti. Un modo di vedere le cose che Roger Berkowitz, che dirige l’Hannah Arendt Center al Bard College, fa risalire ad un discorso di John Kennedy del 1962. «Oggi i vecchi problemi sono completamente scomparsi», disse allora JFK. «I principali problemi nazionali del nostro tempo sono molto più delicati e molto meno semplici. Non sono legati ai conflitti ideologici e filosofici di fondo ma ai modi e ai mezzi per raggiungere obiettivi comuni, per cercare soluzioni sofisticate a questioni complesse e ostinate». Kennedy aveva torto, sia storicamente (non colse la portata dei problemi che sarebbero sorti con il movimento dei diritti civili, la guerra del Vietnam e i movimenti sociali dei decenni successivi) sia politicamente. Annunciando l’alba di una nuova era di tecnocrati, dell’era della competenza e della ricerca della soluzione giusta, Kennedy stava, infatti, dichiarando la fine della politica.

Ma la politica non consiste nel processo di selezione e reclutamento della figura più qualificata, in grado di offrire la soluzione giusta, è il processo di creare e ricreare la società. La politica democratica non produce necessariamente la soluzione giusta, e di soluzioni potrebbe non produrne affatto. Ogni decisione raggiunta democraticamente, ricorda Gessen, «sarà al tempo stesso imperfetta e incompleta, perché rifletterà una pluralità di vedute, di interessi e di bisogni. È il bello della democrazia: il suo lavoro non finisce mai e c’è sempre la promessa di un futuro diverso, di un futuro migliore».

Infatti, è stata la promessa di cambiamento a fornire energia propulsiva (come è accaduto con i gemelli del populismo italiano e con lo stesso Renzi) alle vittorie nelle primarie di politici sconosciuti come Alexandria Ocasio-Cortez a New York e Andrew Gillum in Florida. Cynthia Nixon condivide molte di quelle posizioni (è a favore di un sistema sanitario universalistico, di sindacati robusti, di una forte regolamentazione del mercato abitativo e di risposte legislative radicali alla guerra di Donald Trump agli immigrati; è inoltre a favore della legalizzazione della marijuana e ne fa esplicitamente una questione di giustizia razziale) che ha illustrato durante il dibattito. Ma, racconta il New Yorker, ne ha parlato come se si trattasse di mere questioni programmatiche anziché di una «visione». Solo verso la fine del dibattito, quando le hanno chiesto se stava cercando il sostegno del sindaco di New York Bill de Blasio, ha detto, quasi tra parentesi, che si proponeva una «visione di New York come una vera guida progressista, non solo, com’è ora, uno Stato progressista in modo artificioso ed esteriore».

Cuomo, invece, ha detto e ripetuto che il vero nemico da battere resta Donald Trump e la vera domanda da porsi riguarda quale sia la persona giusta per respingere le politiche della Casa Bianca (nel corso delle primarie ha infatti lasciato intendere che se la sua sfidante avesse vinto la nomination democratica, lo Stato di New York avrebbe rischiato seriamente di finire nelle mani dei repubblicani).

Probabilmente Cuomo ha ragione e sarà quasi certamente rieletto il prossimo 6 novembre quando correrà contro il repubblicano Marc Molinaro. Ma per competere con Trump (e in genere con i nazional-populisti) procurarsi i migliori ragionieri, i migliori vigili del fuoco o le proposte programmatiche meglio formulate, non serve a molto. Bisogna, invece, proporre una visione che offra l’opposto del ritorno trumpiano (e salviniano, e grillino) ad un passato immaginario. Perché la visione – la promessa di qualcosa ancora sconosciuto – è, in realtà, la sostanza stessa della politica. L’opposizione, in altre parole, non si può regalare allo spread.

Presidente dell’Istituto per la cultura cinese. Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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