LibertàEguale

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di Giovanni Cominelli

 

 

Come è potuto accadere? Questo l’interrogativo drammatico e tormentoso che arrovella chiunque abbia svolto attività politica negli ultimi decenni.

Come è potuto accadere che, d’improvviso, ci troviamo governati da gente che ignora platealmente i vincoli delle istituzioni nazionali ed europee, delle leggi, dell’amministrazione, dell’economia, della finanza, dei mercati?

Governati da giustizialisti giacobini e da uomini-ragno, che si credono dotati di super-poteri politici, che balzano da un cornicione all’altro, nel proclamato intento di salvare i cittadini dalle cattiverie dei mercati, che impazzano nel mondo “là fuori” o dalle grinfie delle istituzioni europee.

Come è possibile – e questa domanda se la pone in primo luogo la sinistra – che gli stessi elettori che per decenni hanno votato partiti di sinistra oggi votino o comunque si orientino a votare a destra, tra M5S o Salvini? Le ipotesi esplicative sono varie.

 

Esplode la paura, e si cerca rifugio nella caverna più vicina

La prima è che al punto di intersezione tra globalizzazione anarchica e digitalizzazione pervasiva è esplosa la paura. Finché la società sembra funzionare, la barbarie che abita dentro di noi è ammansita. Ma quando la paura prevale, saltano tutti i galatei, si scatenano le reazioni animali che stanno in agguato dentro di noi. Allora si cerca rifugio nella caverna più vicina, si accendono i fuochi, si ergono difese.

In particolare, la domanda assilla le classi dirigenti politiche, intellettuali, economiche del Paese, che in poco tempo si sono trovate disarcionate.
E persino quella parte di giornalismo d’opinione che fino a ieri aveva favorito, in parte per calcolo furbesco e in parte per stupidità, l’irrompere sulla scena dei nuovi arrivati, adesso non trattiene la sorpresa e lo sconcerto.

Chi ha condotto una lunga e redditizia campagna d’opinione contro “la Casta”, ora confessa di aver sbagliato… casta. Omicidio sì, ma preterintenzionale, dovuto a scambio di persona. L’ipotesi di un mutamento antropologico in atto – che tutti sperano provvisorio – contiene molte tracce di verità. Occorre “solo” tentare di costruire un nuovo governo del mondo. Impresa già tentata con la Società delle Nazioni e con il Consiglio di sicurezza dell’ONU. A quel punto gli spiriti animali torneranno in gabbia.

 

La sinistra, il debito pubblico e lo Stato-bancomat

Esiste, tuttavia, un’altra ipotesi complementare, esplicativa dell’attuale ”barbarie” o “involuzione”, assai meno geopolitica, ma forse più radicata nelle condizioni dell’Italia.

Secondo questa, la maggioranza degli elettori di sinistra, che oggi votano a destra, non ha affatto cambiato strada. Essi continuano a pensare, a proposito di economia, debito pubblico, ruolo dello Stato sociale ciò che hanno quasi sempre, più o meno, pensato negli ultimi cinquant’anni. Sono i gruppi dirigenti della sinistra, che a partire dall’avvento di Renzi hanno svoltato troppo improvvisamente. Così, alla fine, si sono trovati sperduti in qualche viottolo di campagna, seguiti da pochi, mentre il grosso ha continuato la sua strada: chi si trovava davanti a quel punto si è trovato leader.

Era già accaduto a Charlot, l’operaio del film “Tempi moderni”. Avendo raccolto una bandiera rossa caduta da un mezzo in transito, incomincia ad agitarla per attirare l’attenzione del guidatore distratto. E così si trova alla testa di un grande corteo di protesta che, vista la bandiera, l’ha presa sul serio.

In effetti, che cosa ha pensato e continua a pensare una gran parte dell’elettorato che a suo tempo votava DC, PCI, PSI, PSDI? Sì può certamente sintetizzare come “filosofia del debito pubblico”. Non era sempre stato così. Ma a partire dagli anni ’70 – si può ben incominciare dal 25 gennaio 1975 con l’accordo sul punto unico di contingenza – la classe dirigente, tutta intera, di governo e di opposizione, politica e sindacale, esclusi PRI e PLI, incominciò a pensare e a praticare quella filosofia. La cui essenza è: quando c’è un problema politico-sociale, e persino di sistema, il governo ricorre alla spesa pubblica fino ad andare in debito crescente.

