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M5S? No, grazie. Minniti contro tutti i populismi

Vittorio Ferla mercoledì 31 ottobre 2018
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di Vittorio Ferla

 

Ieri Marco Minniti, rivolgendosi ai ‘dissidenti’ dalle colonne di Democratica, ha ammonito: bisogna essere “meno ingenui verso la natura del Movimento Cinque Stelle, che con la Lega condivide un disegno autoritario e isolazionistico certificato da un’infinità di scelte e posizioni comuni”.

 

Tra Lega e M5S

Per Minniti, “dentro la coalizione (e dunque tra Lega e M5s), non vi è una una destra e una sinistra”. Questa affermazione fa cadere una delle ingenuità cognitive della sinistra conservatrice: quella per cui il M5S sarebbe un pezzo di sinistra in libera uscita che bisogna tentare di recuperare a più miti consigli (e a più coerenti alleanze). Non è così. Il M5S è parte attiva e protagonista di quel vasto movimento populista che in tutta Europa ha sposato metodi di natura illiberale, politiche di chiusura nazionale e obiettivi di conservazione. Non è importante che questo populismo manifesti caratteri di sinistra per la proclamata attenzione al ‘popolo’, agli ‘ultimi’, ai ‘poveri’. Resta pur sempre populismo, espressione delle pulsioni più retrive e pericolose per la tenuta della democrazia rappresentativa, per la stabilità dei conti pubblici del nostro paese, per la crescita dell’economia italiana, per il rispetto dei diritti umani fondamentali, per la sopravvivenza della comune patria europea.

 

Governo gialloverde: una responsabilità condivisa

La seconda precisazione di Minniti è questa: “non c’è una parte politica da liberare da una prigionia inflitta da un’altra parte politica”. In altri termini, ancora una volta, non è possibile distinguere le responsabilità dei due alleati dell’attuale governo. La distinzione tra una parte cattiva – la Lega di Salvini – e una parte buona – il M5S di Di Maio – è una ingenuità. O, meglio, un calcolo sbagliato, un tatticismo insulso. Il contratto di governo è uno. La manovra è una. La responsabilità politica delle due parti è condivisa. Il fatto che il M5S possa essere percepito ‘di sinistra’ da una certa parte del Partito democratico non lo libera dal peso di politiche scriteriate. Né il populismo di sinistra dei grillini può considerarsi un partner sensato per una strategia riformista moderna. Ammesso che il M5S venisse ‘liberato’ dalla prigionia leghista ci sarebbe ben poco da spartire con lo statalismo assistenziale, la sempliciotta fiducia nella spesa pubblica indiscriminata, il pauperismo antiliberale, il sospetto verso l’impresa, la concorrenza e lo sviluppo messi in campo dai grillini in questi mesi.

 

Il rischio di un Pd subalterno

Aggiunge Minniti: “Tra l’altro, alimentare l’idea di una sorta di bipolarismo tra Lega e Cinque Stelle rischia di essere una mossa autolesionista, perché da quel bipolarismo il Pd sarebbe escluso in partenza o quanto meno ridotto ad un ruolo del tutto subalterno”. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro. Sul piano della tattica, pensare di divaricare i Cinquestelle dalla Lega per allearsi con i primi significa consegnarsi alla subalternità perenne in un bipolarismo tra due populismi. Non si può ridurre il Partito democratico ad un partito a vocazione minoritaria, alleato minore dei populisti di sinistra. Lo scenario sarebbe questo: un partito identitario e velleitario all’inseguimento del sogno della grande alleanza di sinistra – magari sul modello spagnolo – ma chiuso nel suo piccolo mondo antico, destinato a soccombere di fronte alle assurde pretese di un alleato politicamente squinternato. Altro che ‘campo largo’ della sinistra: sarebbe semmai un populismo di sinistra un po’ più ampio, magari senza eccessi xenofobi, ma con una chiara impronta regressiva e antimoderna.

 

Democratici vs populisti

La prospettiva è completamente diversa. “Il nemico è il nazionalpopulismo e non si rinuncia al nome democratico”, spiega Minniti nel corso della trasmissione Carta Bianca con Bianca Belinguer: “l’idea del 2007 è stata vincente e va proseguita”. In altri termini, con Minniti, il Partito democratico non rinnega bensì rilancia il discorso del Lingotto (mentre la sinistra interna ha già fatto abiura e – cosa abbastanza singolare – sembra averla fatta anche l’autore di quel discorso) né rinnega bensì rilancia il percorso riformista avviato dai recenti governi (del quale per fortuna, almeno lui, Ministro protagonista, non si pente). In sostanza, il Partito democratico non deve e non può rinunciare alla sua identità riformista e liberaldemocratica né alla sua vocazione maggioritaria in una democrazia dell’alternanza, ovviamente aggiornate e ripensate nel nuovo contesto.

 

Verso le elezioni europee

A questo ultimo proposito, il bipolarismo che Minniti intravvede è quello da tempo fotografato in campo accademico da Sergio Fabbrini (e ripreso nel volume Riformisti, realizzato da Libertà Eguale): da una parte, i democratici, che sono anche europeisti e progressisti; dall’altra parte, i nazionalpopulisti – di destra e di sinistra – contrari all’Europa, alla crescita e all’innovazione. Le elezioni europee di maggio saranno l’arena nella quale si svolgerà questo conflitto.

Ma il turno preliminare, in Italia, si giocherà prima, a febbraio, nel corso del congresso del Partito democratico.

 

 

 

Giornalista, blogger per ‘Linkiesta’, si è occupato di trasparenza e comunicazione presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio.
Direttore responsabile di Labsus.org, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci.
Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Il Riformista, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa”, Rubbettino 2018

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1 Commenti

  1. Faustina venerdì 2 novembre 2018

    Se quanto è scritto nell’articolo corrisponde fedelmente alle idee di Minniti
    ho già scelto il mio segretario.

    Rispondi

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