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di Carlo Fusaro

 

Mi domando cosa attendano le classi dirigenti dei paesi europei, Francia esclusa, per prendere atto che la forma di governo parlamentare, dopo quasi duecento anni, è arrivata alla fine; e, cosa attendano a darsi da fare, notte e giorno, per mettere in atto i necessari rimedi.

 

I regimi parlamentari dei paesi europei sono in crisi 

Da 48 ore si ragiona intorno all’esito delle quarte elezioni in Spagna in quattro anni; ci si alambicca sulle più improbabili (eppur indispensabili) combinazioni parlamentari fra partiti che si son sempre fatti la guerra; si legge perfino che, altrimenti, si rischia (ma è una sconcertante ovvietà) un altro voto. Fino a quando si pensa che i poveri elettori spagnoli debbano essere richiamati alle urne? E come stupirsi se molti cittadini si sono stancati, si astengono o gonfiano e sgonfiano di botto partiti fino a ieri inesistenti (prima furono Podemos e Ciudadanos, ora è Vox)?

Delle deprimenti vicende italiane sappiamo e non c’è bisogno di tornarci: il punto però è che, rispetto a 10, 20, 30 anni fa, il caso italiano, che pur sempre si distingue per le sue specificità in peggio (gli unici ad avere due grandi partiti populisti, uno maggiore dell’altro e tutt’e due potenzialmente maggiori dei partiti di sistema; gli unici ad avere la tafazziana follia del regime parlamentare, fondato sulla duplice fiducia di due Camere), non solo non è più isolato: tutta Europa è Italia, chi più chi meno, chi con qualche residua dignità in più, chi analogo svaccamento. Un piccolo catalogo? Solo per amaro promemoria.

In Belgio votarono in coincidenza con le europee (maggio 2019): son passati sei mesi e della formazione del nuovo governo non si sa più nulla. Del resto è noto ormai anche agli studenti che il Belgio detiene il record di lentezza per la formazione di un governo dopo elezioni politiche: 563 giorni, 19 mesi.

Ma lo stesso dicasi per la formazione dell’ultimo governo Rutte in Olanda; mentre in Danimarca il governo socialdemocratico in carica da pochi mesi è l’ennesimo governo ultraminoritario sostenuto da ben sei altri partiti e partitini. I socialdemocratici al governo contano 48 su 179 componenti del Folketing (il 27% scarso). I partiti che li sostengono garantiscono altri 46 voti (raccattati con “gruppi” di, rispettivamente, 16, 14, 13, 1, 1 e 1 componenti): una coalizione a sette che rassomiglia al II governo Prodi in Italia (2006-2007).

Della magna Germania sappiamo: già non apparivano sane le grandi coalizioni del recente passato, perché in pratica assorbivano l’80% dei seggi parlamentari. Un paese, sembrava, senza opposizione. Ma poi a furia di GroKo, ad ogni elezione i consensi sono calati ed oggi, sulla carta, è dubbio se Cdu-Csu e Sdp raggiungerebbero abbastanza seggi da poter governare senza associare altri. Ma intanto anche in Germania i partiti antisistema di destra trionfano, con l’Afd che ha ormai sfondato nei Länder ex Ddr. Non basta: anche i meticolosi e precisi accordi (Koalitionsvertrags) reggono sempre peggio, mentre i socialdemocratici sono in crisi di guida e di voti, e non si ha un’idea, dall’altra parte, su chi potrà raccogliere l’eredità di Angela Merkel.

Quanto alla patria del parlamentarismo, sono oltre tre anni che il Regno Unito è diventato la caricatura di sé stesso, e forse peggio. Elezioni ripetute, maggioranze e singoli partiti divisi, piccoli gruppi in grado di ricattare chi governa, paralisi imbarazzante agli occhi del mondo intero, con primi ministri zimbelli (e/o pericolosi) costretti al ruolo di interlocutori di nessuna credibilità. Vedremo il 12 dicembre prossimo: ma c’è il rischio concreto che tutto continui a dipendere da un partitino di unionisti nordirlandesi da 10 deputati o peggio.

 

I sistemi parlamentari europei sono diventati disfunzionali

Cosa succede, dunque? Succede che il regime parlamentare non è più in grado di garantire quelle prestazioni minime di unità e di governo che una nazione ha diritto di attendersi. Non è beninteso colpa “in sé” del parlamentarismo: è la conseguenza di una mutata realtà sociale, di nuovi comportamenti e atteggiamenti da parte dei cittadini. Una forma di governo non è una cosa astratta e non va giudicata in base alla teoria: essa è buona o cattiva a seconda di come si combina con la società che essa dovrebbe servire.

Ora il regime parlamentare, val la pena ricordarlo, è quello in cui un governo può vivere e può agire solo se può contare sul sostegno di un sufficiente numero di parlamentari. Senza di che o va a casa o, se non si dimette, al più vivacchia semi-impotente. Ebbene: garantire maggioranze adeguate nelle assemblee delle democrazie parlamentari europee è diventato un’impresa sempre più difficile e di rendimento sempre più basso.

Due sono le principali ragioni: a) la crescente frammentazione che tende a travolgere qualsiasi sistema elettorale (senza dire che una buona parte sono proporzionali); ma b) soprattutto la tendenza di cittadini, società e politici a vivere la politica in modo radicalmente diverso dal passato.

Le relazioni fra partiti diversi oggi (e dappertutto) non sono le relazioni che c’erano fra partiti pur alternativi di anni fa. Si pensi all’Italia della Dc, Pci, Psi, Pri, Psdi, Pli, Msi. Oggi le divisioni non sono più basate su interessi contrastanti, esse si fondano genuinamente o artificiosamente su questioni identitarie, valoriali, culturali quando non apertamente etnico-razziali. Quindi non solo nessuna forza politica riesce a raggiungere i consensi sufficienti a governare da sola, ma le coalizioni sono diventate di formazione e gestione più difficile, quando non impossibile alla radice. Insomma c’è più bisogno di consociativismo e compromessi nel momento in cui sempre più ne mancano i presupposti (e in fatti chi ai compromessi si presta è regolarmente bastonato dagli elettori, dappertutto).

 

Dare ai cittadini il potere di scegliere direttamente l’esecutivo

Allora, e chiudo, io domando: con le sfide interne che ciascun paese ha davanti, con le sfide internazionali che l’Europa ha davanti in un mondo di democrazie autoritarie o non democrazie fino a quando possiamo immaginare di pagare il prezzo di un tale livello di disfunzionalità? La lezione del XX secolo fu che le democrazie furono travolte per la debolezza, non per la forza dei loro governi e dei loro regimi. E’ venuto il momento di ricordarcelo e di provare ad agire di conseguenza: e non vedo altra strada – al momento – che dare ai cittadini il potere di esprimere col loro voto direttamente l’esecutivo. Se eleggendo un primo ministro oltre che un Parlamento, se eleggendo un presidente e un Parlamento, e con quale misura di coordinamento fra i due voti, lo possiamo discutere. Ma investitura diretta dell’esecutivo ha da essere se non vogliamo ripetere, in forme diverse, gli errori del passato.

Già professore ordinario di Diritto elettorale e parlamentare
nell’Università di Firenze e già direttore del Dipartimento di diritto
pubblico. Ha insegnato nell’Università di Pisa ed è stato “visiting
professor” presso le università di Brema, Hiroshima e University College
London. Presidente di Intercultura ONLUS dal 2004 al 2007, trustee di
AFS IP dal 2007 al 2013; presidente della corte costituzionale di San
Marino dal 2014 al 2016; deputato al Parlamento italiano per il Partito
repubblicano (1983-1984).

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