LibertàEguale

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di Elisabetta Corasaniti

Mentre i populisti euroscettici si uniscono in vista delle elezioni europee nel tentativo di trasformarli in un referendum sull’esistenza stessa dell’UE, gran parte della società civile chiede ora alle forze progressiste di riunirsi per difendere il futuro della democrazia.

Dopo la crisi finanziaria globale, gli elettori in Europa non si identificano più con i partiti tradizionali di centrosinistra e centrodestra nello stesso modo in cui erano soliti farlo. Gli elettori sono sempre più preoccupati dell’identità nazionale da difendere contro l’Europa.

In questo scenario, i partiti di ‘sinistra’ dibattono ancora alla ricerca della propria collocazione. Sostenuti da idee vecchie e da benpensanti avversi al cambiamento, non riescono ad offrire agli elettori restii un’alternativa radicalmente pragmatica alle panacee populiste.

La grande domanda ora è: il Pd italiano è in grado di offrire un contrappeso audace e progressista al populismo?

L’ascesa del populismo, per lo più orientata verso destra, è il più rilevante sviluppo politico europeo del XXI secolo.  Il risultato è la fine del duopolio  “centrosinistra / centrodestra” che ha dominato la politica europea dalla fine della seconda guerra mondiale. Il sistema partitico in tutta Europa è frammentato ed orientato in senso estremista. Inoltre, l’ascesa del populismo ha aperto la porta ad una maggiore influenza russa in tutta Europa.

Inizialmente, molti analisti ritenevano che l’ascesa del populismo riflettesse principalmente il disagio economico creato dal protrarsi della recessione.

Ora, nonostante la ripresa economica, l’ondata populista è proseguita.

È evidente che il populismo trae forza dall’opposizione pubblica all’immigrazione di massa, alla liberalizzazione culturale e alla resa percepita della sovranità nazionale verso organismi internazionali distanti e insensibili. Se gli argomenti economici avessero determinato l’esito del voto sulla Brexit, la Gran Bretagna sarebbe rimasta nell’UE. Se la crescita economica fosse stata decisiva in Polonia (che godeva del più rapido tasso di crescita in Europa tra il 1989 e il 2015) il partito populista non sarebbe mai diventato la forza politica dominante del paese.

L’ascesa del sentimento anti-immigrazione e anti-UE, che ha spostato l’equilibrio politico in Europa, potrebbe avere gravi conseguenze per la stessa democrazia liberale.

L’ascesa della destra populista ha coinciso con una resa nei conti nel centrosinistra.

Come è evidente in Italia, le élite dominanti si riconoscono non per quello in cui credono, ma in quello che respingono.

Combattere i problemi contemporanei della democrazia richiede quindi di trovare modi per rendere le istituzioni politiche tradizionali più sensibili a una più ampia gamma di cittadini, piuttosto che un semplice sottoinsieme di essi.

“Tra Macron e Le Pen non ho dubbi da che parte stare”

“Se la sinistra europea è Melenchon o se è rincorrere Corbyn, allora io non sono la sinistra europea”. Lo ha detto Matteo Renzi a Salsomaggiore. “Macron non è il nostro avversario ma il nostro principale alleato contro i populisti e i nazionalisti e lo voglio dire alle anime belle della sinistra: io tra Macron e Le Pen, non ho dubbi da che parte stare”.
Di fronte a questo scenario, Emmanuel Macron da tempo sta cercando di serrare le fila dei progressisti per difendere quei valori di unità europea che sono alla base dell’Unione.
Soddisfare la promessa del cambiamento non sarà facile. Come in Italia, la Francia rimane profondamente divisa tra coloro che favoriscono una società liberale e aperta e coloro che cercano politiche e confini chiusi, tra sostenitori dell’integrazione europea (e globale) e sostenitori del nazionalismo e del protezionismo.

Macron è un improbabile rivoluzionario, l’insider come outsider. Prima di rompere con i socialisti, fondando il proprio partito, è stato banchiere ed ex ministro dell’economia di Hollande. Filosoficamente, potrebbe essere descritto come un liberale (in senso europeo) con una coscienza sociale. I politici a cui assomiglia di più sono i “modernizzatori” della terza via, Bill Clinton e Tony Blair. Il signor Macron ha fatto un’impresa incredibile: ha creato un movimento politico e ha vinto le elezioni presidenziali in meno di un anno.

Macron, rifiutando di definire il suo partito come a sinistra o a destra, attirò quelli che erano stati respinti dalla politica dottrinaria. Impostandolo come un “movimento dei cittadini”, con comitati locali semi-autonomi, si è assicurato il sostegno popolare per la sua incursione politica alle scorse elezioni.

Renzi e Macron condividono parecchie cose: sono coetanei e di sinistra ma di quella sinistra liberale che è stata spazzata via quasi ovunque dalla destra di governo, dal populismo e da una sinistra  che si diverte a perdere le elezioni.

Gran parte della sinistra non li considera di sinistra: il primo nemico di Macron in Francia è proprio Jean-Luc Mélenchon. In Italia, invece,  il partito democratico è stato il principale nemico dell’ex premier.

Parlare un linguaggio condiviso 

Quando nel 2014, Renzi riuscì a superare da solo la soglia del 40%, ottenne i voti  di una buona parte di elettorato moderato, liberale e centrista che mai avrebbe votato a sinistra (e che mai voterà se fosse di nuovo guidata dai soliti ex comunisti o dai loro surreali epigoni).

Se vogliamo che i cittadini riconoscano il valore della democrazia liberale, occorre dimostrare che la politica progressista può parlare un linguaggio condiviso.
Parlare un linguaggio condiviso significa prendere voti dalla sinistra moderata e dalla destra moderata, respingendo l’estremismo di Salvini, il populismo a 5stelle e il più antico populismo di sinistra. Invece di cedere terreno ai populisti arrabbiati, promuoviamo riforme economiche strutturali ed europeiste.
Proposte già avviate da Renzi: l’apertura di un tavolo che riscriva le regole di un sistema politico e istituzionale moderno è l’unica via percorribile contro chi preferisce il protrarsi di una continua ed inefficace campagna elettorale.
Vent’anni di attesa di riforme costituzionali, istituzionali e poi economiche e sociali.
Annunciate, proclamate. Oppure eluse o deluse.
Che cosa deve fare ora Renzi?
Uscire dal Pd? Rimanere con la necessità di non lasciarsi logorare dai sabotaggi del suo partito? Come affrontare gli avversari interni, gli ultimi epigoni di un mondo che non c’è più?

Recuperiamo la capacità di decidere nel tempo della velocità. Decidere, per rendere meno insopportabile i tempi immutabili della politica italiana.

Aspirante giurista riformista, pianista e lettrice compulsiva. Tra Beethoven, Rachmaninov, Baricco, Kundera, Mortati e Smend, sono la mamma di Laura.

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