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Intervista di David Allegranti a Tommaso Nannicini*

 

 

“In questo scenario politico di grande volatilità elettorale, c’è una fascia di elettori sempre più numerosa che vota partiti di cui magari non condivide fino in fondo il messaggio ma che hanno posizioni chiare e nette sull’indirizzo politico da dare al paese. Il Pd, invece, non prende voti perché non si capisce che cosa dice”, dice il senatore del Pd Tommaso Nannicini al Foglio. “E questo handicap mette a rischio l’esistenza di un progetto politico. Identità e messaggi devono essere chiari. L’alternativa alla nettezza è la melassa, in cui è tutto un dire e non dire per tenere insieme capicorrente o ex ministri, perché poi tanto noi pensiamo di incarnare la parte responsabile della classe dirigente del paese, quella che tutti dovrebbero votare perché siamo competenti e gli altri cialtroni. Come abbiamo visto, però, questo non basta, perché oltre metà dell’elettorato ha già preferito i cialtroni ai competenti, che qualche problema in più dovrebbero porselo”. Insomma, dice Nannicini, “c’è una forte domanda di chiarezza. La melassa invece uccide la vocazione maggioritaria e anche la capacità di stare insieme, perché crea la domanda da parte dei nostri elettori di tornare alla distinzione dei ruoli tra sinistra e centro. In fondo, persino la tattica della ‘bicicletta’, che io non amo, con la ruota di sinistra che parla con i sindacati e la ruota di destra che parla con gli imprenditori del Nord Est, sarebbe meglio, perché quantomeno la bicicletta si muove e da qualche parte va. Ripeto, magari quelle identità separate non piacciono a Nannicini, che preferisce il riformismo radicale che parla a tutto il paese e riscopre la vocazione maggioritaria in modo innovativo e guardando al futuro, ma è sempre meglio della melassa indistinta, che dovremmo lasciarci alle spalle”.

C’è però chi ha qualche idea forte, diciamo: Peppe Provenzano, neo-responsabile lavoro della segreteria Zingaretti, vuole rimettere in discussione il Jobs act perché serve discontinuità. “Quando parlo di identità forte mi riferisco a idee che guardino al futuro, non a slogan che parlano al passato. Dire ‘cancelliamo il Jobs act’ significa inseguire Di Maio nel peggior sloganismo di stampo grillino. Anche perché nemmeno Di Maio ha cambiato nulla di quella riforma e sa che ci sono pezzi che non può cancellare. Inseguirlo mi sembra un passo falso e una deriva paragrillina. A volte non avere idee è peggio che avere idee sbagliate. Riesumare la discussione sull’articolo 18 significa cedere a un dibattito ideologico rivolto al passato. La norma sui licenziamenti individuali non c’è più ma non perché l’ha abolita Di Maio. Ci ha pensato la corte costituzionale a cancellare le tutele crescenti, quindi non esiste più e il fatto che se ne stia discutendo è una roba da marziani”. Casomai “esistono ancora dei pezzi di quella riforma che non solo non vanno cancellati ma semmai rafforzati. Altro che discontinuità. Abbiamo messo più di due miliardi per un nuovo sussidio di disoccupazione, la Naspi, aumentandone la durata da 12 mesi a 24, raggiungendo un tasso di copertura secondo solo alla Danimarca, alzandone il tetto fino a 1.300 euro. Abbiamo messo quasi tre miliardi sul reddito di inclusione, il primo strumento universale di contrasto alla povertà. Con il reddito di cittadinanza si fa un passo indietro confondendo lotta alla povertà e sostegno ai disoccupati. Ma non tutti i disoccupati sono poveri, e non tutti i poveri sono occupabili subito. Altro che discontinuità, dovevamo riprendere il nostro disegno e rafforzarlo come ha proposto il Pd in parlamento: raddoppiando il reddito di inclusione per raggiungere tutti i poveri e rafforzando la Naspi in un nuovo ‘salario di disoccupazione’ ancora più generoso”. Per esempio, “togliendo il fatto che la Naspi si riduce molto a partire dal quarto mese almeno per i lavoratori ultracinquantenni. Perché possiamo fare tutti i convegni del mondo su formazione e politiche attive, ma è difficile ritrovare un lavoro subito a chi lo perde dopo 50 anni e la garanzia del reddito gli va data più a lungo”. E poi, aggiunge Nannicini, “vogliamo parlare dei riders che a Torino hanno vinto la loro battaglia grazie a una norma del Jobs act? Anche quella norma va estesa, come abbiamo proposto con Valeria Fedeli in Senato, altro che superata. Vogliamo parlare delle tutele da dare al lavoro che cambia? Rafforziamo quanto fatto col Jobs act del lavoro autonomo del governo Renzi e con le norme sull’equo compenso portate avanti da Chiara Gribaudo. Qualcuno ha proposte migliori? Parliamone, ma stando con i piedi sulla terra e tirando fuori idee chiare”.

Sta dicendo che c’è un problema fra partito e gruppi parlamentari? “Il metodo giusto c’è già. Penso al gioco di squadra fatto dal gruppo parlamentare al Senato con il neo-responsabile economia del Pd Antonio Misani. Sul salario minimo abbiamo trovato una proposta più avanzata discussa anche con le parti sociali, che Zingaretti ha fatto sua. Adesso facciamoci una campagna per spiegare ai lavoratori perché i loro salari si difendono in quel modo, rafforzando la contrattazione collettiva. Facendo politica nel paese, non tattica al nostro interno”.

Senta Nannicini, ma che ne pensa della nuova segreteria? “Io non ho votato per Zingaretti ma adesso è il mio segretario e faccio il tifo per lui. Non mi scandalizza che abbia nominato una segreteria di maggioranza, perché anche i segretari precedenti facevano così. Chi ha perso il congresso deve dare una mano ma lasciando che la maggioranza lavori per far vivere le proprie idee. Non mi scandalizza che non si diano posti alle correnti della minoranza, casomai mi preoccupa un po’ se le scelte finiscono per restare prigioniere delle correnti all’interno della maggioranza. Abbiamo un segretario eletto con ampio margine in primarie molto partecipate, ha avuto una legittimazione forte ed è giusto che la sua squadra incarni il messaggio della sua leadership, senza mediazioni infinite con le sotto-componenti della sua maggioranza. Al di là della stima che nutro per molti membri della segreteria, questa dovrebbe essere la segreteria della mozione Zingaretti, che ha vinto l’ultimo congresso, non della mozione Orlando che ha perso il congresso precedente. Spero che sia la prima cosa e non la seconda”.

 

(tratta da Il Foglio, 21 giugno 2019)

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