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E il M5S va in soccorso di Orban

Stefano Ceccanti mercoledì 26 settembre 2018
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di Stefano Ceccanti

 

Intervento in Aula sul caso Orban/Ungheria

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il collega Stefano Ceccanti. Ne ha facoltà.

STEFANO CECCANTI (PD). Grazie, Presidente. Io sono un po’ sconcertato di questi due interventi degli esponenti della maggioranza; capisco che loro hanno il problema di dover conciliare l’inconciliabile, cioè la Lega che ha votato contro la risoluzione del Parlamento europeo, con i suoi motivi, e il MoVimento 5 Stelle che ha votato a favore. Ora, purtroppo, però, il principio di non contraddizione vale anche nella vita politica e come si fa a scrivere una mozione in cui di due casi se ne regola uno solo? Qui si dice, sì, che bisogna dialogare, e va bene, siamo tutti d’accordo, si dice: se non ci saranno più i motivi, il Consiglio europeo deve lasciar cadere la cosa; e l’altro caso, se ci fossero i motivi? Colleghi del MoVimento 5 Stelle, i vostri europarlamentari hanno detto che i motivi ci sono. Allora, se fate una mozione e cercate un intento dilatorio, dovete scrivere tutte e due le cose, perché se ne scrivete una sola, vuol dire che voi vi arrendete alla Lega, perché voi qui dite solo: speriamo che i motivi non ci siano più e facciamola finita. Ma l’altro caso? Escludete l’altro caso, quello che hanno compreso i vostri europarlamentari? Cioè che i motivi, al momento, ci sono? Ecco, questo è un compromesso sbilanciato sul lato della Lega che non sta letteralmente in piedi.

Detto questo che, però, mi sembra il dato politico rilevante della giornata – cioè un cedimento, una contraddizione nella mozione di maggioranza rispetto a quello che hanno sostenuto i loro europarlamentari del MoVimento 5 Stelle -, riepilogo alcune questioni; alcune sono state già segnalate dall’intervento del collega Scalfarotto. Noi stiamo discutendo di una cosa serissima, di un parametro che è enunciato all’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”. Non stiamo discutendo dei decimali dell’1,6 o dell’1,8, pur importanti; stiamo discutendo di quel principio chiave che l’articolo 16 della dichiarazione rivoluzionaria francese dei diritti sostiene; quell’articolo, che è il pilastro del costituzionalismo moderno, dice: non c’è Costituzione se non sono garantite la libertà e la separazione dei poteri. Nient’altro che di questo stiamo discutendo.

Allora, dal punto di vista procedurale, lo ha già detto bene il collega Scalfarotto, in questo caso, quando il Consiglio europeo voterà – perché voi potete sperare di perdere dei mesi, ma prima o poi si vota, e per quanto si possa tardare, si voterà prima delle elezioni europee, e quindi avremo il Consiglio europeo che voterà, col Presidente del Consiglio Conte che voterà, chissà cosa gli consiglierà Casalino, comunque voterà in ogni caso, al di là di come ce la rivenderà Casalino, dovrà votare -, siccome questa non è una votazione all’unanimità, è una votazione a tre quarti e i Paesi del gruppo di Visegrád voteranno contro, il voto dell’Italia potrebbe essere il voto decisivo. Quindi, non stiamo affrontando un dibatto qualsiasi, stiamo affrontando un voto, un impegno per cui il voto del Presidente Conte, potrebbe essere decisivo; potrebbe essere auspicabile o meno questa eventualità, però è un dato di fatto che potrebbe essere così.

