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Sconfiggere i populismi. Appunti per non fallire

Marco Campione venerdì 25 Ottobre 2019
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di Marco Campione

 

Sono andato alla Leopolda con una preoccupazione data dal fatto che su un punto in particolare mi aspettavo chiarezza e non ero certo l’avrei avuta. Mi riferisco al tema di come i partiti o le componenti che fanno riferimento all’area politico culturale nella quale mi riconosco (quella liberale, democratica, europeista e riformista) siano capaci di superare la loro naturale tendenza a non discostarsi troppo dalla zona di comfort propria o dei propri elettori.

 

Scomposizione e ricomposizione del quadro politico

Mi spiego meglio. Il mio timore è (per certi versi era, come vedremo) che tutti i soggetti che attualmente guardano a quell’area (Più Europa, Siamo Europei e Italia Viva, ma anche chi è restato nel PD o in Forza Italia) non siano consapevoli di quali siano i passi (anche simbolici) da fare per generare la forza sufficiente a dar vita al big bang (non uso a caso questa metafora del movimento renziano delle origini) che in molti riteniamo fondamentale per salvarci da una prospettiva che alcuni hanno definito “bi-populista”.

Piano piano (ma nemmeno troppo piano) il quadro politico si sta ricomponendo nella direzione di un tripolarismo “sano”: destra sovranista e populista (a suo modo “rivoluzionaria”), sinistra populista (a suo modo “conservatrice”) e poi un embrione (è questo il pezzo di ricomposizione rimasto da fare) di una forza centrale e non centrista, popolare e non populista: se la transizione si compie, il sistema politico italiano sarà terremotato da un vero big bang, appunto.

 

Il rischio di un riformismo senza popolo

Perché parlo di forza necessaria? Perché per generare un tale cambiamento serve molta energia, servono quelle che un tempo avremmo chiamato le masse popolari, non basta convincere un pezzo – pur rilevante – di appassionati alla politica.

Non è un caso che molti di coloro che “restano nel PD” lo fanno con l’argomento di non volersi separare da quel popolo.

A mio avviso sbagliano a credere che il declino verso un populismo di sinistra in sinergia con i Cinquestelle non sia irreversibile (ne ho parlato ad esempio qui), ma noi che abbiamo fatto altre scelte non possiamo ignorare che il tema del rischio di un riformismo senza popolo esiste.

Anzi, è proprio l’ostacolo sul quale si è scontrata ogni esperienza di governo riformista (Prodi, Monti, Renzi).

 

Tre condizioni per il successo

Vengo al punto. Se si vuole dare vita a qualcosa che interessi gli italiani e non solo il ceto politico o il circo mediatico devono accadere tre cose:

1) non si deve ragionare in termini di offerta politica attuale, ma di domanda potenziale;

2) vanno superate le idiosincrasie, i personalismi, le vecchie ruggini;

3) non si deve dare per scontata la propria appartenenza alle coalizioni esistenti.

Fino a quando i soggetti che ho richiamato sopra non faranno queste tre cose, le due coalizioni attuali (destra sovranista populista, sinistra populista) avranno un vantaggio competitivo, campando sostanzialmente di rendita.

E la forza che manca al paese resterà schiacciata.

E a noi che la aspettiamo non resteranno che due opzioni poco stimolanti: provare a condizionare gli uni o gli altri, ma da posizioni subalterne e minoritarie (per giunta dividendoci tra chi proverà a condizionare i sovranisti e chi la sinistra) oppure rifugiarsi nell’astensione.

 

Bene la Leopolda…

Esco dalla Leopolda rinfrancato su almeno due delle tre questioni, la prima e la terza. Si è chiarito infatti che Italia Viva infatti ragiona in termini di domanda e non di offerta e che vuole rappresentare una alternativa sia al patto Lega-FdI, sia a quello PD-5S. Su questo, il richiamo esplicito a chi dentro Forza Italia non ne vuole sapere di consegnarsi a Salvini e a Casa Pound è stato molto efficace.

Non era scontato accadesse e li saluto entrambi come due passi nella direzione giusta. Si deve continuare a rimarcare questa terzietà, pena il fallimento del progetto.

 

…ma resta ancora un nodo da sciogliere

Sull’altro punto c’è invece ancora da lavorare, in particolare per vincere alcune diffidenze reciproche tra Italia Viva e +Europa o Siamo Europei (da loro ci divide anche la posizione rispetto al governo, ma secondo me non è questo il vero problema) e molta ruggine (inevitabile purtroppo, almeno in questa fase) con il PD.

Il tempo e il successo che Italia Viva segnerà o meno nei prossimi mesi determineranno l’esito positivo o negativo anche su questo terzo fronte. Se dovessero venir meno il tempo (con il precipitare verso elezioni nel 2020) o i segnali positivi nei sondaggi, vedo da qui alcuni problemi per il futuro.

Problemi non tanto per Italia Viva quanto per chi non vuole “morire populista”, visto che è il partito di Renzi (assieme a Più Europa e Siamo Europei) l’unica forza che attualmente si colloca in quello spazio.

 

Ora serve uno slancio da parte di tutti

A chi questa fine non piace, ma sceglie legittimamente di restare nei partiti di appartenenza, nonostante al momento stiano scivolando verso il populismo di destra o di sinistra, la scelta se ritagliarsi il comodo ruolo di foglia di fico per strappare qualche rendita di posizione o se dare battaglia a viso aperto.

Ma anche coloro che altrettanto legittimamente vedono nel sostegno al governo Conte II una frattura incolmabile non possono non vedere quale sia la posta in gioco.

Dai primi mi aspetto dicano chiaramente che proveranno ad impedire la “grillizzazione” del PD o la “salvinizzazione” di Forza Italia, ma se dovessero fallire mai si accontenteranno di uno strapuntino e si uniranno a chi ha scelto di navigare in mare aperto, se lo ritengono sfidando Renzi per la leadership di quest’area.

I secondi (i Calenda, i Della Vedova, i Parisi…) che accettino anch’essi di sfidare Renzi sulla leadership di questa area, ma con la consapevolezza che si tratta comunque di un alleato indispensabile.

A Renzi il compito di dire ancor più esplicitamente che accetta la sfida per l’egemonia del campo riformista. Ma onestamente, che deve fare più di fondare un partito che da qui a qualche mese sarà settimanalmente testato in tutti i sondaggi, con il rischio di logorarne l’immagine?

Il rischio che tutti gli altri corrono è che Renzi possa confermarsi il più capace di attrarre consenso e di guidare la coalizione liberale, democratica, europeista e riformista. Ma come ho detto la posta in gioco è troppo grande per lasciarsi guidare dalle antipatie e dai personalismi…

In fondo il bello della leadership è che se è tale emerge a prescindere da tutto questo guardarsi l’ombelico.

 

Cominciamo dagli emendamenti alla legge di bilancio

Un primo banco di prova per chi si richiama a questi valori potrebbero essere gli emendamenti alla legge di bilancio. Faccio pochi esempi: su quota 100, le partite IVA, ILVA, le tasse sulla plastica o le bibite… c’è molto su cui lavorare per sconfiggere chi non crede nella crescita e non ha fiducia nel futuro.

E se c’è molto su cui lavorare la cosa migliore da fare è lavorare. Insieme.

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