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Il Pd vince solo se non insegue il populismo

Redazione domenica 20 Agosto 2023
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Intervista a Enrico Morando a cura di Franco Locatelli

Pubblicata su Firstonline il 19 agosto 2023

 

Se il Pd vuole risalire la china e cominciare a costruire un’alternativa al Governo di destra-centro di Giorgia Meloni, non deve considerare le alleanze la priorità delle priorità della sua battaglia politica ma, al contrario, partire dai problemi più sentiti dalla maggioranza degli italiani e proporre soluzione realistiche e e concrete su cui, solo dopo, ricercare le alleanze necessarie. Chi parla così, in questa intervista congrocorrente a FIRSTonline, è Enrico Morando, a lungo senatore e oggi espressione dell’ala più riformista del Pd che ha nell’associazione Libertà Eguale, di cui è Presidente, il suo punto di riferimento. Dal Mes all’extratassa sulle banche, dal Patto di stabilità e crescita al salario minimo, da Telecom al voto multiplo nelle società quotate: ecco il pensiero di chi, come Morando, pensa a un Pd molto più riformista dell’attuale e diverso dalla piattaforma su cui Elly Schlein ha vinto il Congresso e che richiede “una battaglia interna leale, trasparente e intransigente”.

In una recente intervista all’Unità, Lei fa appello al Pd perché “abbandoni identitarismo e populismo” sostenendo che si può battere la destra se si sostengono soluzioni serie, ma sui temi di politica economica e soprattutto finanziaria sono diversi i segni di una deriva populista del Pd: non le sembra incredibile che il Pd applauda come misura di sinistra la goffa e populista extratassa della Meloni sulle banche, non abbia preso le distanze dall’odg Fratoianni sulla patrimoniale e guardi con favore a chi (da Conte a Landini) suggerisce di estendere ad altri settori, oltre le banche, il prelievo sui cosiddetti extraprofitti?

«Ho sostenuto e continuo a sostenere che il PD -in questa legislatura- è riuscito a mettere in difficoltà il Governo Meloni solo in due occasioni: nel dibattito parlamentare sul MES e nel confronto sull’introduzione, anche in Italia, del salario minimo. In entrambi i casi, si è partiti da una precisa proposta (il disegno di legge sulla ratifica del “nuovo“ MES e quello sul salario minimo); si è lavorato a costruire attorno a quelle proposte l’alleanza più ampia, senza riconoscere a nessuno il diritto di veto (il M5S non ha neppure votato a favore, nel primo caso e Italia Viva non ha sottoscritto il disegno di legge sul salario minimo); si è riusciti ad affermare il tema sollevato nel discorso pubblico. Si può trarne una indicazione di ordine generale: lavorare su problemi largamente avvertiti come tali dalla maggioranza degli italiani; indicare soluzioni realistiche ed “europee” (il Trattato del MES contiene, rispetto al precedente, un’unica novità: un sistema di “assicurazione“ contro le crisi di banche sistemiche; e la maggioranza dei paesi europei ha una legge sul salario minimo); costruire convergenze politiche ampie sui temi e le soluzioni proposti, senza però fare delle alleanze politiche la priorità (della serie: se il tema è vero, e la soluzione buona, chi non ci sta ora, ci starà domani). Quando invece abbiamo rincorso gli altri – vedi la partecipazione a manifestazioni convocate su piattaforme populiste -, non solo non abbiamo ottenuto successi paragonabili, ma siamo andati in difficoltà, scegliendo di non distinguerci con nettezza da proposte dei partiti di opposizione che non possiamo condividere, perché minano la credibilità della nostra proposta di governo alternativa al centrodestra. Idem quando abbiamo esitato a denunciare il carattere populista delle scelte del governo: il pasticcio dei cosiddetti extraprofitti bancari nasce, secondo me, dalla scelta di accodarci alla violenta polemica ministeriale contro le scelte della BCE per il rialzo dei tassi. Meloni e i suoi principali ministri hanno intonato il coro: “BCE irresponsabile” che adesso – con l’inflazione finalmente in calo – si debba auspicare e raccomandare moderazione è addirittura ovvio. Ma cosa doveva fare la BCE, quando l’inflazione galoppava verso l’alto? Tenere i tassi a zero? Ora, io capisco Meloni e i suoi ministri: non essendo in grado di far intervenire la politica fiscale – europea e nazionale – per evitare che le pur necessarie scelte di politica monetaria avessero un impatto troppo duro sulla crescita economica, hanno adottato la classica soluzione populista: un colpevole, invece di una causa; una persona da criminalizzare (Salvini: “Lagarde ha un mutuo a tasso variabile?”), anziché difficili soluzioni da mettere in atto. Ma non capisco perché il PD si sia loro accodato. Allo stesso modo, sull’operato delle banche: la vicenda del divario tra tassi di interesse attivo e passivo segnala un problema di enorme portata: nel sistema del credito non c’è sufficiente concorrenza. Ma né il Governo, né l’opposizione sembrano curarsene. Il Governo chiude gli occhi di fronte a questa realtà e, quando li riapre a buoi scappati, vara un provvedimento fiscale – talmente sconclusionato da doverlo cambiare a poche ore dalla presentazione -, in cui tratta in modo radicalmente diverso soggetti che – in fatto di profitti da interesse – si sono comportati esattamente allo stesso modo: banche e Poste».

Dopo una prima fase in cui pareva seguire la politica economica del Governo Draghi, Meloni sembra ultimamente a rimorchio di Salvini con una linea interventista, populista e statalista soprattutto in economia e finanza che il Pd, anziché combattere in nome di un’economia sociale di mercato, sembra spesso assecondare: è anche alla necessità di una generale correzione di rotta in senso riformista che lei si riferiva nell’intervista all’Unità?

