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Un congresso senza bussola: se il Pd lascia il centro alla destra

Vittorio Ferla domenica 30 Ottobre 2022
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di Vittorio Ferla

 

La direzione nazionale del Pd avvia il percorso congressuale. Ma la relazione di Enrico Letta lascia l’orizzonte ancora nebuloso. Il segretario pro tempore – guiderà il partito solo fino alla fine del congresso – parla di percorso “costituente”. Ma il significato di questo aggettivo resta oscuro. In ballo sono almeno due questioni. In primo luogo, l’identità e la collocazione ‘sistemica’ del partito. Entrambe illustrate bene nel discorso del Lingotto del 2007 di Walter Veltroni, che valse come atto fondativo. Da allora è passata molta acqua sotto i ponti. Oggi la gran parte della dirigenza del partito – compreso il segretario – ha di fatto rinnegato quella impostazione. E, di conseguenza, la sua stessa storia. L’abiura getta il partito in una crisi identitaria. A dispetto dello stile placido di Letta, rinunciare d’emblée al senso della propria genesi senza avere in mano un’alternativa chiara significa navigare privi di timone e di meta in un mare in tempesta. Servirebbe un’altro sprint, ma prevale lo sbadiglio. Nel corso della direzione, qualcuno interviene sul tema della forma partito (è la seconda questione). Tema importante, ovvio, ma di fronte alla carenza del progetto, è forte la sensazione di discutere del sesso degli angeli.

Sotto il dominio di questa incertezza, almeno un fatto è sicuro. Il Pd è all’opposizione e ci resterà a lungo. Letta ne è consapevole e lo dice quasi con sollievo. Dopo la batosta del 25 settembre, i dieci anni di governo quasi permanente si rivelano in tutto il loro peso. È come se la pratica amministrativa abbia eroso l’ispirazione più autentica del partito trasformandolo in un mero comitato di esperti amministratori. La verità è che, anche nell’approccio di Letta, l’esperienza di governo diventi un capro espiatorio che nasconde la responsabilità del fallimento culturale.

Allo stesso tempo, l’opposizione sembra vissuta come un’occasione di purificazione alla ricerca dell’anima perduta. Insomma, siamo nel campo dell’astrazione più inconcludente. Così si spiega la rincorsa agli aggettivi: “costituente” applicato al congresso e “durissima” applicato all’opposizione sono un’illusione di salvezza. Nella relazione introduttiva Letta ci prova a fare un po’ di opposizione. Accusa la destra di propugnare il “liberi tutti”. Sia sul fronte del Covid dove il governo sceglie di chiudere la stagione delle limitazioni, delle mascherine e delle sanzioni contro i lavoratori no vax. Sia sul fronte del fisco, dove l’innalzamento al tetto del contante può far cadere la diga contro l’evasione fiscale e i traffici illegali. Tutto vero, per carità. Le prime mosse del governo sulle politiche sanitarie e su quelle fiscali non promettono nulla di buono.

Ma puntare il dito della moralità contro i comportamenti individuali è la strada maestra per far risorgere la sinistra? Viceversa, e per paradosso, dopo anni di pandemia e di crisi economica, proprio il messaggio del ‘liberi tutti’ per molti italiani potrebbe suonare positivo: ripresa della vita normale e rilancio dell’economia. Con il rischio, per la sinistra, di vestire ancora una volta i noiosi e castranti panni del grillo parlante.

Per fare una buona opposizione, come Letta chiede ai suoi, bisognerebbe avere qualcosa di utile da proporre ai cittadini. A giudicare dalla relazione del segretario, viceversa, il profilo programmatico del Pd appare evanescente. Non basta accusare il governo di destra di aver dimenticato il lavoro, l’ambiente e le diseguaglianze, in mancanza di una propria precisa bussola. Sul lavoro, il Pd sembra incapace di raccogliere le sfide di un mondo nuovo. Sull’ambiente, non è ben chiaro qual è il mix energetico gradito ai dem. Sulle diseguaglianze, tutto si esaurisce nella retorica della protezione dei poveri che non va oltre la logica dell’assistenzialismo.

Nel frattempo, con i discorsi di insediamento alle camere, Meloni ha spuntato le classiche armi ideologiche dell’opposizione. Certo, sulla presa di distanze dal fascismo, la neo presidente del consiglio è stata insufficiente, ma pensare di campare grazie al pericolo di una deriva antidemocratica sembra, per il Pd, una strategia fallimentare. Meloni, inoltre, con la sua netta scelta per l’Occidente e per il Patto Atlantico contro la Russia sottrae un altro elemento di possibile critica ai dem. Letta cerca adesso di incalzarla sul tema della pace, ma, così facendo, è più probabile che sia il Pd a confondere la posizione assunta durante il governo Draghi nel pacifismo peloso del M5s. Che, con Giuseppe Conte, cavalca la fronda di sinistra radicale contro gli aiuti all’Ucraina e l’irenismo dei movimenti cattolici contro la guerra. Infine, l’Europa. Letta accusa Meloni di aver fatto una piroetta trasformista, di considerare ancora l’Europa una comunità di popoli e di essere priva di una chiara prospettiva di riforme in senso federalista. L’osservazione è fondata, ma non è più sufficiente per imputare a Meloni un atteggiamento euroscettico e, men che meno, per agitare una minaccia di Italexit. Insomma, la neopremier è stata abile a disinnescare l’opposizione ideologica: se il Pd cercherà di combatterla sul piano del fascismo e del sovranismo antieuropeo e antioccidentale prenderà delle sonore batoste.

Il riposizionamento di Meloni potrebbe essere insincero? Può darsi. Se è così, lo scopriremo presto. Ma se fosse duraturo e definitivo, sarebbe per il Pd un colpo micidiale. Con questa operazione, infatti, Meloni esce dall’angolo dell’estremismo e riconquista una centralità nel sistema politico. È davvero troppo presto per parlare di una evoluzione liberale e moderata della destra. E tuttavia, l’accettazione almeno formale del quadro della liberaldemocrazia – sì al sistema di alleanze occidentale, sì ai vincoli dell’Unione europea, no a leggi razziali – è una novità che ricolloca le forze sul campo. Se, a questo punto, il Pd si butta completamente a sinistra, all’inseguimento della new wave dei Cinquestelle, lascia di fatto scoperta quell’ampia zona centrale dove si gioca la vera partita di ogni competizione elettorale e, soprattutto, dove si forgia la credibilità di una forza di governo.

Fare opposizione senza essere capaci di costruire l’alternanza di governo sarebbe un grave errore politico. La sensazione è che, ieri, nel corso della direzione, Letta abbia disegnato esattamente questo scenario. A parole, no all’inseguimento delle altre opposizioni. In realtà, con il M5s esiste da tempo un’intesa di fatto, provocata anche dal timore che i grillini completino il sorpasso ai danni del Pd come avvertono i sondaggi. Peccato che Giuseppe Conte abbia da tempo lanciato una ‘opa’ ostile sul Pd con l’obiettivo sempre più realistico di egemonizzarlo, con la complicità di una parte consistente del gruppo dirigente dem. Viceversa, Letta saluta già la coppia Renzi-Calenda, accusandola di fare la stampella del nuovo governo. Ma la strategia di spingere il Terzo Polo verso la destra, lasciando sempre più vacante quella zona di campo che bisognerebbe sforzarsi di coprire, non pare né intelligente né lungimirante. Per capire se sarà davvero questo l’esito bisognerà aspettare, a marzo, il vincitore del lungo congresso che si è appena aperto.

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