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Il Tramonto dell’Occidente e l’Italietta dell’autarchia

Giovanni Cominelli lunedì 30 luglio 2018
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di Giovanni Cominelli

 

Il visionario Der Untergang des Abendlandes di Oswald Spengler, pubblicato nel 1918, sta trovando in questi mesi il suo compimento: l’Occidente è morto.

 

La dissoluzione dell’Occidente, lo spostamento verso Est, la Cina

Sotto questo lemma si sono avvicendati significati diversi. Nel lessico tedesco l’Occidente è “la terra della sera”. Ma ora è arrivata la notte: “Occidente” è divenuta solo una locuzione geografica. Se fino al 1914 alludeva ad una specifica Kultur, se tra la Prima e la Seconda alludeva ad una Zivilisation – termine che in Spengler indica già sfarinamento e declino – dopo il 1945 era diventato una sintesi solida di Kulture di potenza politico-militare euro-americana, contrapposta all’Est, che si presentava a sua voltacome l’Altro: potenza euro-asiatica politica e militare. Quelle due sintesi si stanno scomponendo. Ha incominciato l’Est nel 1989. Perché nella sfida con l’Ovest è collassato e perché al suo Est è nata una nuova potenza globale, forse destinata a diventare la prima nel giro di non molti anni.

La Cina, che, fino al 1400 era stata la maggior potenza economica e tecnologica globale e che era arrivata fino alle coste dell’Africa con la sua potente flotta militare e commerciale, al comando dell’ammiraglio Zheng He, oggi torna sulla scena mondiale, al comando dell’ex-sessantottino guardia rossa Ji Jin Ping. A Ovest, la deflagrazione lenta è incominciata dopo, a seguito del rapido tramonto dell’illusione del governo unico mondiale, dopo le Torri Gemelle del 2001 e la guerra in Iraq del 2004. Prima Obama, poi, con maggiore e irreversibile slancio decisionistico, Trump hanno messo in atto una ritirata strategica. Qual è la ragione? Che gli elettori americani hanno compreso, forse prima delle loro élites, che gli Usa sono ancora la prima potenza militare al mondo, ma lo sono sempre meno dal punto di vista economico e tecno-scientifico.

In parole povere: l’America è in declino. E perciò serve qualcuno che resista e ritardi il declino, in attesa che si schiudano nuovi scenari. E costui è Trump! E come il compagno legato al capo-cordata, anche le élites europee – cioè l’Europa – sono state trascinate giù nel declino. Le conseguenze sono già ben visibili: Trump sta abbandonando dal punto di vista politico e militare l’Europa, il Mediterraneo e il Medioriente. La competizione si sposta nel Pacifico e nel Mar Giallo. Il governo multipolare del mondo è finito, si torna a Westfalia, 1648: “ciascuno per sé e Dio contro tutti”. E’ la rivincita di Kissinger, che già negli anni ’70 aveva interpretato all’interno di questo quadro intellettuale il rapporto con Urss e Cina.

 

E l’Italia che fa?

A questo punto insorge una domanda drammatica: l’Italia, una potenza politico-militare di terza classe, che fa? L’interrogativo non è nuovo. Ha percorso la politica italiana fin dal secondo dopoguerra. Lo ha riproposto, in forma di preoccupazione, in uno storico Consiglio nazionale della Democrazia cristiana, il 18 luglio 1974, Aldo Moro, all’epoca Ministro degli Esteri: “La posta in gioco è la nostra esclusione dal novero dei protagonisti dell’economia e della politica mondiale, il nostro ripiegare verso una forma anacronistica e asfittica di autarchia, principio di impoverimento e di decadenza”. All’epoca, esisteva un Occidente preoccupato del destino dell’Italia, che Kissinger temeva in deriva verso il Terzo Mondo e verso il comunismo. Oggi, “questo” Occidente non esiste più.

Tuttavia, una risposta l’attuale governo l’ha già data: “… il nostro ripiegare verso una forma anacronistica e asfittica di autarchia”. Forse non anacronistica, visto che sta in asse sincronico con la risposta di Trump, ma certamente “principio di impoverimento e di decadenza”. A quanto sembra il 60% degli elettori ha introiettato il declino dell’Occidente e dell’Italia e lo spirito di Westfalia del ciascuno per sé… Le forze politiche che interpretano e rappresentano questa tendenza sono sulla cresta dell’onda, mentre i partiti del governo multipolare sono nell’angolo. Non ci si può fare illusioni di invertire la direzione del vento sul breve periodo. Si tratta di uno Zeitgeist mondiale, cui i potenti mezzi digitali offrono lo strumento per andare in estensione e in intensione nella coscienza di tutto l’Occidente.

 

Le opposizioni si accomodano al declino

A questo punto si apre un bivio per le forze liberali, europeiste, multipolari: accomodarsi al governo del declino, dimostrando di saperlo gestire meglio, da destra liberale o da sinistra vetero-socialdemocratica, o testimoniare ed elaborare nuovi scenari?

Pare, per ora, che nel cervello delle forze politiche di opposizione sia presente una sola preoccupazione: quella di accomodarsi al declino, tentando con mezzi patetici e a con piccoli emendamenti di scardinare dall’interno l’attuale alleanza di governo. Forza Italia tira per la giacca Salvini, il PD suona la serenata a Di Maio. La base socio-elettorale dell’alleanza di governo è indubbiamente percorsa da contraddizioni: l’ultima è emersa nella discussione sul Decreto Dignità, tra imprenditori liberisti-globalisti ed elettori statal-protettivisti. Ma una tale regressiva alleanza si può scardinare, solo se si prospetta uno scenario realistico della costruzione di una potenza economica, commerciale, scientifico-tecnologica e politico-militare europea.

Se l’orizzonte neo-westfaliano è occupato da grandi potenze in rivalità, conflitti commerciali, frizioni locali militari, allora solo una grande potenza è in grado di stagliarsi in tale orizzonte. E solo stando in questa arena del Grande gioco, le nazioni europee possono continuare a spargere nella cultura politica globale i semi preziosi della cultura cristiano-liberale della persona.

Solo una grande potenza può rimanere nel solco della migliore tradizione umanistica europea. Al livello delle piccole potenze, la regressione è già evidente. Se l’autodifesa rispetto al mondo diventa la preoccupazione principale, allora le libertà sono subordinate alla sicurezza. Solo una libertà che sia anche potente può dare sicurezza senza perdersi.

Alle forze di opposizione non manca la tattica, manca la visione realistica del mondo qual è oggi. Senza la battaglia culturale rigorosa e incessante, gli elettori tenderanno ad accomodarsi.

Basterà la Kultur a fermare il declino del Paese e quello delle coscienze? Certo che no. Non basterà l’idealismo wilsoniano. Gli elettori, chiunque abbiano votato, dovranno tutti quanti fare esperienza diretta del declino e dell’impoverimento sulla propria pelle. Allora, sì, servirà una Kultur per offrire un orizzonte alternativo di interpretazione e di riscatto. In Italia la destra totalitaria e sovranista ha già convinto il 60% degli elettori. Un sacco di intellettuali e di giornalisti cortigiani – opinion molders – ha attivamente propiziato questo esito. Ora tacciono o, peggio, insistono nell’invito ad “accomodarsi”. Senza di noi!

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.

Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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