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Una legge elettorale iperproporzionale? Evitiamo pasticci

Carlo Fusaro mercoledì 2 Febbraio 2022
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di Carlo Fusaro

 

Finita la settimana dedicata all’elezione presidenziale ricominciano (sui giornali, su tweet e facebook: per le aule parlamentari aspettiamo e vediamo) le chiacchiere sulla legge elettorale.

Ora non sarò io a dire che non è roba importante: c’ho passata una vita, potrei dire. E anche da studioso ho sempre pensato e penso che una legge elettorale ben costruita (e anche ben utilizzata, però) è molto importante ai fini del funzionamento, in particolare, di un regime parlamentare.

Un regime parlamentare è tale perché la vita del governo dipende dalla volontà del Parlamento di alimentarla con la sua fiducia: o più esattamente dipende dalla volontà del Parlamento di non mandarlo a casa, come sempre può (se non può, non è più regime parlamentare).

Detta in altre parole, un regime parlamentare ha bisogno che una maggioranza dei parlamentari non sfiduci un esecutivo dopo l’altro.

Una buona legge elettorale, perciò, è quella che, ben oltre che rappresentare, agevoli la formazione di maggioranze, meglio se omogenee ed operose, sufficientemente stabili, e lo faccia tenendo conto del sistema partitico esistente: rispetto al quale si instaura una corrispondenza biunivoca. La legge elettorale influenza il sistema politico, il sistema politico influenza la legge elettorale.

Ma perché una legge elettorale faccia il suo dovere, questo lo devono fare anche le forze politiche: che devono imparare a utilizzarlo, a sperimentarne i diversi aspetti, ad organizzarsi in base ad esso. La prima cosa, a questo fine, è assicurarne la continuità: se no è impensabile attendersi che funzioni.

Questo non vuol dire che il sistema elettorale non si possa e debba cambiare: ma con misura. In ogni caso dando il tempo ad esso di consolidarsi ed esercitare gli effetti virtuosi che da esso ci si attendono.

Nel nostro paese, dopo 45 anni di legge elettorale proporzionale, cambiammo, a furor di popolo, 30 anni fa, adottando buone, ancorché perfezionabili, leggi elettorali maggioritarie che portano il nome dell’appena rieletto Sergio Mattarella: esse riflettevano infatti l’esito di un trionfale referendum elettorale. Sono state usate nel 1994, 1996, 2001. Sembravano proprio funzionare.

Poi il terzo governo Berlusconi per ragioni assolutamente partigiane, decise di sovvertirle: reintroducendo una proporzionale corretta dal premio di maggioranza. Era il 2005 e la sarabanda è cominciata.

Già pochi anni dopo (2012) era un coro pressoché unanime contro quella legge (definita memorabilmente dall’autore, “una porcata”), e cominciarono i tentativi di cambiarla. Non era facile. Pur deprecata, fu così usata nel 2006, nel 2008 e nel 2013. Era certo assai peggiore delle leggi Mattarella, ma almeno col premio assicurava una certa aggregazione maggioritaria (le prime due volte, solo in parte la terza). Nel 2015 nel quadro della riforma costituzionale Renzi-Boschi fu approvata in una versione assai migliore (premio a un partito solo, doppio turno eventuale). Ma nel frattempo ci si è messa di mezzo la Corte costituzionale: che nel 2014 ha bocciato la legge del 2005 e nel 2017 la legge del 2015 (mai usata) con argomenti che il rispetto per essa e i suoi membri mi impedisce di commentare sbrigativamente e duramente come meriterebbero. Così il Parlamento si è sentito costretto a vararne una quarta (dal 1993) in 24 anni, forse un record mondiale… certo fra i paesi di democrazia consolidata.

Tutte le leggi elettorali, nessuna esclusa, sono considerate il diavolo in terra da quelli che pensano che avvantaggino gli avversari invece dei propri amici ed alleati. In realtà, tutte hanno pregi e difetti: quella perfetta non esiste. Un giudizio dipende dagli obiettivi che con la legge elettorale ci si propone di perseguire, e dal conseguente ordine di priorità.

A febbraio 2022 è di moda sperare in una diversa composizione del quadro politico: che molti contano di meglio perseguire cambiando una quinta volta (in 29 anni: alla media di una nuova ogni cinque) la formula elettorale. Solo che adesso funzionale ai loro (intendiamoci: ragionevoli e legittimi) progetti è completare il percorso inverso già avviato nel 2005 e proseguito nel 2017: non basta la riproporzionalizzazione già realizzata con la legge Rosato (2017). La vogliono proporzionale integrale adornata dalla foglia di fico di uno sbarramento al 5% (che farebbe fuori oggi tutti i partiti a parte Lega, FdI, forse Forza Italia, M5S e Pd). La speranza è creare però un centro costituito da metà Forza Italia, quelli che da Forza Italia sono già usciti (Toti, Brugnaro e c.), Italia Viva (Renzi), Azione (Calenda) e +Europa (Bonino). Solo che non si vede perché per agevolare questo disegno si debba infliggere al paese un’ennesima c.d. riforma dagli esiti sicuri: ulteriore spappolamento del quadro politico, uguale frammentazione, ancora maggior difficoltà a costruire maggioranze. Tanto più che la litigiosità fra alcuni di questi amici centristi è tale da assicurare ogni sorta di tira e molla (basti pensare a Renzi-Calenda).

Soprattutto solo gli ingenui possono pensare che lo sbarramento sarebbe davvero del 5%. Mi sorprenderei se anche solo restasse al 3% attuale (del resto sufficiente a tagliar fuori molti partiti senza vera consistenza). Per non parlare della minaccia di reintrodurre le preferenze.

Cadremmo così dalla padella nella brace. Invece le forze politiche di governo farebbero bene a impegnare i prossimi mesi a collaborare lealmente e vigorosamente a tutti i livelli al tentativo del governo Draghi di rimettere in carreggiata la nostra economia e non sprecare l’opportunità del PNRR: tanto più che la pandemia è tutto fuor che alle spalle.

Una riforma elettorale, un giorno, sarà opportuna. Ma solo nel contesto di quella più generale messa appunto della nostra inadeguatissima forma di governo che da un lato s’impone dall’altro non è, con ogni evidenza, nelle corde degli ultimi 15 mesi di questa legislatura politicamente così scombiccherata.

Non basta: se è vero che le coalizioni sono in difficoltà (certo lo sono state nella vicenda presidenziale), è un motivo in più perché chi ha proposte diverse e innovative presenti il proprio progetto, che vada magari al di là di assetti che paiono superati (penso alle destre) o assai poco affidabili e promettenti (l’alleanza strategica PD-M5S). Per esempio, chi l’ha detto che una coalizione per una prosecuzione dell’esperienza Draghi non avrebbe da giocarsi le sue possibilità alla pari con una destra a trazione sovranista?

Per questo non vi è alcuna esigenza reale di pasticciare un’altra volta la legge elettorale: tanto meno in direzione iperproporzionalista. Di una riforma seria che renda gli elettori padroni della scelta di governo, se ne parlerà nella prossima legislatura.

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