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di Vittorio Ferla

 

In questi giorni il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron lancia la sua iniziativa per un “Rinascimento europeo”. E l’Italia che conta – media di regime, opinionisti con il sopracciglio alzato, accademici benaltristi, sinistra unionista e cacadubbi – che cosa fa? Con il provincialismo che la contraddistingue ignora la novità. Nel migliore dei casi la giudica con riluttanza o con sospetto.

Viceversa, bisognerebbe prendere sul serio Macron. Ecco perché.

 

1. Cittadini, non popolo

Nella lettera preparata in vista delle elezioni europee di maggio (che potete leggere anche sul sito di Libertà Eguale), Macron si rivolge direttamente ai cittadini europei.

La cosa non soltanto non è per nulla scontata, ma rappresenta una vera e propria rivoluzione. In questi decenni di unità europea i capi di governo nazionali si sono sempre rivolti ai propri concittadini con un rispetto quasi automatico della giustapposizione intergovernativa tipica della costruzione europea. Per la prima volta un capo di governo prende una iniziativa di natura transnazionale ed europea tout court. Non si rivolge ai suoi, nel rispetto degli steccati nazionali. Ma dialoga con tutti, superando gli angusti confini delle vecchie appartenenze statuali.

Questa cosa – finora passata sotto silenzio – non dovrebbe stupire. Basterebbe ricordare che Macron aveva già proposto tempo fa di predisporre liste transnazionali per le elezioni europee (per la precisione si tratta di una proposta di Sandro Gozi, risalente al 2016, poi ripresa e promossa dal Governo Renzi nel 2017). Il fine era quello di eleggere parlamentari non semplicemente rappresentativi dei cittadini su base statuale, bensì rappresentativi di tutti i cittadini europei in quanto appartenenti al territorio dell’Unione. La proposta, poi, non superò il vaglio del Parlamento europeo e fu purtroppo archiviata. Resta però in campo l’impegno del Presidente francesce di costruire un nuovo frame: quello dell’Europa dei cittadini capace di riformare le istituzioni comunitarie scardinando la tradizionale logica intergovernativa.

L’altra considerazione necessaria riguarda l’uso della parola “cittadini” invece di quella di “popoli”. Com’è noto, il termine ‘popolo’ è fortemente compromesso dall’abuso demagogico che ne fanno oggi i partiti e i governi populisti. Il termine popolo rimanda a una concezione organicistica che annulla le individualità e le differenze, sia personali che politiche, e che costruisce un corpo identitario e violento agitato contro le istituzioni democratiche. Il popolo diventa così lo specchio in cui si riflette l’immagine dei demagoghi, dal Venezuela agli Usa, dall’Ungheria all’Italia. Con la parola ‘cittadini’, viceversa, Macron si colloca chiaramente nella scia della tradizione storica del progressismo liberale europeo (su questo ritornerò dopo).

 

2. No al sovranismo, si all’Europa sovrana

Dice inoltre Macron: “I nazionalisti sbagliano quando pretendono di difendere la nostra identità con il ritiro dall’Europa, perché è la civiltà europea che ci riunisce, ci libera e ci protegge”.

Più di qualsiasi altro leader europeo, il presidente francese ha focalizzato con chiarezza la malattia che rischia di far degenerare il grande sogno europeo di pace e di progresso. Questa malattia è il nazionalpopulismo, un fenomeno politico ormai consolidato e crescente, fondato su fondamenta tanto solide quanto pericolose: la diffidenza nei confronti della globalizzazione, la paura del progresso, la chiusura delle frontiere nazionali, il timore dei cambiamenti culturali, economici e sociali, la nazionalizzazione dell’economia, la costruzione organicistica del popolo, la critica alle istituzioni della democrazia liberale, la rivincita degli stati nazionali.

In realtà, Macron smaschera bene la bugia del nazionalpopulismo. Nel tempo della globalizzazione, infatti, è ormai impossibile immaginare che i singoli stati nazionali possano fronteggiare, da soli, problemi enormi come il governo dell’immigrazione, la difesa militare o gli shock dell’economia globalizzata. Il sovranismo, nella pratica, si rivela una prospettiva falsa e sbagliata: la sovranità dei singoli stati è già evaporata.

Allo stesso modo, il sovranismo è inadeguato per competere con giganti politici ed economici come gli Usa e la Cina. Macron ha in comune con Charles De Gaulle la convinzione che l’Europa debba essere una potenza forte e indipendente dalla Cina e dagli Stati Uniti, ma a differenza del generale che credeva nell’Europa delle Nazioni, l’attuale presidente francese crede nell’Unione europea. Più precisamente, crede nell’Europa sovrana, unita e democratica delineata già nel 2017 nel discorso della Sorbona.

