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di Andrea Romano

 

Se l’avversario è il radicalismo sovranista, con il suo carico di isolazionismo aggressivo, il ruolo delle idee liberali diventa fondamentale.

 

La larga vittoria di Nicola Zingaretti alle primarie ha spinto alcuni osservatori a immaginare una sorta di regressione del Partito Democratico su posizioni classicamente socialdemocratiche, come se fossimo in presenza del replay di una stagione vissuta (e superata) circa vent’anni fa.

 

I rischi della vocazione reducista

Per carità: la tentazione di resuscitare le stagioni più vivaci della giovinezza è del tutto comprensibile per chi ha abbondantemente superato la quarantina (ed è il caso di chi scrive). Così come lo è la vocazione un po’ reducistica a leggere tutto con gli schemi che abbiamo tranquillamente usato per decenni. Ma forse lo schema del replay non ci aiuta a comprendere quanto abbiamo di fronte, al netto dell’insufficienza del pregiudizio come metro di valutazione politica: perché in fin dei conti saranno i fatti a dirci se la leadership di Zingaretti sarà più o meno classicamente socialdemocratica, mentre nel frattempo la realtà ci pone domande che non possono essere eluse con un’alzata di spalle.

 

Il ruolo della sinistra liberale

Uno di questi interrogativi riguarda il ruolo della cosiddetta “sinistra liberale” dentro la fase politica che si è aperta da qualche anno in gran parte del mondo occidentale. Ovvero: quale peso devono avere oggi – e come possono essere usati – gli argomenti di quella parte della sinistra che guarda con particolare attenzione alle ragioni della crescita economica, alla centralità del mercato e della concorrenza, all’urgenza di una riduzione della pressione fiscale sul lavoro e sull’impresa, alla liberazione delle energie positive represse da vari tipi di corporativismi e rendite di posizione?

E’ un tema che non riguarda solo l’Italia (se guardiamo all’esempio del Labour britannico o dei Democratici statunitensi, dove ormai da anni questo tipo di discussione si svolge dentro partiti egemonizzati da leadership di sinistra-sinistra) e che non si esaurisce dentro le chiuse stanze della sinistra ma chiama in causa il profilo dell’avversario politico e quindi le profonde trasformazioni avvenute nella destra occidentale.

 

L’egemonia del radicalismo populista

L’egemonia del radicalismo populista sulla destra occidentale è un fatto che ha preceduto la creazione in Italia del governo gialloverde. E la stessa trasformazione del nostro paese nel primo grande laboratorio europeo del sovranismo è venuta dopo una svolta politico-culturale che prima di noi ha interessato con vari gradi di pervasività la destra negli Stati Uniti, in Europa orientale, in Gran Bretagna e nella stessa Francia. Si può affermare che ovunque, tranne poche eccezioni di grande autorevolezza ma di impatto limitato (come la CDU in Germania), la destra europea e occidentale sia entrata nella stagione dell’egemonia sovranista espellendo (almeno per ora) gli elementi liberisti.

 

La leadership progressista-liberale

Cosa c’entra il nuovo profilo della destra con il ruolo che la sinistra liberale potrà avere nel campo più largo delle forze progressiste? C’entra eccome, se ricordiamo lo schema della “triangolazione” grazie al quale in grandi paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Italia il timone delle agende politiche è stato assunto da leadership di orientamento progressista-liberale. Quello schema prevedeva che per puntare al governo, e dunque alla realizzazione concreta delle proprie aspirazioni di cambiamento, la sinistra assumesse dal bagaglio più “classico” del liberismo economico alcuni elementi più funzionali all’orizzonte della crescita economica (come la riduzione della pressione fiscale e la centralità della concorrenza), distanziandosi sia dal tradizionale binomio “tassazione + spesa pubblica” della sinistra socialdemocratica sia dalle versioni più radicali della destra.

 

Il nuovo profilo della destra

Con il compimento dell’egemonia sovranista sulla destra occidentale questo schema ha perso una delle sue sponde, perché è solo con un enorme sforzo di fantasia che si possono attribuire alla tribù di Salvini, Orban e Le Pen le fattezze di quella destra thatcheriana-reaganiana che ha dominato il pensiero conservatore dagli anni Ottanta fino a questo decennio. Ed è da qui, dal nuovo profilo assunto dalla destra, che deriva il ruolo della sinistra liberale dentro il nuovo bipolarismo tra progressisti e conservatori che si annuncia anche per il nostro paese (come ci raccontano le elezioni in Abruzzo e Sardegna e come ci confermeranno le elezioni europee).

 

L’importanza delle idee liberali

Perché se l’avversario è il radicalismo sovranista, con il suo carico di isolazionismo aggressivo e di minaccia alle fondamenta delle nostre comunità democratiche, il ruolo delle idee liberali diventa fondamentale dentro il campo più largo dei partiti progressisti: anche quando le loro leadership appaiono (sulla carta) più lontane dalle stagioni segnate dai successi della “triangolazione”.

Un serbatoio di idee decisivo sia per vincere la partita del consenso che si è già aperta in Occidente sia per evitare che le grandi famiglie della sinistra occidentale cedano all’illusoria tentazione di un passato che non tornerà.

 

(Pubblicato su Democratica l’11 marzo 2019)

Deputato del PD, direttore di Democratica, consulente di Marsilio editori e (in aspettativa) professore di Storia contemporanea all’Università di Roma Tor Vergata.
in passato ha diretto Italia Futura e Italianieuropei, ha coordinato la saggistica per la Giulio Einaudi editori, ha scritto per Il Riformista, la Stampa, il Sole 24 Ore, Panorama.
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