LibertàEguale

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di Umberto Minopoli

 

Non le conosco ma le immagino le kermesse. La Leopolda non lo era.

Certo, se ti fermi all’impressione, lo spettacolo è rock, vibrante, frizzante, sbarazzino, cinetico, cocciutamente contemporaneo. Un predominio territoriale imbarazzante di giovani: dove li prende, ti chiedi? Come fa a sottrarne tanti, per 15 ore al giorno, per tre giorni, alle loro attività?

Panna, scrivono alcuni, i nemici. Vi assicuro, non avete da consolarvi.

 

Tutt’altro che plastica

Ti butti dentro la Leopolda, penetri la plastica, lo specchio, come Alice, e scopri un mondo. Che non ti aspetti.

In primis la serietà, la gravitas (direbbe il mio amico Contarello) di un evento partecipato, antico persino, dai riti seri e faticosi (nel regno della velocità e dei suoi miti: la macchina del tempo DeLorean) nei riti di coinvolgimento: centinaia di persone, sedute per ore a un tavolo, a discutere di temi seriosi (dalla scuola alle tasse), di leggi da proporre, di iniziative da suggerire (ai comuni, alle regioni, ai parlamentari).

Ti guardi intorno e, se sei un vecchio militante un po’ bolso, disincantato dai riti ma di antico palato politico, ti chiedi: cos’è questa gente? Così tanta e comune, di ogni categoria ed anagrafe? Com’è arrivata fin qui da ogni parte (da Trapani al Brennero e oltre)?

 

La Leopolda, signori, è un movimento politico

Ma dai, mi fa l’amico, comunicatore, è facile cammellare il mondo: i social muovono le montagne. Non mi convince. C’e’ troppa spontaneità, qui in giro, per essere di panna. E persino familiarità, appartenenza. Un incredibile numero di persone, famiglie, a spese proprie, spontaneamente, senza mezzi speciali forniti dall’esterno (il partito, il sindacato, la parrocchia, il club, il circolo di tifosi) si muove, spende una cifra.

Perché? Cosa muove questa curiosità e questa presenza? Quelli scafati della politica colgono il filo. Stupisce che sfugga a commentatori e cronisti: la Leopolda, signori, è un movimento politico. Ha i caratteri, inequivocabili, di un evento identitario. Come un partito: non ho altra parola per dirlo. E perfino di conio sicuro. E – avverto gli avversari – la Leopolda non comunicava l’olezzo, il sentore della sconfitta. Strano. Entusiasmo e appartenenza: come se la frontiera da conquistare fosse lì, di nuovo, come nel 2013, a portata di mano.

Com’è possibile? Nessun leader politico, di governo e di opposizione avrebbe oggi, singolarmente, senza un partito alle spalle, la stessa capacità di richiamo, raccolta e mobilitazione. Questo spiega molte cose. Tra cui la tranquillità di Renzi.

 

Una risorsa di consenso che nessuno ha

Tanti amici, tanti foglianti, riformisti delusi, vecchie glorie, militanti di sinistra, come me, approdati in vecchiaia al rigore liberal e all’insofferenza per le mitologie, le presunzioni, la scolastica, il tedio almanaccare, l’ottusità archeologica, il bla bla, molesto e conservatore della solita sinistra che ha, da mesi, dubbi e inquietanti dilemmi su Renzi. Tipo: deve stare nel Pd o fondare un nuovo partito (europeista, moderato, liberale, macroniano ecc.)? Perché non lo fa? Che aspetta? Si è seduto? Tratta con la nomenclatura del Pd? Ce ne siamo fatti di fantasie: è intimidito, vuole andarsene in Europa, tratta pure con Zingaretti. È un giovane-vecchio democristiano, sentenziano vecchi-comunisti come me e i miei amici, con l’aria di chi la sa lunga.

Alla Leopolda ho capito. Renzi può concedersi il lusso di saltare il giro, di non candidarsi, di dire che fa “il cinese a bordo del fiume”. Perché, in realtà, lui non è il cinese, solo, a bordo del fiume. Lui – piaccia o no a Zingaretti, Orlando, Gentiloni (e anche ai leader evocati e alternativi non di vecchio Pd o ex ditte) – guida un movimento politico che, da dieci anni fa un congresso annuale alla Leopolda. Composto, senza sostanziali defezioni (se non quelle, che si contano sulla punta delle dita, di piccole umane avidità) di un esercito di convinti aderenti. Radicato, immarcescibile, entusiasta. Una risorsa. Che nessuno ha.

 

E’ il Pd che rischia se si libera di Renzi

Il Pd (i suoi leader) deve farsene una ragione: è il partito che rischia se si libera di Renzi. Non viceversa.

