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Crescita e cooperazione. E il riformismo batte la paura

Ranieri Bizzarri giovedì 20 settembre 2018
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di Ranieri Bizzarri

 

In una recente intervista telefonica Carlo Calenda ha sostenuto che è sbagliata l’idea che la crescita economica da sola risolva il problema delle disuguaglianze. La crescita è condizione necessaria ma non sufficiente per perseguire la giustizia sociale. Secondo Calenda, aver perso di vista questo assioma è stato forse il più grave errore post-caduta del muro da parte della sinistra della “terza via”, ed ha contribuito a travasare molto consenso verso le forze populiste. Condivido l’affermazione di Calenda, ma credo che si debba approfondire meglio la questione relativa alla necessità  della crescita da un punto di vista riformista.

 

La giustizia sociale in senso economico

Da molti anni la sinistra riformista si distingue dalla destra liberale per l’importanza che assegna alla giustizia sociale in senso economico, oltre che civile. Come in una specie di sistema meccanico in espansione ma dotato di regolazione, la sinistra riformista crede che la giustizia sociale, necessariamente a valle della crescita, sia un elemento di promozione della crescita stessa.

Se più persone partecipano al benessere, si genera una maggiore domanda meno legata a bisogni primari (che sono limitati) e più connessa alla qualità dell’esistenza (un esempio è il turismo), che – essendo virtualmente illimitata – è a sua volta fattore di crescita, reddito e occupazione. La destra non crede in questo effetto di retroazione, sebbene in diversi paesi – abbracciando la teoria del conservatorismo compassionevole – combatta la diffusione dell’indigenza e la perdita della scolarità per preservare la coesione sociale. Credere, come fa la sinistra riformista, nell’effetto di retroazione maggiore equità –> maggiore crescita, tuttavia, non mette in dubbio la primogenitura della crescita, accanto alla sua necessità. Per dirla in maniera spicciola, l’uovo della crescita è nato prima della gallina della giustizia sociale.

La primogenitura della crescita, tuttavia, è oggigiorno contestata da una buona parte della sinistra e da molte forze populiste come il M5S, che invocano una legislazione duratura che implementi modalità fortemente redistributive gestite dallo Stato. Il riformismo di sinistra, per cui vale l’asimmetria poc’anzi descritta, viene visto da queste forze come una politica di destra solo un po’ meno brutale. Ci sono delle ragioni in questa idea? Secondo me no, e vorrei discuterne da un punto di vista un po’ diverso.

 

I vantaggi della cooperazione

A mio avviso, la primogenitura della crescita (che resta naturalmente solo necessaria, ma non sufficiente) si basa su un assunto profondo relativo alla società, che è figlio diretto dell’umanesimo liberale (e dell’epistemologia scientifica). In sostanza, si ritiene che le interazioni degli individui in una società non siano mai a somma zero, ovvero che il cooperare tra individui generi una ricompensa che è sempre maggiore rispetto ad una società dove ciascun individuo vive tentando di sconfiggere tutti gli altri per accaparrare la sua quota di sopravvivenza. Quest’ultima sarebbe una società a somma zero, dove la ricchezza e il relativo benessere globale non crescono (o se lo fanno non è per causa umana) ma semplicemente si ripartiscono.

Gli uomini sono animali dotati di coscienza, e dunque di morale. E’ straordinario notare che anche esseri totalmente individualisti come gli animali inferiori organizzano strutture sociali basate su un’estesa cooperatività. Robert Axelrod, nel suo splendido libro The Evolution of Cooperation, spiega bene questo fenomeno: gli individui egoisti scoprono presto, mediante prove ed errori, che è possibile trasformare la propria relazione sociale in un gioco a somma non zero; la società evolve rapidamente in senso cooperativo ed acquisisce un vantaggio tale da non essere più scalabile da individui che vogliano approfittarsi indiscriminatamente del prossimo. La trasmissione genetica fa il resto. Axelrod nota tuttavia che possono sorgere delle condizioni che inibiscono la cooperazione: ad esempio un’interazione spazialmente o temporalmente limitata tra individui rende competitiva la mutua defezione, poiché aumenta il vantaggio di approfittarsi dell’altro nell’idea che dopo non si avrà più interazione con lui. Anche una modesta crescita globale dovuta a fattori esterni in una società cooperativa promuove individualismo e disgregazione, perché la convenienza del singolo a tentare di “prendere tutto” (come in un sistema a somma zero) aumenta.

