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di Stefano Ceccanti

 

Il cardinale Camillo Ruini ha interpretato da protagonista primo un ventennio di vita della Chiesa italiana, sin dal convegno di Loreto del 1985 dove fu individuato da Giovanni Paolo II come il commissario prefettizio incaricato di portare la Chiesa italiana fuori dall’eredità montiniana della Chiesa italiana, avvertita come superata. In realtà dal montinismo aveva ereditato parzialmente una caratteristica, ovvero la consapevolezza della stretta relazione in Italia tra scelte pastorali e scelte politiche, sia pure curvata in senso più marcato verso queste seconde rispetto all’originale. Le discontinuità però erano multiple e ben più significative.

In primis il baricentro politico: mentre per Montini, architetto della Dc italiana, figlio di un parlamentare popolare bresciano antifascista e strettamente legato ad Aldo Moro, il centro politico doveva restare ermeticamente chiuso alla destra e in grado di allargare le basi democratiche verso sinistra, per Ruini, democristiano emiliano primariamente anticomunista, il blocco ermetico doveva restare verso sinistra. “Perché ho consigliato a chi faceva le liste scolastiche di non usare il nome cattolico o cristiano? Perché mi interessa riunire gli anticomunisti, non i cattolici”, ebbe a dire con franchezza nel 1978 ai partecipanti, invero piuttosto stupiti, di un incontro di liste studentesche provenienti dagli ambienti dell’Azione Cattolica. La seconda era la visione della Chiesa: mentre il post Concilio italiano era stato impostato dal Convegno del 1976 della Chiesa italiana su “Evangelizzazione e promozione umana” nei termini di una rinnovata presenza molecolare e dentro di essa di un nuovo protagonismo del laicato, il periodo ruiniano, anche per risolvere i nodi di un pluralismo fortemente conflittuale, sceglieva la strada opposta di una centralizzazione nell’episcopato e nello specifico sul suo Presidente, in particolare svuotando qualsiasi ruolo pubblico dell’associazionismo.

Da queste costanti dipesero poi le scelte concrete. Parte dell’associazionismo di matrice montiniana, a partire dalla Fuci e dalle Acli, aveva avvisato per tempo, anche con l’iniziativa dei referendum elettorali che parte a inizio 1990, che il tempo dell’unità elettorale dei cattolici era finito perché caduto nel 1989 insieme all’egemonia comunista sulla sinistra: lì stava infatti la genesi montiniana e degasperiana del modello brillantemente ricostruita, tra gli altri, da Pietro Scoppola. La Chiesa avrebbe dovuto quindi prepararsi a una equi-vicinanza a entrambi gli schieramenti, sulla base di una visione aperta del bene comune del Paese e di una valorizzazione plurale del laicato. Viceversa Ruini sotto la sua personale regia centralizzante prima cercò di puntellare in ogni modo la pencolante unità elettorale e poi fece di necessità virtù teorizzando un’apparente equidistanza ma in realtà, attraverso la retorica dei principi non negoziabili, praticando un’evidente opzione preferenziale per il centro-destra. Era infatti strutturalmente impossibile per un qualsiasi schieramento di centrosinistra, per quanto distante da visioni semplicistiche libertarie, seguire una strada di limitazioni sproporzionate alla procreazione assistita o di prosecuzione di discriminazioni ai danni di persone e di coppie omosessuali: ciò che costituiva per Ruini il nucleo duro dei principi non negoziabili. In altre democrazie consolidate, trattandosi di equilibri costituzionali e non solo politici non vi si sarebbe adeguato nemmeno uno schieramento di centrodestra a forte presenza cattolica, ma per i moderati italiani di allora, sempre alla ricerca di legittimazioni esterne, ciò era inevitabile.

Ovviamente che la Chiesa in Italia avesse bisogno di riforme era fuor di dubbio, che il pluralismo interno fortemente avesse dei problemi era altrettanto indubbio, che la Dc avesse gli anni contati altrettanto e che il cosiddetto cattolicesimo democratico si fosse spesso ridotto a formule ripetitive o che avesse talora difetti analoghi alle altre sinistre italiane era altrettanto vero. Il punto è che le direzioni intraprese furono complessivamente sbagliate ed infeconde, tant’è che la Chiesa italiana, che si voleva modello mondiale di presenza efficace, si presentò all’ultimo Conclave come modello da evitare. E’ da lì, da questa infecondità, che è partito lo smantellamento progressivo del ruinismo. Un’infecondità evidente se dopo decenni da protagonista assoluto, di scelte e di nomine, l’unico in grado di difendere in pubblico l’ultima applicazione del ruinismo, il centro che slitta sempre più a destra, sia il solo Ruini. Quando mancano gli eredi è il segno che, per quanto le radici potessero essere solide, la linfa non ha circolato. Per quanto possa essere declinato al futuro il successo dei nuovi leader di destra individuati come interlocutori, il ruinismo è passato.

 

Vicepresidente di Libertà Eguale e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma.
Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).

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