Europa

Forza e debolezza dei nazionalismi europei

Forza e debolezza dei nazionalismi europei

di Sergio Fabbrini

 

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I nazionalismi europei: ci sono quelli di sinistra e quelli di destra. Ma hanno un denominatore comune: sono contro l’Europa. In un recente editoriale per Il Sole 24 Ore, Sergio Fabbrini propone un’analisi efficace dei sovranismi. Con piacere annunciamo che l’autore parteciperà all’Assemblea di Libertà Eguale (Orvieto, 2-3 dicembre 2017)

 

 

Non c’è stata un’elezione recente che non abbia registrato uno slittamento anti-europeista dei sistemi politici nazionali coinvolti. Dopo la parentesi europeista francese della primavera scorsa, i partiti nazionalisti hanno registrato successi ovunque.

Nelle elezioni tenute il 24 settembre in Germania, sono entrati per la prima volta al Bundestag con ben 94 deputati. Nelle elezioni tenute il 15 ottobre in Austria, sono risultati il terzo partito, necessario per dare vita alla nuova maggioranza di governo. Nelle elezioni tenute il 20-21 ottobre nella Repubblica Ceca, sono emersi come il partito di maggioranza, intorno a cui si formerà il nuovo governo. A loro volta, i partiti nazionalisti al governo in Ungheria e in Polonia stanno vivendo un momento di grande popolarità, nonostante la loro politica illiberale.

Ma anche nel resto dell’Europa il vento sembra soffiare a favore dei nazionalismi. Come interpretare tale rinascita dei nazionalismi? E quali le conseguenze per l’Europa?

 

La retorica del conflitto tra élite e popolo

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Cominciamo dalla prima domanda. I nostri nazionalismi hanno alcune caratteristiche in comune, ma anche molte differenze (per questo motivo è bene parlarne al plurale). In comune hanno sia il linguaggio populista che l’avversario contro cui si battono (l’Europa). Per tutti loro, la divisione politica non è tra destra e sinistra, o tra conservatori e progressisti, ma tra il ‘popolo’ (la gente, le persone comuni) e le ‘élite’ (che governano non solo le istituzioni politiche, ma anche le altre istituzioni sociali). Le élite sono rappresentate come un gruppo di individui preoccupati esclusivamente di promuovere i propri interessi personali e collettivi (la ‘casta’), mentre il popolo è considerato per definizione come un aggregato indistinto di moralità e disinteresse.

Ora, questo schema viene utilizzato dai nostri nazionalismi per combattere le élite europee, prima ancora che quelle nazionali. Le élite nazionali sono rifiutate dai nazionalisti perché ritenute complici delle élite cosmopolite europee, non già in quanto tali. Se nel passato il populismo si era mobilitato contro le istituzioni nazionali, oggi queste ultime vengono addirittura viste come il baluardo per la difesa del popolo nazionale, una difesa appunto contro le ingerenze tecnocratiche delle istituzioni sovranazionali. Di qui la convergenza di tre correnti politiche distinte (il nazionalismo, il populismo e l’anti-europeismo) verso un unico obiettivo (la critica all’Europa).

 

Nazionalismi del nord e del sud

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Ma qui finiscono le caratteristiche comuni dei nazionalismi europei.

Le cause, infatti, che hanno spinto verso quella convergenza sono diverse nelle diverse parti dell’Europa. I nazionalismi del nord costituiscono la reazione alla minaccia migratoria, ovvero all’incapacità dell’Ue di opporre a quest’ultima una risposta efficace. In Austria, in Finlandia, nei Paesi Bassi o in Germania, i sentimenti anti-europeisti non sono motivati da un peggioramento delle condizioni economiche. Anzi, la Grande Recessione ha per molti aspetti avvantaggiato quei paesi. Qui, i nazionalismi derivano dalla paura identitaria generata da flussi migratori, incontrollati, provenienti da aree extra-europee di religione islamica. Per questo motivo, i nazionalismi del nord sono generalmente di destra.

Diverse sono invece le cause che hanno spinto i nazionalismi del sud.

Esse hanno a che fare con una prolungata crisi economica, ovvero con l’incapacità dell’Ue e dell’Eurozona di opporre a quella crisi una risposta risolutiva. In Grecia, in Spagna, in Portogallo o in Italia, i sentimenti anti-europeisti sono motivati dal peggioramento, senza precedenti nel secondo dopoguerra, delle condizioni di vita di quei paesi. Qui, la Grande Recessione ha colpito durissimo, in particolare i gruppi sociali e le aree territoriali più deboli. Seppure le migrazioni siano state massicce in paesi come l’Italia e la Grecia, è stata la mancanza prolungata di opportunità di lavoro e di crescita ad allontanare i cittadini dal progetto di integrazione.

