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di Alessandro Maran

 

Il direttore di Libération, Laurent Joffrin, qualche giorno fa ha chiarito come stanno le cose: «Le elezioni di domenica – a volte bisogna ricordarlo – sono elezioni europee. Rappresentano certamente un supersondaggio per la maggioranza al potere in Francia e per i diversi partiti d’opposizione. Ma nella realtà dei fatti, esse stabiliscono innanzitutto i rapporti di forza in seno al Parlamento europeo».

La cosa ha la sua importanza. Anche perché permette di relativizzare immediatamente il baccano orchestrato dai gemelli del populismo italiano.

«Al Parlamento europeo – prosegue Joffrin – gli anti-europei non svolgono praticamente nessun ruolo, salvo che per l’inquinamento acustico (piuttosto raro in realtà: sono molto spesso assenti). La loro crescita a più del 30% è un pessimo segnale. Ma nel corso dell’attività legislativa sono irrilevanti, per il semplice motivo che nessuno si vuole mai alleare con loro». «Per costruire una casa», di qualunque genere, scrive il direttore di Libération, «non si assumono dei demolitori».

«Con ogni probabilità, la consueta intesa (instabile) tra la destra tradizionale (PPE) e i socialdemocratici (S&D), per la prima volta dopo trent’anni non sarà più dominante: è stimata al 44% dei voti. Per fare una maggioranza, le due parti devono trovare degli alleati», prosegue Joffrin spiegando «le subtil mécanisme des compromis européens», imposto dal sistema elettorale proporzionale, «molto democratico ma molto complesso»: in palio ci sono i principali incarichi europei (i presidenti del Parlamento, della Commissione, del Consiglio europeo, il ministro degli Affari esteri europei e, in modo indiretto, la direzione della Banca centrale europea).

«In queste condizioni, c’è solo un voto ‘utile’: scegliere la lista di un partito suscettibile di entrare nei giochi delle coalizioni. Che esclude i partiti antieuropei, ma anche, in sostanza, la sinistra radicale, che in ogni caso non partecipa a queste maggioranze variabili per l’attribuzione dei posti».

«Tre maggioranze sono possibili: destra e sinistra con gli ecologisti, destra e sinistra con i liberali centristi (ad esempio i macroniani), destra e sinistra con gli ecologisti e i liberali. Se l’elettore vota socialista, la sinistra moderata peserà un po’ di più, se vota PPE, i conservatori aumenteranno la loro influenza. E siccome queste due forze non potranno fare da sole, dovranno trovare degli alleati: un voto ecologista renderà più verdi le future maggioranze ed un voto centrista le renderà un po’ più liberali».

Gli europeisti, dunque, scrive Joffrin, potranno votare «secondo coscienza, con l’anima in pace». «Il loro voto peserà. Le istituzioni europee sono bizantine, ma la scelta dell’elettore è, in definita, di una semplicità romana».

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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