Intere generazioni di ogni classe di età, ad incominciare dai ragazzi che allora uscivano dal ’68, sono state educate all’idea che le casse dello Stato devono funzionano come un bancomat. Se ho un desiderio, esso diventa un bisogno. E se ho un bisogno, esso diventa un diritto. E’ difficile spiegare il voto massiccio attuale al M5S e alla Lega, se si prescinde da questa “mala educacion” di lunga durata, che ha plasmato la mentalità di milioni di cittadini e di elettori e di eletti per decenni.

Essa ha fornito i criteri di selezione delle classi dirigenti, dei deputati, dei giornalisti, degli operatori economici, del sistema bancario, dell’Amministrazione. Vi è stata una complicità evidente, una corrispondenza biunivoca tra classe dirigente e popolo. Si è generata una “élite del debito pubblico”.

 

Salvini e Di Maio, novelli Charlot

Il passaggio tra Prima e Seconda repubblica, che lasciò sperare in un radicale rivolgimento di mentalità, si rivelò alla fine fasullo. Amato, Ciampi, Prodi sono stati solo delle meteore. L’avvento di Berlusconi non ha fermato la deriva della spesa pubblica e del debito. Né la sinistra né la destra hanno mai raccontato la verità insopportabile ad un Paese che ha vissuto per decenni al di sopra dei propri mezzi.

La cultura della cicala era ormai troppo radicata nella mentalità delle generazioni, perché una forza politica avesse – abbia – il coraggio di dire la verità al Paese. Avrebbe – ha – perso il consenso. La crisi del 2008, il drammatico rischio di default dell’autunno 2011, il disordine globale ecc… hanno messo alle corde il Paese e ne hanno ritardato la ripresa rispetto ad altri Paesi.

Quando Renzi ne ha preso atto, non senza incertezze e ambiguità, e ha tentato con Padoan “il sentiero stretto” di un’uscita graduale, ma costante, dalla filosofia e dalla pratica del debito, era troppo tardi. Sì, perché il vecchio elettorato di sinistra e di destra “ha tirato diritto”. Ha continuato ad essere “di sinistra” come lo era stato nei decenni precedenti. E così si è trovato davanti i nuovi Charlot.

Elettorato mobile e volatile? Dal punto di vista della mentalità, per niente affatto. Ha solo cambiato spalla al fucile. Prima erano la Dc, il PCI, il PSI, il PSDI, oggi M5S e Lega. Le idee della maggioranza del popolo sono sempre le stesse: lo Stato assistenziale della prima repubblica. Il sovranismo e l’anti-europeismo sono, da questo punto di vista, soltanto orpelli ideologici. Date loro un’Europa del debito pubblico e i nostri governanti ritorneranno europeisti. Del resto, Bossi lo era.

Il consenso maggioritario al M5S e della Lega si basa dunque su una lunga involuzione culturale, cui la sinistra ha dato un non trascurabile contributo. Così si può tranquillamente sostenere che il deficit al 2,4% è una soglia accettabile, che il debito pubblico è la normale politica finanziaria del Paese, che lo spread è l’effetto delle congiure demoplutocratiche dell’Europa e dei mercati.

Nascono qui alcune domande: la sinistra attuale e la destra liberale attuale, avendo prima male educato i cittadini al confronto con il vasto mondo, saranno in grado, ora, di incominciare a educarli bene? Pare serpeggiare, soprattutto a sinistra, un’ipotesi: torniamo a pensare come i nostri elettori di un tempo!

Partire da una descrizione veritiera del Paese

Ma questa operazione ricollocherebbe la sinistra non in testa, ma in coda, cioè addio leadership! Perché gli elettori dovrebbero abbandonare quella attuale di M5S-Lega, se fa promesse ancora più radicali di assistenzialismo?

A questo punto, la rifondazione dell’identità di sinistra o di destra si può incominciare ad affrontare solo partendo da una descrizione veritiera della condizione del Paese. Vero è che la parresia ha cessato da secoli, secondo il lamento di Michel Foucault, di essere annoverata tra le virtù. E tuttavia, è dal “dire tutto” agli Italiani sull’Italia che si deve incominciare a ricostruire discorso e rappresentanza. La parresia è, appunto, l’appello ai Liberi e forti di don Sturzo. Sempre che nel frattempo il Paese non esca dai cardini.

 

 

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.

Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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