 

I demoni della paura

Ho fatto questa ampia digressione perché credo che sia un punto fondamentale anche a livello politico. La storia insegna che gli uomini possono convincersi che la società in cui vivono sia a somma zero grazie a vari fattori, come ad esempio una lunga stagnazione economica, o l’improvviso contatto con individui provenienti da culture diverse con cui l’interazione può essere saltuaria o limitata. Tuttavia, l’uomo non è un’entità puramente egoista, e l’incapacità di comprendere i vantaggi della cooperazione non porta necessariamente alla sanguinosa lotta di ciascuno verso gli altri; viceversa, essa genera paura.

Populisti, nazionalisti e fascisti di ogni epoca hanno alimentato questa paura, che può evolvere persino in una forma socialmente aggressiva e degradante, come il razzismo. Ma la paura può anche alimentare l’idea che la crescita sia, di per se’, un demone incontrollabile, e che le vada anteposta la redistribuzione di ricchezza; si preferisce l’ombrello del welfare piuttosto che il cappello del lavoro. Secondo questo approccio, molto diffuso a sinistra, la crescita va imbrigliata dentro uno schema prefissato, implementato dallo Stato, sulla base di sempiterni motivi di stabilità sociale.

 

La missione dei riformisti

Non vorrei sbagliarmi ma in Italia abbiamo la singolare presenza di populisti che propugnano la dottrina della somma zero sia in termini attuali e di destra (la Lega: gli immigrati ci tolgono ricchezza) che preventivi e di sinistra massimalista (il M5S: i soldi di una grande opera avvantaggiano imprecisati e feroci capitalisti, meglio distribuirli in una miriade di piccolissimi sostegni sociali improduttivi).

Ogni analisi, anche quella proposta qui, va guardata con sospetto se non serve almeno a far intravedere la soluzione ad un problema. Io penso che la maniera più efficace di combattere i populisti sia proprio quello di convincere i cittadini che la somma zero conduce in un vicolo cieco di stasi seguito da un inevitabile impoverimento generale. Viceversa, cooperare in un gioco a somma non zero significa accrescere la ricchezza generale e poter realmente perseguire l’equità sociale. Ad esempio è follia respingere immigrati se è presente una domanda di lavoro o formazione, anche temporanea (senza sfruttamento, beninteso), che li coinvolge: estendere il livello di cooperazione sociale accresce il benessere generale. Gli Stati Uniti, prima dell’era Trump (peraltro in declino), hanno costruito il loro status di prima potenza mondiale sull’idea che la loro società NON è un sistema a somma zero (concetto splendidamente espresso dal mito della frontiera) ed è aperta a chiunque voglia contribuire.

Per questa “missione” difficilissima, la classica destra conservatrice non è attrezzata, poiché non risponde alle paure profonde che si sono sedimentate nella popolazione. Al contrario la sinistra riformista parte in vantaggio perché ritiene sempre necessaria una fase di redistribuzione, seppur a valle della crescita.

Dobbiamo, a mio avviso, riproporre un’azione vigorosa e concertata di informazione, di dibattito culturale e soprattutto di politica attiva a livello sia europeo (PSE dove sei?) che municipale (almeno dove ancora la sinistra governa). E soprattutto occorre abbandonare completamente a sinistra quell’atteggiamento condiscendente, che non in Italia è difficile scorgere anche in alcuni settori del PD, verso l’idea che redistribuire sia un vincolo a crescere. Anche un massimalismo tecnocratico è pernicioso. Non basteranno le buone intenzioni contro i populisti.

In conclusione, riconoscere la primogenitura della crescita significa avere fiducia in un’interazione a lungo termine tra le persone, credere nel futuro, nell’uomo e nell’efficacia della mutua cooperazione. Una comunità si sviluppa pienamente solo se non interpreta se stessa attraverso un gioco a somma zero.

Per gli animali ci pensa la genetica, ma per noi uomini ci vuole la sinistra riformista.

Laureato e dottorato in Chimica, è Ricercatore del CNR in biofisica. E’ stato Research Fellow in USA, Francia e Olanda. Si occupa di processi biochimici alla base dello sviluppo dei tumori. Fa parte del Consiglio Nazionale di Libertàeguale

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