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Dialogo con i Cinquestelle? Solo se l’Europa è al centro

Giorgio Tonini venerdì 27 aprile 2018
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di Giorgio Tonini

 

È urgente che l’Italia affianchi Macron nella pressione negoziale sui tedeschi e i nordici, in vista della riforma dell’Eurozona. Se questo fosse il livello di ambizione messo in campo, varrebbe la pena di correre il rischio di dar vita ad un governo, perfino con i grillini

 

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C’è qualcosa che manca, in questa lunga e confusa fase post-elettorale: non si vede la più pallida traccia di reale confronto su cosa si pensa e si vuole fare per l’Italia. La principale responsabilità di questo vuoto di idee e di proposte è del Movimento Cinquestelle, che sembra avere un solo obiettivo, politico e programmatico: portare Luigi Di Maio a Palazzo Chigi.

 

Per i grillini quella sembra essere l’unica “variabile indipendente”, su tutto il resto si può trattare. Si può perfino teorizzare la possibilità di allearsi indifferentemente col partito più antieuropeo, sovranista, lepenista e putiniano, la Lega di Salvini, o invece col Partito democratico, che ha fatto delle discriminanti degasperiane, a cominciare dall’europeismo e dall’atlantismo, un motivo identitario. “Franza o Spagna, purché se magna”, si diceva un tempo: solo gli estremisti del moralismo possono essere capaci di tanto cinismo.

 

Va da sé, che se da parte del M5s si vuole davvero rendere possibile un confronto col Pd, questa fase surreale va dichiarata chiusa e per sempre. Al suo posto, va aperta una fase nuova, che faccia i conti in modo serio con i problemi del paese, per come li ha squadernati il voto del 4 marzo scorso.

 

Mettiamola così, per andare all’osso. L’Italia è il paese europeo col debito più alto e la crescita più bassa, a loro volta fattori di elevata disoccupazione e forti diseguaglianze. In questi anni, i governi guidati dal Pd hanno stabilizzato il debito, grazie ad un avanzo primario (l’1,9 per cento nel 2017) significativo e tuttavia compatibile con una ripresa della crescita e dell’occupazione. Il “sentiero stretto”, più volte evocato dal ministro Padoan, ha prodotto questi importanti risultati. Il Pd si è presentato agli elettori proponendo in sostanza una prosecuzione del cammino lungo questa strada, stretta e lenta, ma sicura. Sennonché, gli italiani hanno fragorosamente bocciato la nostra proposta e hanno premiato al Nord la Lega e al Sud i Cinquestelle. Al Nord, dove prevalgono i ceti che vivono del mercato, hanno chiesto meno tasse; al Sud, dove prevalgono quanti vivono di spesa pubblica, hanno chiesto più assistenza. Sia il Nord che il Sud hanno dunque chiesto, sia pure in modi diversi, l’azzeramento dell’avanzo primario e di conseguenza l’abbandono dell’obiettivo della riduzione del debito. Un effetto tragico, che moltiplicherebbe i suoi effetti nefasti nel caso si pensasse di sommare la riduzione delle tasse con l’aumento della spesa assistenziale.

 

Lo stallo politico nella costruzione di una maggioranza in grado di sostenere un governo nasce dunque anche, se non soprattutto, da questo stallo programmatico. Lega e Cinquestelle hanno fatto il pieno di voti su due linee parallele, che vanno nella stessa direzione, ma non possono incontrarsi senza determinare una situazione ingestibile per il paese. Non solo: il M5s sembra cominciare a capire che non può esserci una risposta sovranista e antieuropea al disagio espresso dalla società italiana nel voto del 4 marzo. Perché sul piano strettamente nazionale il rebus italiano è semplicemente senza soluzione: l’unica via per rendere compatibile la riduzione del debito con una crescita almeno moderata è il “sentiero stretto” seguito dai governi del Pd. Ma quella via è stata bocciata dagli elettori. E dunque?

 

E dunque non ci resta che l’Europa. L’unica via d’uscita dallo stallo è quella proposta da Macron: solo se si accende un potente motore europeo della crescita e dell’occupazione (la capacità di bilancio dell’Eurozona), sarà possibile per l’Italia (come per altri versi per la Francia) uscire dal debito in modo socialmente e politicamente sostenibile. Dunque è necessario e urgente che l’Italia torni in campo in Europa e affianchi Macron nella pressione negoziale sui tedeschi e i nordici, in vista della riforma dell’Eurozona.

 

Se questo fosse il livello di ambizione messo in campo, e solo in questo caso, varrebbe la pena di correre il rischio di dar vita ad un governo, perfino col M5s.

Componente della Presidenza di Libertà Eguale.
Senatore dal 2001 al 2018, è stato vicepresidente del gruppo del Partito democratico in Senato, presidente della Commissione Bilancio e membro della segreteria nazionale del Pd.
E’ stato presidente nazionale della Fuci, sindacalista della Cisl, coordinatore politico dei Cristiano sociali e dirigente dei Democratici di Sinistra.
Tra gli estensori del “Manifesto per il Pd”, durante la segreteria di Walter Veltroni è stato responsabile economico e poi della formazione del partito.

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