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Quando la politica è scontro sul senso comune

Antonio Preiti sabato 9 marzo 2019
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di Antonio Preiti

 

Il Movimento 5 Stelle sembra aver perso la sintonia sentimentale con il Paese. Anche se le competizioni regionali non sono il terreno ideale e le elezioni di “mezzo termine” non favoriscano i governi, tuttavia qualcosa di importante è successo: questo movimento, che un anno fa sembrava rispecchiare il Paese, adesso appare come un mondo a parte, distinto e distante dal senso comune collettivo.

Affrontiamo la questione all’apparenza molto semplice, ma in realtà molto complessa, del rapporto tra l’offerta politica e il senso comune, dove “senso comune” è il modo per indicare ciò che la gente sente a pelle, senza pensarci. Quello a cui assistiamo è lo scontro tra il senso comune prevalente all’interno del Movimento 5 Stelle e il senso comune prevalente nel Paese. Andiamo con ordine, però.

Ogni leader, movimento e partito consapevolmente o meno, presenta un distillato di visione del mondo, idee generali, proposte, che vuol far diventare senso comune collettivo. Una volta era l’ideologia, perciò razionalità, dati, convinzione, impianto culturale. Adesso è sintonia con i sentimenti, condivisione delle paure e delle speranze. Qualcosa che rende la stessa politica meno afferrabile, ma non per questo meno esatta. Capire i sentimenti è più difficile che capire le ideologie, ma si può fare.

Come in una sinfonia, in certi momenti prevalgono alcune note e alcuni motivi e poi ne succedono altri, questo fluire e rifluire delle sensazioni su ciò che in un determinato momento è più importante, necessario, urgente per la società, crea il senso comune.

Entriamo nel merito delle cose. Lo scorso anno il senso comune percepito poteva così essere sintetizzato: siamo un Paese che è cresciuto in un certo modo, adesso abbiamo cambiamenti di tutti i tipi che ci mettono a disagio (immigrazione, globalizzazione, ecc.), però non abbiamo nulla da correggere, semmai ritornare a quel che eravamo. I colpevoli di tutto sono i politici corrotti insieme a tutta la classe dirigente.

Questo, brutalmente, era il senso comune prevalente, innato o indotto non importa. A questo si è incollata una proposta politica che sostanzialmente diceva: andrebbe tutto bene (senza menzionare i colossali cambiamenti nell’economia e nella società) se ci fossero politici onesti. La domanda di onestà è una opzione che teoricamente ha il totale dei consensi: persino i disonesti vorrebbero più onestà nei campi dove non esercitano la loro “qualità”.

Una volta fatto il governo, è scattata l’urgenza di affermare un altro senso comune, quello interno al Movimento. A questo punto sono scattati pensieri, parole e azioni che hanno creato l’asimmetria. Sicuramente nel senso comune prevalente degli Italiani la Tav si deve fare (lo dicono tutti i sondaggi), lo sviluppo economico è considerato un vantaggio (anzi, una necessità) e non un pericolo; i vaccini sono percepiti come benvenuti, non come un inganno. Il Movimento ha perciò sovrapposto il suo senso comune (quello della propria tribù) a quello del Paese e quello del Paese sta travolgendo quello della tribù.

Opposto è il meccanismo della Lega: il suo senso comune mantiene la sintonia con il senso comune prevalente nel Paese, perché rispecchia le questioni identitarie che nascono dall’immigrazione. La Lega ha spostato il suo baricentro dall’asse destra/sinistra al nuovo asse delle identità locale/globale. Il contrasto all’immigrazione si è riempito di tradizionalismo, di difesa dello stile di vita italiano, della famiglia, della religione popolare (anche in aperto contrasto con le gerarchie vaticane), persino di restauro dell’autorità paterna.

Il senso comune della Lega è diventato qualcosa che si collega alla componente più emotiva del discorso politico. Se il voto è il momento in cui ogni persona esprime la propria visione del mondo (consapevolmente o meno), ecco allora che la proposta della Lega si presenta con un senso alternativo al globalismo.