«Quanto a Meloni, penso che il suo problema vero non sia Salvini, ma siano le posizioni fondamentali di Meloni stessa nei lunghi anni di costruzione di Fratelli d’Italia, fino ad acquisire – su quelle posizioni – la leadership indiscussa del centrodestra e la maggioranza relativa del consenso degli italiani. Sull’immigrazione, Salvini ora se ne sta zitto (ne parla solo in sede giudiziaria). È il “blocco navale“ di Meloni a creare problemi, mentre cerca di concordare soluzioni con quella Europa che ha lungamente descritto come il principale pericolo per le “Nazioni”. Sul MES sono i giuramenti di Meloni sul “mai” a trattenere il Governo che pure sa di dover fare ciò che è nell’interesse del paese… E si potrebbe proseguire a lungo, purtroppo. A fronte di una leadership di governo – con questi fardelli che si è autocostruita e le pesano sulla schiena -, non dovrebbe essere difficile lavorare sulle contraddizioni e sulla costante esigenza di Meloni di farsi apprezzare…perché smentisce se stessa. Per approfittarne, c’è bisogno, sì, di coerenza riformista: problemi reali-anche quelli più difficili e “imbarazzanti“, come il governo dell’immigrazione-, soluzioni realistiche corrispondenti all’interesse del paese, battaglia politica e sociale per “costringere“ il Governo a misurarsi più con la realtà, che con i fantasmi delle sue antiche posizioni.  In questo senso, c’è bisogno di una “correzione” rispetto alla piattaforma sulla quale Schlein ha vinto il Congresso. Per ottenerla, c’è bisogno di una battaglia politica interna, leale, trasparente, intransigente. Le faccio un solo esempio: ci stiamo avvicinando alla sessione di bilancio e c’è un tema che la pervade e la sovrasta, quello del nuovo Patto di stabilità e crescita. La Commissione europea ha avanzato una proposta, che è sottoposta a duri attacchi dei “frugali“. Il Governo italiano, invece di sostenere apertamente e con vigore questa proposta, pensa di rafforzare gli interessi dell’Italia impegnandosi in una “trattativa“ fondata sulla minaccia di non ratificare il MES. Se non fosse una cosa tragica, sarebbe una scelta ridicola. Cosa aspettiamo a scatenare l’inferno su questo tema fondamentale, per il presente e per il futuro? Certo, per farlo con un minimo di coerenza, bisogna dire apertamente che il lavoro dei governi di Renzi, Gentiloni e Draghi, almeno sul tema della capacità fiscale dell’Unione, è stato molto positivo…».

Al di là delle contraddizioni del Governo e all’opportunità di arrivare alla determinazione di un salario minimo, la guerra di religione sul salario minimo legale sembra oscurare il più generale problema dei bassi salari e i rischi che il salario minimo per legge possa affondare la contrattazione nazionale: non pensa che la precedenza assoluta dovrebbe averla il rinnovo dei tanti contratti contratti scaduti all’interno dei quali risolvere anche il problema del salario minimo?

«Nel contingente, i dati ci dicono che si è creato, dopo la pandemia, uno squilibrio tra profitti e salari. Un riequilibrio si impone. Per realizzarlo, serve un po’ di sano conflitto tra lavoratori e datori di lavoro, gestito con la contrattazione di secondo livello. Strategicamente, dobbiamo ricordare che i salari e la produttività sono legati: conflitto e cooperazione nell’impresa sono dunque due facce della stessa medaglia. Il contesto giusto lo deve fornire una grande stagione di innovazione sul tema della democrazia economica. Per darle corpo, va realizzata l’unità del mondo del lavoro, da chi ha bisogno del salario minimo a chi può “licenziare il padrone“, per dirlo con le parole di Pietro Ichino. Quanto al salario minimo, penso che si debba proseguire l’iniziativa per ottenere che l’Italia si doti finalmente di una legge in proposito. Ne parliamo da tanto tempo (nel 2000 era previsto nel documento comune Blair-D’Alema: il governo inglese lo ha realizzato da anni, noi siamo ancora a discutere il se…). Penso che le soluzioni definitive debbono essere trovate -anche coinvolgendo le parti sociali e le competenze- tenendo conto delle esperienze di altri paesi. In particolare, di quella della Germania».

Che cosa pensa della decisione del Tesoro di tornare nel capitale di Telecom Italia dopo oltre 25 anni dalla privatizzazione voluta da Carlo Azeglio Ciampi e ritiene o no opportuno che, se questo primo passo si realizzerà, si debba pensare alla rete unica con l’integrazione tra Tim e Open Fiber? 

«Se ho ben capito, il Tesoro torna, ma in partnership con un soggetto privato non italiano. È una soluzione discutibile e da esaminare nei particolari. Ma è diversa -anche in questo caso- dai proclami di Meloni sulla “italianità“ da difendere con la nazionalizzazione».

Un’ultima ma non meno rilevante domanda: la commissione Finanze del Senato sta discutendo nel Ddl Capitali delle nuove norme di corporate governance per società quotate e quotande: non è chiaro quale sia la linea del Pd sulla lista del Cda uscente e soprattutto sulla facoltatività o obbligatorietà del voto multiplo nelle società quotate da cui può derivare o meno un terremoto ai vertici del capitalismo italiano e in particolare di Mediobanca e di Generali? La sua posizione al riguardo qual è?

«Penso che sia importante trovare soluzioni che si avvicinino ai modelli di governance prevalenti in Europa. Mi piacerebbe che terminasse lo stillicidio di società italiane che scelgono di avere sede legale altrove, in Europa, non per “pagare meno tasse”, ma per problemi di migliore regolazione».

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