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Al fianco della resistenza ucraina

Giovanni Cominelli giovedì 17 Agosto 2023
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di Giovanni Cominelli

 

Si tratta di scene stranianti per chi si trova ogni sera davanti ad un TG. Qui, nei Paesi europei, stiamo vivendo, effettivamente, la metà di agosto 2023: bollino rosso sulle strade, aeroporti stracolmi, mari e montagne brulicanti di vacanzieri, carceri esondanti di esseri umani doloranti.

E poi le ordinarie cronache estive: bombe d’acqua o incendi, alluvioni, incidenti mortali o no, il femminicidio quotidiano. E molto altro ancora… Ogni giorno i mass-media riflettono o deformano le tragedie/commedie della nostra ordinaria vita collettiva. Ma, nel giro di pochi filmati, siamo proiettati di colpo all’indietro nel tempo, in pieno e tragico ‘900, quello che ha travolto le generazioni dei nonni e dei padri.

In quel grosso lembo di terra, tra Europa e Russia, che viene denominata Ucraina, si mescolano in questi stessi giorni due tipi di guerra: quella della Prima guerra mondiale, fatta di trincee, di massacri faccia a faccia di migliaia di giovani, di cecchini, di mutilati, di prigionieri, di morti, più di duecento mila?; quella della Seconda guerra mondiale, fatta di guerra totale, bombardamenti su città, chiese, scuole, supermercati, granai, di uccisioni e rapimenti dei bambini, di milioni di mine antiuomo…  Molto di più di una guerra totale: è, da parte russa, un’“operazione speciale” genocidaria, volta a liquidare una nazione.

Straniante per i nostri occhi europei, reduci da una prima metà del ‘900 atroce e sanguinaria e da una seconda metà, pacifica e prospera.

Facciamo sempre più fatica a crederci; siamo tentati di sospingerla ai margini del nostro cerchio di attenzione.  Abbiamo, d’altronde, noi Italiani i nostri problemi: produttività bassa, salari correlativamente bassi, inflazione al 10%, una politica retorica e teatrante.

Benché sia evidente che i destini delle nostre democrazie sono intrecciati con quelli dell’Ucraina, benché sia chiaro che là si combatte anche la “nostra guerra”, che possiamo vincere o perdere, ebbene sì, dalla tragedia ucraina siamo tentati di volgere lo sguardo da un’altra parte.

Le cause della “distrazione” sono almeno due. La prima: la guerra ucraina si sta allungando nel tempo. Tanto Zelensky quanto, in questi giorni, il Gen. Americano Petraeus, hanno, da punti di vista diversi, fatto osservare rispettivamente che “la guerra non è un film di Hollywood” e che la controffensiva ucraina richiederà almeno tutto l’inverno: i Russi sono stati deboli nell’attaccare, più forti nel difendersi.

Più si allunga, più costa: agli Ucraini morti e distruzioni; a noi turbolenze sui mercati dell’energia, risorse in aiuti e in armi, perciò sottratte a noi.

La seconda: molti Italiani ed Europei sono negativamente colpiti dall’emergere, a tratti, di fenomeni di corruzione interni alla società civile e agli apparati amministrativi e di governo ucraini.

L’ultimo è quello dei reclutatori dell’Esercito, che si facevano pagare lautamente in cambio di un congedo illimitato. Si può maliziosamente ricordare che il fenomeno era largamente diffuso anche in Italia, fino a quando è esistito un esercito di leva, ma solo per evitare “la naja”, non il fronte.

Gli scandali sarebbero la riprova che il Presidente Zelensky e il suo gruppo dirigente non sono dei santi. Anzi, solo dei fantocci, sostenuti da un gruppo di oligarchi interni, ma soprattutto, ça vas sans dire, dagli Usa per interessi globali.

È comunque certo che l’Ucraina è un paese classicamente post-sovietico, nel quale non è mai stata fatta esperienza né di uno Stato di diritto né di un’economia di mercato. È un Paese, i cui gruppi dirigenti provengono – come in Russia – quasi integralmente dal Partito, dal Komsomol, dal Sindacato, dall’Esercito, dal KGB, dai Ministeri, dalle Aziende di Stato.