 

3. Libertà, protezione, progresso: le basi dell’Europa

Macron rinnova e rilancia i capisaldi del sogno europeo. L’Europa unita nasce sulle macerie della Seconda Guerra mondiale e sui principi di libertà, eguaglianza e solidarietà con due obiettivi principali.
Da una parte, l’obiettivo della libertà. Libertà dai regimi totalitari e oppressivi e dunque rafforzamento della democrazia. Libertà di movimento e di impresa e, dunque, uguali opportunità e pieno sviluppo delle proprie capacità in un contesto di pace e di prosperità.
Dall’altra parte, l’obiettivo della sicurezza. Sicurezza intesa come protezione dalle minacce alla vita e alla libertà provenienti dalla guerra e, oggi, dal terrorismo e dalla criminalità. Sicurezza intesa come garanzia dei diritti civili e sociali, tutele contro la disoccupazione, la povertà e ogni forma di disagio. Sicurezza intesa infine come solidarietà e benessere.

Per raggiungere meglio questi obiettivi l’Europa deve però riscoprire il tema del progresso. In questa fase storica, le società europee sembrano fiaccate dalle difficoltà economiche e dal disagio sociale, mentre le istituzioni europee sembrano vivacchiare nell’amministrazione pigra dell’esistente. Nella sua lettera ai cittadini europei, Macron propone alcune iniziative molto concrete che potrebbe avere la forza di rimettere l’Europa in cammino verso il futuro.

Progresso significa, tra le altre cose: budget europeo, scudo sociale per i lavoratori, salario minimo europeo, transizione ecologica e lotta al cambiamento climatico, sicurezza alimentare e ambientale, innovazione tecnologica, regolamentazione dei giganti del digitale, lo sviluppo dell’Africa. Un programma ambizioso che potrebbe fare dell’Europa un protagonista politica della pace e della prosperità nel mondo e una casa sicura per i suoi cittadini.

 

4. I progressisti e il nuovo assetto del sistema dei partiti europei

Sappiamo che i movimenti e i partiti populisti stanno crescendo in tutta Europa. In alcuni paesi sono addirittura al governo: in Ungheria, per esempio, con conseguenze letali per la democrazia; in Italia con conseguenze disastrose per l’economia.

Le elezioni di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo saranno pertanto le più importanti di sempre nella storia dell’Unione. È molto probabile, infatti, che le due più importanti famiglie politiche europee – i popolari e i socialisti – conosceranno un robusto ridimensionamento. Basti ricordare alcuni casi estremi: il crollo verticale del Partito socialista francese e, addirittura, la sparizione del Pasok greco. Diverso il caso dell’Alde, il gruppo dei liberaldemocratici, che è dato in crescita.

Il problema è che certamente cresceranno tutte le forze euroscettiche, sovraniste e populiste. E se anche non raggiungeranno la maggioranza nelle aule di Bruxelles e di Strasburgo, l’insieme di queste forze diventerà un fattore di potenziale destabilizzazione della democrazia e dell’economia europee.

Emmanuel Macron, consapevole di questo pericolo, cerca di giocare una partita in campo aperto, un campo europeo oltre i confini dei singoli stati, per guadagnare consensi per le formazioni progressiste che dovranno, da un lato, fronteggiare i populisti, e, dall’altro, dovranno rilanciare il progetto europeo.

Bisognerebbe riconoscere che, in questa fase, il presidente francese appare come l’unico statista e politico europeo capace di sostenere una sfida così impegnativa. Così come bisognerebbe riconoscere che le tradizionali partizioni politiche sono di fatto saltate: con esse salta anche il tradizionale schema che opponeva destra e sinistra, mentre l’asse si riconfigura oggi sull’alternativa tra apertura/progresso, da una parte, e chiusura/conservazione, dall’altra.

A ciò si aggiunga che il partito di Macron, En Marche, collocato nel gruppo europeo dei liberaldemocratici, farà di questo gruppo un punto di riferimento per i progressisti europei nonché un elemento di cerniera tra i socialisti in crisi e i popolari che vogliono liberarsi dall’abbraccio ingombrante del presidente ungherese Viktor Orban.

In questo quadro, Macron svolgerà inevitabilmente il ruolo di leader dei progressisti europei, non soltanto contro le destre nazionaliste di Salvini, Le Pen e Orban, ma anche contro i sospetti ideologici delle sinistre euroscettiche e populiste di Melenchon e Corbyn.

