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Dove va l’Italia con quest’allegra orchestra di ministri?

Giovanni Cominelli domenica 10 giugno 2018
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di Giovanni Cominelli

 

Conte dà ragione a tutti, Salvini litiga con tutti e gli altri ministri…

L’Italia continua a girare malamente, come i vincitori delle elezioni del 4 marzo denunciavano da anni. Ma, per ora, sotto la loro guida, sembra che rotoli verso il peggio. Anzi, si sono attivamente dati da fare per far deragliare il treno.

 

Il premier Conte e i suoi improbabili ministri

Il fatuo capo (sic!) del governo Giuseppe Conte è corso al G7 in Canada a dare ragione a Trump, ma anche a chi lo critica, cioè la Ue, circa i rapporti con l’Urss e il destino del G7. Forse ha ragione Trump o forse no, sicuramente ha torto chi dà ragione a tutti e due. Salvini ha già preso a litigare in materia di immigrazione con mezzo Mediterraneo, tra Tunisi e Malta. Non è andato a Dublino, alleandosi di fatto con il Gruppo di Visegrad, che non intende farsi carico di quote di immigrati. Basta semplicemente trasformare l’Italia in un gigantesco lager trincerato per profughi. Si è urtato con la Ue, cui finirà per chiedere una riedizione di Frontex. Perché, comizi a parte, gli sbarchi stanno continuando e si annunciano massicci nell’estate calda che viene.

Di Maio ha esordito minacciando di impeachement il Presidente della Repubblica e di trasformare la Festa della medesima in un riot  di bandiere tricolori, che neanche Cola di Rienzo.  Appena nominato Ministro, dopo aver promesso in campagna elettorale la chiusura dell’ILVA, ha appena smentito se stesso e il suo leader carismatico: chiusura, ma anche no!

Il Ministro Savona dichiara solennemente che UE e Euro sono i fondamenti della collocazione internazionale dell’Italia. Peccato che le sue prime dichiarazioni abbiamo già fatto perdere fiducia ai mercati e soldi agli Italiani.

Moavero, Ministro degli esteri, non ha aperto becco, finora.

Fraccaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento e per la democrazia diretta, promette una saga referendaria permanente, senza quorum obbligatorio. Qualsiasi minoranza agguerrita può decidere per tutti. Addio Parlamenti sorgenti dall’acque!

 

Che l’allegra orchestra del Titanic continui a suonare

Lo scenario è quello di tante minoranze, che una permanente leadership politica guida verso i fatali destini, che restano oscuri alla poltiglia di minoranze frammentate e reciprocamente conflittuali. Frattanto, un appello quasi unanime si leva dalla stampa, da industriali alla Boccia e alla Farinetti, dai Commercianti da sempre poco propensi a pagare le tasse: “lasciamoli lavorare!”. L’appello è molto simile a quello che i viaggiatori distratti e i turisti in cerca di evasione avrebbero potuto rivolgere all’allegra orchestra del Titanic. Chi faccia questi paragoni, viene subito accusato di fazioso catastrofismo e, peggio, di opporsi al vento del cambiamento, in nome della difesa di antichi interessi e di élites delegittimate. Insomma: questa è la nuova narrazione.

Ciò che colpisce l’osservatore attento è la pesante sottovalutazione della gravità delle condizioni attuali del Paese che complessivamente le élites intellettuali e mass-mediatiche stanno esprimendo. E si capisce: la maggioranza di loro ha attivamente lavorato per questo esito, direttamente, sostenendo le nuove leadership, o indirettamente, minando la legittimazione di quelle precedenti. Oppure, prevalgono l’incredulità e, insieme, l’antica idea dello stellone italico, oggi rappresentato dalla UE e dalla BCE di Draghi?

 

La struttura della democrazia italiana

In realtà è in atto un tentativo di rottura storica relativamente a due elementi decisivi dell’identità dell’Italia, quale è uscita dal secondo dopoguerra: la struttura della democrazia italiana, la collocazione internazionale.

