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Mattarella, missione riuscita: il Presidente evita il peggio

Giorgio Tonini venerdì 1 giugno 2018
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di Giorgio Tonini

 

Mattarella è uscito sorridente a salutare e ringraziare i giornalisti. Immagino che il presidente andrà a dormire sereno questa sera (l’articolo è tratto dal post del 31 maggio, ndr). Ha fatto un capolavoro. Con la pazienza e la lucidità di un artificiere, ha disinnescato una bomba che avrebbe potuto risultare disastrosa per l’Italia e per l’Europa. Lo ha fatto tenendo fermi tutti e due i valori che erano in gioco: da un lato il voto del 4 marzo, che chiedeva una forte discontinuità politica e di governo, dall’altro la salvaguardia di beni comuni primari del popolo italiano, come l’equilibrio della finanza pubblica e la sicurezza dei risparmi e degli investimenti, delle famiglie e delle imprese.

 

Mattarella ha accettato e vinto la sfida

Mattarella è riuscito nella missione, che tanti definivano impossibile, di convincere Di Maio e perfino Salvini ad accettare la sfida di rendere il loro ambizioso, per non dire temerario, programma economico e sociale, compatibile con la tenuta dei conti pubblici. Per ottenere questo risultato, Mattarella ha dovuto, in un passaggio drammatico, piantare un paletto invalicabile: la quadratura del cerchio, tra programma e conti pubblici, non può essere ricercata mettendo in discussione l’appartenenza dell’Italia alla moneta unica e all’Unione europea. Non solo e non tanto per ragioni storico-politiche, che pure hanno il loro peso nella identità di una nazione, identità unitaria che il presidente è chiamato a promuovere e difendere da chiunque, anche da una maggioranza parlamentare, perché si tratta di beni indisponibili, quanto per il pericolo, grave e imminente, che avrebbero fatto correre ai redditi e ai patrimoni degli italiani, come le tensioni sullo spread dei titoli pubblici e sulla borsa si sono incaricati di dimostrare nei giorni scorsi. La quadratura del cerchio andrà dunque ricercata, da parte del nuovo governo, in una gestione oculata dei conti (e la scelta del ministro dell’Economia, insieme alle dichiarazioni del presidente Conte, dovrebbe dare garanzie in proposito), e certo anche in una revisione degli indirizzi di politica economica prevalenti a livello europeo, anche grazie ad una riforma della governance dell’Eurozona.

 

Moavero Milanesi è una garanzia

La scelta di un europeista convinto, esperto e riformista, come Moavero Milanesi, per la guida della nostra politica estera, lascia pensare e sperare in un rapido rientro in scena dell’Italia, a fianco della Francia di Macron, in una interlocuzione costruttiva ma serrata con la Germania della signora Merkel. Francia e Italia insieme possono trovare la forza di bilanciare la Germania e aprire una fase nuova per l’Europa.
Non è detto che lo schema Mattarella funzioni. Può succedere che una o entrambe le forze politiche che compongono la maggioranza di governo senta presto il richiamo della foresta e cerchi un pretesto per far saltare il banco. Ma è comunque un fatto positivo che l’energia sprigionata dal risultato elettorale, che avrebbe potuto abbattersi sul paese in modo cieco e distruttivo, sia stata canalizzata verso obiettivi, almeno in parte e nel loro complesso, costruttivi per il paese.

 

Il ruolo del Partito Democratico

Il Pd, a mio avviso commettendo un errore, ha preferito chiamarsi fuori dal confronto e lasciare al solo Mattarella il compito di disinnescare la bomba. Mi auguro che abbia ora la lungimiranza di condurre una battaglia di opposizione costruttiva, propositiva e selettiva. Che assuma come suo, senza regalarlo per intero a Lega e Cinquestelle, il messaggio di stanchezza, fatica, rabbia, frustrazione, emerso dal voto e aiuti e incalzi il governo a mediarlo con la fragilità dei nostri conti e con la ricerca di nuovi equilibri in Europa. È solo da una posizione come questa, certo non da un revanscismo fazioso e schematico, che i democratici potranno tornare ad essere ancora utili al paese.

Componente della Presidenza di Libertà Eguale.
Senatore dal 2001 al 2018, è stato vicepresidente del gruppo del Partito democratico in Senato, presidente della Commissione Bilancio e membro della segreteria nazionale del Pd.
E’ stato presidente nazionale della Fuci, sindacalista della Cisl, coordinatore politico dei Cristiano sociali e dirigente dei Democratici di Sinistra.
Tra gli estensori del “Manifesto per il Pd”, durante la segreteria di Walter Veltroni è stato responsabile economico e poi della formazione del partito.

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