Allora, la risoluzione del Parlamento europeo è molto motivata e spiega bene le cose. Perché è preoccupante in questo caso? Perché in Ungheria la transizione aveva dato l’impressione di una transizione irreversibile da una forma di Stato non democratica a una democratica. È proprio questa apparente irreversibilità che, oggi, ci turba, perché se fossimo in un caso come quello della Russia, che pure piace a qualcuno di voi, lì, i principi del costituzionalismo liberale non hanno mai attecchito fino in fondo e, quindi, non potevamo pensare a un’irreversibilità. Invece, nel caso ungherese, la cosa che preoccupa è che una transizione, che sembrava irreversibile, sembra non esserlo più. Inoltre, l’elemento preoccupante è che è avvenuta per via incrementale, progressiva, a piccoli colpi, quasi impercettibile; per questo qualcuno, forse anche in buona fede, non la riconosce, ma proprio per questi suoi caratteri di impercettibilità, di incrementalità, di apparente irreversibilità che viene meno, rischia di essere un esempio, un esempio contagioso negativo per altri Paesi e, infatti, quello che l’Ungheria fa in modo esplicito, per esempio, cambiando la Costituzione e snaturandola – i rivoluzionari francesi avrebbe detto che non c’è più Costituzione, perché non c’è più soprattutto la separazione dei diritti – la Polonia lo sta facendo aggirando la Costituzione, non la cambia, ma la aggira e la svuota, con alcuni provvedimenti, in particolare sull’ordine giudiziario.

Oltretutto queste cose, le spiega benissimo un contributo costituzionalistico della professoressa Angela Di Gregorio, sul sito della rivista online Diritto pubblico comparato ed europeo, una rivista di studi comparatistici, che prende i discorsi di Orbán in cui questa idea della democrazia illiberale, in cui la libertà non è più un pilastro, è rivendicata come un valore. Ci sono proprio le frasi esplicite di Orbán, tradotte in italiano, che sono note: dobbiamo dichiarare che una democrazia non necessariamente deve essere liberale; il nuovo Stato che stiamo costruendo in Ungheria è uno Stato illiberale, esso non rigetta valori fondamentali del liberalismo come la libertà, ma non fa di questa ideologia l’elemento centrale dell’organizzazione statale, viceversa include un approccio diverso, speciale, nazionale. Ma se volete stare a casa vostra è un conto, se volete stare nell’Unione europea, l’articolo 2 dice che questo approccio speciale di democrazia illiberale non è compatibile.

Allora, io questo lo vorrei dire anche ai colleghi di Forza Italia, che si trovano in un paradosso, perché il gruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo a cui aderiscono, a cominciare dal loro candidato per la presidenza della Commissione, ha votato a favore della risoluzione, per motivi vari, anche di opportunità; su iniziare la procedura, la delegazione italiana ha votato contro, ma ormai la procedura c’è e anche il gruppo di Forza Italia deve esprimersi.

È possibile che un gruppo che si richiama al liberalismo e che sta all’opposizione di questo Governo, anche in nome di alcune caratteristiche illiberali delle forze di maggioranza, in questo Parlamento, voti pedissequamente a favore di Orbán? Non c’è nessuno che sia in dissenso: conosco molti colleghi di cultura liberale, che voglia esprimere un dissenso, non rispetto all’asse destra-sinistra, a collocazioni del Governo, ma rispetto a questo punto fondamentale che una democrazia illiberale non può stare in Europa? Ora, nei giorni scorsi, per altri motivi, la collega deputata di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha detto che in Europa dobbiamo cacciare i mercanti dal tempio. Scusate, ma chi prende i fondi europei, come fa l’Ungheria, e contemporaneamente nega i principi dello Stato di diritto, non sono quelli i mercanti nel tempio, non è Orbán il primo dei mercanti nel tempio? Poi noi crediamo anche alla conversione politica per cui Orbán che era partito da posizioni liberali è diventato illiberale, forse può anche tornare indietro, ma torna indietro se noi gli facciamo sentire la forza di chi crede nell’articolo 2 del Trattato dell’Unione europea. Quindi, fuori i mercanti dal tempio, se non si convertono (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!

Vicepresidente di Libertà Eguale e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma.
Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).

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