Un Paese, nel quale un ristretto ceto cleptocratico si è impadronito in un battibaleno delle ricchezze pubbliche. La vittoria “populista” di “Servitore del Popolo” (in ucraino traslitterato: Sluha narodu), prima serie televisiva e poi partito politico ucraino, fondato da Volodymyr Zelenski e Ivan Bakanov nel 2017, con il 74% dei voti, non ha potuto cambiare d’improvviso un secolo di storia “sovietica”.

La vittoria ha solo segnalato che gli Ucraini volevano muoversi verso lo Stato di diritto e l’economia di mercato, cioè adottare il modello europeo.

Questa, d’altronde, fu la posta in gioco di Euromaidan nel febbraio del 2014, cui Putin reagì tempestivamente un mese dopo, annettendo la Crimea. Ma, come in tutte le società post-sovietiche, resta ancora molto fango sul fondo del lago.

A queste due cause di distrazione, se ne aggiunge una terza: un’intensa propaganda “pacifista” di destra e di sinistra, spesso appoggiata da pretensiosi argomenti geo-politologici: chi prende sul serio le minacce nucleari di Putin, chi scrive di “guerra per procura”, chi sostiene che gli Ucraini si devono arrendere alle conquiste sul terreno dei Russi, chi dice “aiuti”, ma non armi!

Più la guerra si allunga, più l’opinione pubblica italiana traballa e perciò anche la politica. La mancanza di una coscienza civile e storico-politica sul futuro dell’Italia e dell’Europa, un deficit cognitivo e emozionale, di cui soffre molta parte della società italiana – in particolare alcuni  opinion-leader, giornalisti, intellettuali e partiti – impedisce di cogliere la natura della guerra ucraina: è una guerra esistenziale di indipendenza e di liberazione, combattuta, invece che nella seconda metà del 19 ° secolo – quale sarebbe stata la sua collocazione storica “normale” – nel primo ventennio del 21°, a causa di un’aggressiva combinazione di neo-zarismo ottocentesco e di stalinismo novecentesco.

Certo, anche per Putin e Kirill si tratta di una posta in gioco esistenziale: il mantenimento di una struttura sociale e di potere, fondata sulla corruzione e sulla cleptocrazia, sulla vendita delle materie prime, sulla base di un’ideologia imperialista e cristiano-reazionaria.

Storia che, secondo l’ultimo scritto di Navalny, filtrato dal carcere in questi giorni, è cominciata ben prima: “non con Putin del 2011, ma con Eltsin, Chubais, gli oligarchi e l’intera banda del partito Komsomol che si definiva “democratica”. Questa classe dirigente decise di andare “non in Europa, ma in Asia centrale nel 1994”.

Lo fece, perché cresciuta in decenni di assenza del diritto e del primato della legge. Alcuni critici occidentali rimproverano oggi agli “Occidentali” di non essere da subito corsi in aiuto di Gorbaciov e poi di Eltsin. Ma si può solo constatare sconsolatamente che i popoli e le loro classi dirigenti sono vittime della propria storia e delle inerzie del proprio passato.

La Russia è vittima del suo “Doom Loop”, la spirale della rovina, come capita nella storia umana alle nazioni e agli imperi. Come ha fatto notare Andrea Graziosi, una classe dirigente alternativa, liberal-democratica, semplicemente non esisteva: gli Occidentali non la potevano inventare. Oggi si si direbbe: la democrazia non si esporta.

Basterà notare come passasse, all’epoca, come autentico liberale e modernizzatore quel Dmitrij Anatol’evič Medvedev, già Presidente della Federazione russa e oggi Vice-presidente per la Sicurezza, che ogni due o tre giorni minaccia un’apocalisse nucleare e che propone quale via alla pace la resa pura e semplice degli Ucraini, accusati di non volere la pace, qualora rifiutino la resa.

Verrà l’autunno e poi l’inverno e poi la primavera…ma qui noi dovremo stare, a fianco della Resistenza ucraina.

 

Tratto da www.santalessandro.org del 16 agosto 2023

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