LibertàEguale

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di Carlo Fusaro

 

Si è esaurita la discussione generale in commissione (in Senato) sulla riforma costituzionale in materia di rafforzamento dell’esecutivo: si attendono gli emendamenti che dovranno esser presentati entro una decina di giorni.

Tutti conoscono – soprattutto nelle sue rilevanti debolezze – il progetto presentato a suo tempo dal governo Meloni e curato dalla ministra Casellati. Ne abbiamo parlato diffusamente anche qui. Se non che, quel progetto, in pratica, non esiste più. Più esattamente: ne rimane, al momento, solo l’elezione diretta del presidente del Consiglio e, a quanto pare, ma non è certo, l’aspetto decisivo (anche se poco convincente), l’intenzione di mantenere il voto di fiducia iniziale da parte delle Camere. Su tutto il resto (ma proprio tutto) la maggioranza si dichiara disposta ad accogliere (anzi: perfino a presentare essa stessa) proposte di modifica.

Mentre i protagonisti del costituzionalismo ansiogeno continuano nella loro legittima quanto controproducente battaglia conservatrice, se ne sono accorti coloro che si son presi la briga di consultare i verbali del dibattito in commissione, chiusosi con la replica del relatore Balboni e della ministra alcuni giorni fa (il 24 gennaio).

Già il senatore De Priamo (FdI) aveva detto che la riforma non era blindata e aveva snocciolato una dopo l’altra una serie di disponibilità su tutti i punti cruciali sollevati dai critici (a partire da chi scrive), ma fanno testo, in misura in astratto impegnativa, le cose dette dal presidente della commissione e dalla ministra. Faccio un sintetico elenco: sì al rafforzamento dei poteri giuridici del presidente del Consiglio (nomina e revoca dei ministri); sì a rivedere i riferimenti alla legge elettorale, al premio di maggioranza, alla sua entità, alle sue condizioni; sì a trovare qualcosa di meglio rispetto all’orrenda clausola c.d. antiribaltone; sì (pur senza specificazioni: ci sarà tempo e modo) a rafforzare i contrappesi (ovvero il c.d. statuto dell’opposizione); sì anche a dare agli elettori, nell’elezione delle camere, il potere di votare il proprio rappresentante (il che vuol dire un meccanismo basato sulle preferenze o l’estensione dei collegi uninominali: a prescindere dalla formula, tutta da individuare, per garantire l’esito decisivo del voto). De Priamo aveva anche dato disponibilità ad introdurre il limite dei mandati e la previsione di un quorum (per l’eventuale premio), nonché aumentare i numeri richiesti per l’elezione degli organi di garanzia (altro fondamentale contrappeso).

Casellati non è entrata nei dettagli, ma ha espressamente confermato che la maggioranza «si accinge ad accogliere alcune proposte di modifica su questioni essenziali». Come Balboni (e si capisce!) ha detto che l’unica cosa non negoziabile è l’elezione diretta. Però ha anche aggiunto, subito dopo, questa frase illuminante: «se l’alternativa all’elezione diretta è l’indicazione del premier sulla scheda elettorale (modello Te1 Ulivo- Salvi/Ceccanti, per intenderci, NdR)…, la distanza fra i due modelli non è incolmabile…».

Ora sappiamo bene tutti che in queste materie il diavolo è nei dettagli e che c’è una differenza importante tra legittimazione diretta ed elezione diretta: sono dunque tutte disponibilità da verificare nelle specifiche formulazioni degli emendamenti che leggeremo da qui a qualche settimana e, probabilmente, anche più in là, specie dopo le elezioni europee prima delle quali (lo dicon tutti, sarà vero) è difficile siano accantonate le parole d’ordine più roboanti.

In questa contesto ciò che sconcerta è l’atteggiamento di gran parte delle opposizioni (Italia Viva a parte): e in particolare del Pd. Da quel campo l’unico progetto che è stato avanzato è quello presentato da Ceccanti (e altri), in occasione dell’assemblea di Orvieto di “Libertà Eguale” a fine novembre (seguito più di recente da un progetto, per altro non in articoli e assai conservatore, di “Astrid”). Per il resto un sostanziale “fin de non-recevoir” (peraltro abbastanza timido) con evocazione generica del modello tedesco e qualche proposta giusta ma benaltrista con frequenti evocazioni di uomini o donne al comando (propaganda pura).

Da riformista penso invece che si dovrebbero scoprire le carte e andare a vedere se le disponibilità della maggioranza sono un bluff o sono reali. Dopotutto l’unica proposta in campo ha ascendenze progressiste molto nitide da Duverger (eletto al parlamento europeo, nel 1989, nelle liste PCI) fino a Cesare Salvi (che da sinistra non aderì al PD).

Diciamo la verità: sulla carta, tecnicamente se non politicamente, in 50 anni di tentativi fin qui vani, non si è stati mai così vicini a una revisione costituzionale in questa materia, e soprattutto a una revisione che possa aspirare come sarebbe altamente opportuno ad essere approvata coi 2/3 previsti dal terzo comma dell’art. 138 Cost. (e niente referendum).

E’ certo vero che il governo andando avanti per conto suo con l’iniziativa ha commesso un errore, ma è pur vero che ha scelto il confronto sull’unico terreno storicamente comune con la parte più responsabile dell’opposizione, e che, appunto, salva verifica puntuale, si dice aperto a correggere i difetti che il suo testo contiene.

Su questo progetto, si parrà nobilitate della maggioranza e di chi la guida (Meloni) ma non meno dell’opposizione progressista (e di chi la guida).

Far fallire il tutto in nome di battaglie simboliche senza reale contenuto, sfidandosi magari in un altro referendum non sul merito ma su altro, sarebbe imperdonabile.

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