Per questo motivo, i nazionalismi del sud sono generalmente di sinistra, o comunque usano tradizionali obiettivi di sinistra per dare voce al malessere economico (come il reddito di cittadinanza, nel caso dei Cinque Stelle in Italia). In mezzo sembra collocarsi la Francia, attraversata da entrambi i nazionalismi. La crisi economica ha colpito a sufficienza quel paese per motivare il nazionalismo di sinistra, ma contemporaneamente la presenza di forti comunità islamiche, combinandosi con le minacce alla sicurezza, ha motivato il nazionalismo di destra. Tuttavia, le categorie di destra e sinistra vanno prese con le pinze, nel caso dei nazionalismi europei. A questi ultimi interessa combattere l’Ue e non già collocarsi sull’asse della tradizionale divisione di classe. L’austriaco Heinz-Christian Strache (leader del partito di estrema destra Freiheitliche Partei Österreichs, FPÖ) e il francese Jean-Luc Mélenchon (leader del raggruppamento di estrema sinistra La France Insoumise) hanno più cose in comune di quanto farebbe pensare la loro personale ideologia. In comune hanno infatti la critica radicale alla natura (secondo loro) elitista e tecnocratica dell’Ue.

 

I nazionalismi europei: una cultura parassitaria

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Vediamo ora la seconda domanda. Quali sono le conseguenze di questa rinascita dei nazionalismi?

Se si leggono le dichiarazioni dei loro leader (comprese quelle di Marine Le Pen), nessuno degli attuali nazionalismi sembra voler fare uscire il proprio paese dall’Ue, come è avvenuto con la Brexit nel giugno 2016. Solamente il Regno Unito, per l’idea imperiale che continua ad avere di sé stesso, ha potuto pensare di ritornare ad essere un paese sovrano. Un’idea, peraltro, che ha poco o punto collegamento con la realtà, come si sta vedendo. Ma, al di là del caso britannico, i nazionalismi europei sembrano essere sovranisti ma non indipendentisti. Essi mirano a svuotare l’Ue dall’interno, a recuperare sovranità qua e là, non già ad uscire da essa. L’anti-europeismo dei nazionalisti ha un carattere negativo piuttosto che propositivo.

Per di più, ogni nazionalismo ha una sua agenda, distinta dagli altri nazionalismi. I nazionalismi dell’Europa dell’est vogliono chiudere le frontiere agli immigrati, ma vogliono tenere aperti i trasferimenti finanziari che ricevono con i programmi dei fondi strutturali. I nazionalismi dell’area germanica vogliono preservare l’identità culturale del rispettivo paese, ma non al prezzo di rinunciare ai vantaggi dell’integrazione economica e monetaria. I nazionalisti dell’Europa del sud vogliono una maggiore libertà di spesa, ma senza rinunciare alla moneta comune. Nei fatti, questi distinti nazionalismi stanno prefigurando una Europa à la carte, un ristorante dove si ordinano i piatti preferiti trascurando quelli indesiderati. I nazionalismi europei sono l’espressione di una cultura parassitaria, gridano contro ciò che non piace ma beneficiano in silenzio di ciò che serve.

 

Raccogliere la sfida di Macron

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Se così è, allora è bene non farsi ipnotizzare dal loro populismo anti-europeista. A livello nazionale, le forze europeiste debbono sfidare i rispettivi nazionalismi, spingendoli a rendere evidente la loro debolezza propositiva. Basti pensare a Luigi di Maio o Matteo Salvini che la mattina propongono di organizzare un referendum per fare uscire l’Italia dall’Eurozona, ma poi la sera balbettano perché non saprebbero cosa fare se si ritornasse alla lira.

Emmanuel Macron è l’unico leader nazionale, finora, che ha sfidato apertamente i nazionalisti del proprio paese. Dichiarando con coraggio la propria idea di Europa (e qui non ha importanza la congruenza interna di quell’idea), Macron ha messo in un angolo i nazionalismi anti-europeisti del proprio paese. Macron non va però lasciato da solo. In particolare è necessario che le forze europeiste italiane si facciano sentire, dichiarando senza timori il loro sostegno all’Ue e il loro impegno a riformarla, senza alcuna concessione al populismo degli anti-europeisti. Se l’Europa rischia di essere svuotata dall’interno, non sarà il tatticismo elettoralista degli europeisti a rilanciarla.

 

Articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore, 5 novembre 2017

Scritto da Redazione

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