E allora? Con la mossa del cavallo Renzi ha spostato la casella: non è il congresso il centro. È l’opposizione al governo. Il problema dell’Italia non è solo chi guida il Pd. È la debolezza delle opposizioni (Pd e Forza Italia). Che fa balenare l’incubo di Michele Salvati (articolo sul Corriere): la prospettiva raccapricciante, per i riformisti (non per mezzo Pd), di un nuovo bipolarismo tra due populismi di destra e di sinistra. Con Forza Italia assorbita nella Lega e il Pd fagocitato dai Cinquestelle.

È su questo che la Leopolda insorge. L’ho avvertito nel mio intervento. Renzi ha dato corpo e sbocco a questo comune sentire. L’opposizione al populismo, ha chiarito, non può essere tattica, contingente, episodica. Perché non è solo politica. È culturale, di civiltà.

Oggi – mi sforzo di interpretare Renzi e, anche i suoi non detti – il Pd così com’è (come Forza Italia così com’è) non è la risposta adeguata. Perché prigioniera dei vincoli, delle costrizioni, dei limiti, dei non possumus dei partiti. Prima di pensare a nuove forze politiche bisogna superare i limiti di quelle esistenti.

 

Opposizione al populismo oltre i diaframmi

I partiti di opposizione oggi sono un diaframma: la società che si preoccupa del populismo è più vasta dei confini di Pd (e Forza Italia). C’è un deep state (come lo chiama il direttore Claudio Cerasa) che si oppone ai populisti ma si divide se raccolto nei partiti. Ed è più debole.

Un elettore della Leopolda, un riformista del Pd cosa ha, mi chiedo io, che lo allontani da Mariastella Gelmini, ad esempio, che parla di “due pilastri, liberalismo ed europeismo” come discriminante, che afferma che occorre “stare con Bruxelles e contro Visegràd”, con Parigi e Berlino e non con Orbán, più di quanto non lo avvicini a Michele Emiliano, Massimo D’Alema o Roberto Fico e Alessandro Di Battista?

Per superare diaframmi e divisioni nel popolo sulla opposizione al populismo, Renzi ha buttato lì un’idea: i comitati civici. Ha proposto, al movimento della Leopolda, di costruire questi comitati.

Ve la dico tutta? La trovo una stimolante novità. Una nuova via, per i riformisti, tra la delusione, il disimpegno, il ruolo di spettatori del congresso Pd, i conciliaboli, un po’ patetici, sul leader che manca e il da farsi (stiamo nel Pd o ci tiriamo fuori? Ci mettiamo con Carlo Calenda o tiriamo la giacca a Marco Bentivogli? ecc).

Torno dalla Leopolda con un messaggio che io interpreto così: cauteliamoci col Pd mettendo alla guida Marco Minniti, una persona dello Stato, che con un eversore a Cinquestelle non prenderebbe mai un caffè. E costruiamo l’opposizione civile, dal basso, diffusa, con i comitati civici, al populismo. E chissà, domani potremmo pure trovarci con una nuova creatura alla portata: una cosa liberale, di massa, europeista, moderna, riformista, macroniana, trans-partitica. Quelli che molti attempati foglianti come me chiamano “il sogno”.

 

 

Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare. Ha lavorato nel Gruppo Finmeccanica e in Ansaldo nucleare. Capo della Segreteria Tecnica del Ministro delle Attività Produttive tra il 1996 e il 1999. Capo della Segreteria Tecnica del Ministro dei Trasporti dal 1999 al 2001. Consigliere del Ministro dello Sviluppo Economico per le politiche industriali tra il 2006 e il 2009.

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2 Commenti

  1. Fedra mercoledì 24 ottobre 2018

    Al netto dell’entusiasmo (comprendibile), c’ un punto davvero critici nel messaggio di Renzi alla Leopolda come qui riassunto. La presenza di ‘diaframmi’ tra le domande disarticolate dei cittani e l’azione politica é la caratteristica prima delle democrazie liberali. Il superamento dei ‘diaframmi’, dei corpi intermedi, é proprio il primo punto dell’agenda di tutti i movimenti populisti.

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  2. cecilia lombardo giovedì 25 ottobre 2018

    l’ ho sentito alla Leopolda, è stato bellissimo e toccante l’intervento,ben articolato e direi renziaano fino al midollo come tantissimi di noi. Nessuno sa che cosa passa nella mente di Matteo Renzi, grande leader, quasi mattatore, intelligenza che gli invidiano tutti dai non scolarizzati ai grandi intellettuali, ma in ambedue i casi lo indiviano, vorrebbero che fosse -MENO – invece è -PIU’.

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