L’argomento della sovranità è incandescente. Dal punto di vista razionale è sicuro che un popolo è sovrano quando riesce a intervenire sul corso delle cose: uniti nell’Europa abbiamo possibilità di influenzare la globalizzazione; da soli, rappresentando l’1,8 % dell’economia mondiale, è più facile diventare uno “sportello” dei grandi player globali (la Cina, la Russia, i quattro giganti di internet, ecc.) senza nessuna capacità di difendere effettivamente la nostra sovranità. Questo è un fatto razionale, effettivo, dimostrabile.

Ma essere “padroni a casa propria” ha un senso più emotivo, perché indica che possiamo conservare il nostro modo di vivere, i nostri vicini di casa, i nostri riti. Muove di più l’animo conservare la nostra identità che elevare il nostro “soft power” negli incastri della diplomazia e della politica.

D’altro canto, se concepiamo l’Europa solo come uno spazio economico, solo come un insieme di regole che neppure intaccano le politiche fiscali dei singoli stati, senza darle un senso identitario (l’Europa è tale perché ha dato al mondo una civiltà, che noi conosciamo come Occidentale, una civiltà basata sulla ragione, sul diritto e su una religione, quella cristiana) viene meno la sua ragion d’essere. Concepire l’Europa come un contenitore senza contenuto è un’assurdità e, soprattutto, non ha nessuna possibilità di vincere sul piano identitario rispetto allo Stato nazionale.

Nella lotta per l’egemonia tra i due sensi comuni: quello globalista e quello localista, oggi è il secondo a vincere, perché ha una forza interiore più grande. A meno che non si avvii un ripensamento generale di come la parte progressista ha finora considerato le questioni relative all’identità. Il progressismo può certo ottenere vittorie politiche parziali per evidente insipienza di una componente del populismo, ma non conquisterà il senso comune collettivo prevalente.

Ecco allora alcuni temi utili all’evoluzione del pensiero progressista: l’identità nazionale e i confini non sono “di destra”, ma è semplicemente il modo di essere di qualunque civiltà. I confini sono fatti per essere attraversati, spostati, per avere relazioni con “l’altro”, ma non ha senso cancellarli.

Un altro tema è la tecnica e la scienza che per loro natura non prevedono il libero arbitrio: perciò di esercitare la qualità umana per eccellenza, quella di dirimere e scegliere tra il bene e il male. Possiamo affermare che qualunque cosa tecnicamente possibile è solo per questo anche accettabile? Se la scienza, grazie all’intelligenza artificiale, definisce i comportamenti ottimizzanti, allora dovranno essere gli unici possibili? La scienza è la nuova religione?

Altro tema oggi dirimente: conservare uno stile di vita ha una legittimazione inferiore rispetto a cambiarlo? Chi ha detto che il mondo debba essere tutto uguale? Chi stabilisce il confine fra superstizione e convinzione?

Ancora un altro tema: se accettiamo la piena competizione internazionale, come facciamo a fermare la concorrenza dei paesi che non hanno il welfare, cioè non danno pensioni, previdenza e assistenza ai loro lavoratori, perciò producono a prezzi più bassi, così logorando alla radice anche il welfare dei paesi europei?

È tutto l’insieme del progressismo che si deve interrogare sulle ragioni per cui in meno di tre anni quelle che erano concezioni indiscutibili, oggi sono diventate discutibilissime e quasi messe all’indice. Una nuova visione che dia soluzione a questi problemi, o almeno che ne indichi la direzione, permetterà al mondo progressista di costruire un suo senso comune con cui conquistare il consenso. Sono da trovare le nuove note che cambino il tono della sinfonia. Problema non facile, ma è l’unico davvero necessario.

Economista, è membro del Consiglio di amministrazione dell’Enit. È cresciuto al Censis, ha lavorato per Luiss management, Università di Bolzano, Agenzia del turismo di Firenze, Comune di Firenze, Banca Imi e altri ancora. Blogger per Huffington Post, collabora con il Corriere della Sera. Svolge professionalmente di studi e ricerche per Sociometrica. Twitter @apreiti

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