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La sinistra è contraria al presidenzialismo perché teme di perdere il controllo

Giovanni Cominelli domenica 28 Agosto 2022
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di Giovanni Cominelli

 

Accertato che la crisi di legittimazione dei partiti è una crisi istituzionale della democrazia, che non si affronta semplicemente per via ideologica o cambiando compulsivamente leadership; concluso che ri-profilare la forma-partito richiede un cambio dell’architettura istituzionale della Repubblica, occorre prendere atto che solo la Destra ci sta pensando. Lo fa muovendo dalla proposta dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica. La proposta è formulata in maniera confusa, perché mischia il modello francese con il sistema tedesco e altre indeterminazioni. Alla fine, non è affatto chiara e trasparente la relazione tra i vari istituti e poteri.

Ma questa inadeguatezza delle sue proposte funziona come alibi provvidenziale per la Sinistra, la quale o by-passa l’argomento, perché non se ne parla molto sui tram, o afferma che “bisogna puntare sul Parlamento”: il bicameralismo è divenuto pleonastico e ingestibile con la riduzione massiccia del numero dei deputati e dei senatori e perciò bisogna puntare da subito sulla differenziazione di funzione delle due Camere, orientando il Senato alle questioni regionali e riservando alle Camere riunite alcune decisioni fondamentali, quale il voto di fiducia al governo. In più, esperti costituzionalisti legati alla Sinistra ci ricordano ogni giorno che i modelli di presidenzialismo sono tanti e che ogni modello istituzionale adottabile richiede coerenza interna, così che, come sottolinea spesso Giuliano Amato, non basta cambiare una rotella dell’ingranaggio, occorre cambiare l’intero orologio. L’affermazione è tanto saggia quanto pigra, perché vi si intravede la volontà di non cambiare nulla.

Dal punto di vista di noi elettori, le cose stanno in termini più semplici. Non siamo mediamente così competenti da poter discutere di istituzioni migliori di quelle in uso. Quel che è certo – e che sta accadendo – è che i nostri margini di scelta elettorale si sono ulteriormente ridotti, visto che ci costringono a votare non una persona ben identificabile, ma un partito, sia perché i candidati sono messi in ordine di eleggibilità dalle liste corte e bloccate dei partiti sia perché i collegi uninominali sono così estesi – mediamente un bacino di 600 mila elettori – a seguito della riduzione dei deputati/senatori, che il candidato è per lo più un “milite ignoto” di partito. Chi lo vota, vota il partito che ha alle spalle.

Dal punto di vista della cuoca di Lenin o della casalinga di Voghera, cioè di noi elettori sempliciotti, basterebbero due cose: poter scegliere personalmente il proprio rappresentante e poter essere governati stabilmente per cinque anni da un solo governo, non da tre o quattro. Si tratta del minimo sindacale per chi deve affidare ad una persona le proprie istanze di interessi o di valori e pretenda di progettare il proprio futuro.

Fino al 1993, il sistema elettorale funzionava così: i partiti presentavano una lista di candidati, gli elettori ne sceglievano personalmente tre o due. Il sistema proporzionale aveva, tuttavia, due difetti: il primo era un’accentuata compravendita dei voti e quindi una corsa corruttiva ai finanziamenti illegali e illeciti dei partiti e dei singoli. Il secondo, favoriva la corporativizzazione sociale, l’aumento del debito pubblico, la frammentazione correntizia dei partiti e l’instabilità dei governi. Sì, perché i governi erano scelti non dall’elettore, a causa del sistema istituzionale, di cui quello elettorale era conseguenza e, insieme, conferma rafforzativa.

Si chiamava Prima repubblica. Fu abbattuta a furor di popolo. Ma non abbastanza. Perché, se i referendum del 1991/1993 ridussero a una le preferenze molteplici e introdussero il maggioritario per i Comuni e per il Senato, i partiti risposero con il Mattarellum, più correttamente definito, agli inizi, come Minotauro – testa di toro, corpo umano –  perché introduceva l’elezione diretta del 75% dei deputati, ma riservava il 25% alle liste di partito. Un piccolo mostro, per l’appunto!  Dopo il Porcellum e il Rosatellum, il mostro è diventato adulto: la riserva dei partiti è arrivata al 61%. Nella “Seconda” Repubblica i partiti hanno cambiato culture, leader, nomi, ma hanno ripreso il controllo del voto, senza dover più passare per le preferenze. Si può preferire solo un partito! Controllo totale!

Perché la Sinistra è contraria alla scelta diretta da parte degli elettori sia dei deputati/senatori con il sistema uninominale, a uno o a due turni, sia del Governo, quale che sia il nuovo modello costituzionale che si voglia adottare?

Per due ragioni, almeno.

La prima: l’elezione diretta da parte degli elettori, sia dei rappresentanti, sia del Governo, sottrae a tutti i partiti, compreso, dunque, il partito maggiore della Sinistra, il potere di scegliere rappresentanti e governo. Un intero ceto politico che campa da decenni di governo, di apparati, di nomine verrebbe mandato a casa.

La seconda ragione è più ideologica, solo sussurrata e poco confessata: il popolo, lasciato a se stesso, senza guida, senza filtri, può diventare pericoloso per la democrazia. Scatta qui la “reductio ad Hitlerum”: il popolo è capace di scegliere democraticamente il nazismo. E’ accaduto il 5 marzo del 1933, quando Hitler ebbe il 43% dei voti e può ri-accadere. Perciò, meglio non avventurarsi sulla strada dell’elezione diretta del governo, sia esso all’americana o alla francese. I politici della sinistra, vedi Letta, operano qui una “reductio” più leggera: quella “ad Benitum”. Che questa ossessione del primato dei partiti nell’assetto della Repubblica sia stata condivisa dal PCI e dalla DC – il povero Craxi, che voleva la Grande riforma negli anni ’80, fu bollato come “un pericolo per la democrazia” come una Meloni qualsiasi – ha, quantomeno, una precisa spiegazione/giustificazione storica. Ma che i loro estenuati epigoni ripropongano “la paura di Benito” non c’entra più nulla con la Storia, testimonia soltanto dell’ “horror vacui” conseguente all’eventuale perdita del  potere.

Restava un filone di elaborazione avanzata, proveniente dal mondo cattolico, quello di Scoppola-Ruffilli. Un filone di speranza di cambiamento. I suoi pavidi discepoli ora si aggirano severamente con la matita rossa attorno al progetto presidenziale della destra, ma non hanno il coraggio di proporne uno loro, coerente con quel filone di pensiero.

Forse ha ragione Sergio Fabbrini, quando si chiede: se i cittadini pensano all’immediato, se i partiti solo a se stessi, i docenti, i giornalisti, gli opinion-maker, gli imprenditori, i sindacalisti, gli intellettuali di varia caratura – insomma, la cosiddetta società civile riflessiva – perché non esprimono una propria autonomia critica di giudizio? Forse perché condividono le medesime ossessioni dei partiti-oligarchia?

Eppure, diceva Vaclav Havel –  citato non senza malizia da Mario Draghi al Meeting di Rimini – “libertà e democrazia richiedono partecipazione e pertanto responsabilità da tutti noi”. Che questo sistema elettorale e che questo sistema istituzionale scoraggino la partecipazione personale e la conseguente assunzione di responsabilità è l’enorme scandalo della nostra sempre più fragile democrazia.

 

Editoriale da santalessandro.org, sabato 27 agosto 2022

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