Sul primo punto: l’Italia non ha mai costruito le istituzioni della democrazia liberale competitiva e maggioritaria. Al suo posto, una democrazia consociativa, che si è spartita tutto, comprese le istituzioni del Paese. Una democrazia “tota politica”. Le istituzioni e la Costituzione sono rimaste solo delle variabili dipendenti della politica. L’assassinio di Moro era stato il suggello di quella impotenza.  E quando è arrivata la democrazia maggioritaria, nel 1994 non ha perso il vizio di fondo: quello della mancata legittimazione reciproca di forze alternative, che la democrazia consociativa non era stata in grado di realizzare. Il fallimento della Commissione Bicamerale del 1997 è stato l’altro suggello. C’è da meravigliarsi che il fallimento di governo e di etica pubblica della democrazia consociativa e di quella “maggioritaria”, caratterizzata da guerra civile ideologica, abbia spinto una quota considerevole di Italiani – il 32% – verso la democrazia diretta?

Si parla qui degli elettori del M5S, perché Salvini non pare essere molto incline alla democrazia diretta. Occorre soltanto osservare, in sede critica, che tale democrazia diretta è solo l’altra faccia di una democrazia (?!) plebiscitaria. Inevitabilmente essa spinge non solo verso il rovesciamento della Costituzione materiale, ma anche di quella formale, tentando di aggirare l’art. 138, che prescrive le procedure per il cambiamento della Costituzione. Anticamera del fascismo? Di certo, dell’autoritarismo, del giustizialismo, dell’intolleranza, di conati di guerra civile.

 

Dove vuole andare l’Italia. Il detto e il non detto della maggioranza di governo

L’altro elemento decisivo, collegato con il primo – ma questo era già accaduto nel 1946 – è quello della collocazione internazionale dell’Italia. Nessuno è così ingenuo da credere alle rassicurazioni tattiche e occasionali che sono state fornite circa la permanenza nella Ue e nell’Euro. Perché la visione di politica internazionale va in tutt’altra direzione.  Può accadere che il duo Di Maio-Salvini non abbia le forze per perseguire il progetto e sia paralizzato da potenti contraddizioni, ma è evidente la direzione di marcia: l’autarchia nazionale e la diffidenza verso le potenze “demoplutocratiche” europee.

L’elaborazione della Costituzione italiana negli anni 1946/48 è stata condotta nella piena consapevolezza della collocazione internazionale dell’Italia nell’ambito dell’Occidente liberal-democratico, anche se lo scontro sull’adesione alla Nato nel marzo del 1949 mise in evidenza il non detto e le riserve intellettuali del tempo di area dossettiana. Costituzione, democrazia liberale, scelta occidentale sono strettamente legate. Si potrà far notare, come qualche politologo ha fatto, che in realtà l’Occidente liberal-democratico si sta dissolvendo sotto i colpi di Trump, della Brexit, dei movimenti nazionalisti europei e dell’offensiva esterna di Russia, Turchia, Iran…

Dunque, una nuova Westfalia si renderebbe necessaria, quale assetto migliore per non precipitare verso la deflagrazione nucleare. In questa visione, le potenze trattano a tu per tu interessi e confini, con giochi di alleanze, assicurazioni e controassicurazioni. Ma forse non è necessario spingersi indietro fino al 1648. Un tentativo più moderno fu compiuto da Bismarck nel 1878 con il Congresso di Berlino, dal 13 giugno al 13 luglio, per imbrigliare reciprocamente gli imperialismi crescenti, che nel 1884, sempre a Berlino, si spartiranno brutalmente l’Africa. All’ombra di quei trattati essi si gonfiarono fino all’esplosione del 1914.

 

Il rischio della marginalità

Ma anche accettando l’ipotesi di una nuova Conferenza di Berlino, mentre nessuno può prevedere oggi quale sarà l’assetto futuro di Usa, Cina, Russia, India ecc…, è certo che la nazione Italia, fuori dall’Unione europea e dall’Euro, è destinata alla marginalità, ad una via argentina, vaso di coccio tra potenti vasi di ferro. Il nazionalismo dei forti può avere un futuro, forse, quello dei deboli solo l’irrilevanza: irrilevanza industriale, occupazionale, finanziaria ecc… Quella che, intanto, resta indubitabile è la subalternità culturale di molta parte della cultura italiana, degli opinion leader, degli organizzatori di talk-show ai vecchi/nuovi miti del nazionalismo. E’ il suicidio di una classe dirigente, foriero di tragedie e di odi da guerra civile.

 

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.

Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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