Su questo punto sarà interessante capire il posizionamento del nuovo Partito Democratico di Nicola Zingaretti (basti pensare ai pregiudizi sovranisti e protezionisti del Presidente della Regione Lazio contro il Ceta, il trattato di libero scambio tra UE e Canada, e alle sue manifeste simpatie per la sinistra nazionalista e retrograda di Jeremy Corbyn).

Fino ad oggi abbiamo letto e ascoltato un eccesso di distinguo. Diversi esponenti della sinistra identitaria in questi mesi hanno cercato di sottolineare le diversità – ideologiche e di classe – da Macron piuttosto che comprenderne e riconoscerne il ruolo strategico. È auspicabile che in queste poche settimane che ci restano in vista del voto l’atteggiamento cambi. Il Pd dovrebbe abbandonare ogni indugio e sostenere l’impegno progressista del giovane presidente francese.

 

5. Dal Grand Débat National alla Conferenza per l’Europa

C’è da dire che questo ruolo di leader Macron lo sta conquistando giorno per giorno sul campo.

Da un lato, contrastando colpo su colpo l’attacco populista rossobruno dei gilet gialli che da settimane, ogni sabato, mettono a soqquadro Parigi.

Dall’altro – e soprattutto – con l’avvio del Grand Débat National, un programma di ascolto e di confronto che vede il presidente francese impegnato in una maratona di domande e risposte con sindaci, sindacalisti, studenti, anziani, lavoratori, cittadini in generale. in giro per la Francia.

In pratica, Macron ha preso sul serio la rivolta emersa nel paese e ha reagito con coraggio, avviando un ciclo di dialogo che lo ha riportato a contatto con le realtà più popolari e periferiche del paese. Questo sforzo ha rincuorato e rimotivato i suoi sostenitori tradizionali e ne ha conquistati di nuovi alla causa delle riforme liberali e della resistenza al populismo.

Il Grand Débat National rappresenta una pratica di successo che qualsiasi leader progressista dovrebbe studiare ed emulare. Grazie a questo processo, la strategia macroniana della polarizzazione tra europeisti e populisti pare funzionare in Francia con il conseguente recupero di consensi e di popolarità, mentre le violenze dei gilet gialli cominciano a stancare.

La novità – con la lettera per un Rinascimento europeo – è che questa strategia potrebbe premiare Macron anche in Europa. C’è un enorme bisogno di un leader europeo capace di difendere e rilanciare i principi del progressismo liberale contro i populismi e gli estremismi di destra e di sinistra ostili all’Europa.

La prima scadenza – drammatica – è molto vicina: le elezioni europee di fine maggio. In vista di questo evento sarà necessario raccogliere tutte le forze per scongiurare il successo dei sovranisti.

Subito dopo, nel progetto di Macron, dovrebbe aprirsi un nuovo Grand Débat, ma, questa volta, europeo. La lettera di Macron dei giorni scorsi si conclude proprio con questo programma: “L’umanesimo europeo è un’esigenza di azione. Ed ovunque i cittadini chiedono di partecipare al cambiamento. Allora entro la fine dell’anno, con i rappresentanti delle istituzioni europee e degli Stati, fissiamo una Conferenza per l’Europa al fine di proporre tutti i cambiamenti necessari al nostro progetto politico, senza tabù, neanche quello della revisione dei trattati. Questa conferenza dovrà associare gruppi di cittadini, dare audizione a universitari, parti sociali, rappresentanti religiosi e spirituali. Definirà una roadmap per l’Unione europea trasformando in azioni concrete queste grandi priorità. Avremo dei disaccordi, ma è meglio un’Europa fossilizzata o un’Europa che progredisce, talvolta a ritmi diversi, rimanendo aperta a tutti?”

A questa domanda ne aggiungiamo un’altra finale: i progressisti italiani saranno capaci di raccogliere, senza pregiudizi ma con entusiasmo e lungimiranza, la sfida visionaria lanciata dal presidente francese?

 

Giornalista, direttore di Libertà Eguale. Collaboratore de ‘Linkiesta’, si è occupato di trasparenza e comunicazione presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus.org, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Il Riformista, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa”, Rubbettino 2018

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1 Commenti

  1. Gabriella domenica 10 marzo 2019

    Proposta condivisibile, diversi italiani lo pensano. Un francese ha sempre un maggior diritto di parlare di ‘cittadini’, ma molti diritti qui rivendicati appartengono alle proposte di governo attuale italiano, seppur non condotte in efficaci soluzioni economiche. L’utopista Macron politico europeo, dimostrato in questa proposta, sara’ parimenti sostenuto dall’economista premier francese,?

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