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di Alberto De Bernardi

 

Dopo il discorso di Conte alle Camere emerge in tutta evidenza che il governo non riesce a governare il passaggio dalla fase 1 della lotta pandemica – tutti a casa – alla fase 2: riaprire e ripartire.

Molti sono i segnali di questa impasse:

– incapacità nel definire indirizzi chiari e univoci per favorire la convergenza delle regioni a una ripresa concordata e condivisa;

– colpevoli incertezze nel rispondere alla domanda di ripartenza che proviene dalle filiere produttive e dal mondo delle imprese di tutti i settori, perché non sa come integrare salute e ripresa economica;

– irresoluta titubanza sull’uso della app “immuni” per il tracciamento dei contagiati;

– sottovalutazione inaccettabile del ruolo della scuola nel processo di normalizzazione del paese, non solo come strumento per consentire alle famiglie di poter ricominciare a lavorare, ma anche per il suo valore simbolico di comunità educante che deve poter garantire a tutti i bambini e i giovani il diritto all’istruzione;

– arrendevole sottovalutazione della necessità di dare una sforbiciata drastica alla giungla burocratica che asfissia il paese;

– infine vacillante e incerto rapporto con l’Europa, un po’ sovranista, un po’ europeista, che non sa risolvere il dilemma tra l’idea che l’Europa sia una matrigna che non ci da a piè di lista e senza nulla in cambio quel che chiediamo, e l’idea di essere una componente attiva della costruzione di una risposta comune delle istituzioni europee alla sfida della pandemia.

 

Senza narrazione della fase 2

Il messaggio che ne deriva dalle comunicazioni di Conte che si susseguono a ritmo forsennato è la inquietante confusione e la colpevole inadeguatezza.

Se il governo era riuscito a fatica a costruire nell’opinione pubblica il senso di un destino collettivo nella fase di contrasto al virus attraverso un rigido lockdown, si trova privo di una narrazione credibile per guidare il paese nella fase difficilissima nella quale bisogna riavviare la macchina produttiva e commerciale convivendo con il Covid-19: bisogna tornare a vivere, invece che chiudersi in casa.

Per questo governo l’Italia riapre quasi a “sua insaputa”, costretto da pressioni esterne, un po’ “irresponsabili”, ma lasciando trapelare il messaggio che se potesse lascerebbe tutto chiuso come ora… tanto si trova sempre un virologo di sostegno e un Boccia di turno che attacca Renzi.

Va detto che il nostro non è l’unico governo che in Europa si sia mosso in maniera ondivaga, perché la sfida è estrema e l’esperienza inesistente. Infatti nessuna delle tre generazioni di europei da cui è stata selezionata l’attuale classe politica continentale ha mai dovuto affrontare un attacco pandemico così profondo e esteso.

Ma nel caso nostro la comprensibile incertezza si combina con i limiti originari della compagine politica che sostiene il governo, si cumula con i danni prodotti dall’egemonia populista nelle strutture profonde della società italiana, unica nel contesto europeo degli stati fondatori, e si intreccia con le debolezze strutturali del “sistema paese”.

Le incertezze non derivano come per tutti dalle difficoltà di scegliere i provvedimenti più adatti in quadro di scelte condivise , quanto su quale bussola scegliete per procedere: tornano in gioco la collocazione internazionale dell’Italia, l’europeismo, il modello di sviluppo, la concezione stessa della democrazia e i suoi compiti.

 

L’intuizione di Renzi

Mi sembra evidente che la “mossa del cavallo” fatta da Renzi l’estate scorsa per spezzare il fronte populista che stava portando il paese allo sfascio e che ha dato vita al Conte2 è stata fondamentale ma era stata immaginata per un contesto di ordinaria amministrazione, si potrebbe dire, nel quale riuscire a invertire le tendenze alla stagnazione conseguenti alla finanziaria del 2018 e al mito della “decrescita felice” con una azione economica ricondotta nell’alveo della tradizione dei governi riformisti del passato, a riannodare i fili con l’Europa e con la Nato, cancellando le sbandate filocinesi e filo russe di Salvini e Di Maio, e a fare uscire il paese dalla stagione dell’odio, del giacobinismo giustizialista e anticasta e fargli riprendere il faticoso cammino di quel faticoso risanamento civile e istituzionale che i governo Renzi e Gentiloni avevano avviato.

Non sarebbe stato certo facile, perché la situazione internazionale era in fibrillazione e gli equilibri parlamentari assegnavano la golden share governativa ancora ai panstellati – basta ricordarsi dei conflitti sulla riforma della giustizia, che ora sembrano lontani un secolo, per misurare le difficolta della convivenza tra riformisti e populisti – ma il percorso pur accidentato poteva credibilmente giungere a fine legislatura, contando soprattutto sull’evidente declino dell’egemonia grillina che sperabilmente ogni appuntamento elettorale da qui al 2023 avrebbe confermato.

Questa era la scommessa politica che consentiva a Renzi di fare il kingmaker del governo e nel contempo la coscienza critica del riformismo al suo interno in competizione col Pd, impegnato nel suo progetto di alleanza organica fino alla fusione con il M5S.

 

L’imprevisto pandemico e la strategia della quarantena collettiva

Il Covid-19 ha fatto saltare questo schema politico costringendo una barca governativa pensata per navigazioni turistiche e per rotte di linea ad affrontare la tempesta perfetta con un capitano improvvisato e un equipaggio poco affiatato e, salvo qualche caso, del tutto inadeguato alla sfida.

Ciò nonostante questa compagine governativa e parlamentare ha retto la prima fase della lotta antipandemica e ne è uscita meno peggio di come si potesse sospettare anche perché ha potuto contare sulle strutture sanitarie – medici in prima linea – che si sono rivelate capaci, salvo qualche area di crisi, di reggere l’impatto epidemico e sull’impegno attivo dei cittadini, che hanno condiviso la strategia del “tutti a casa”, nonostante le mascherine mancanti, le deliranti conferenze stampa di Borrelli, la farraginosità dei rapporto tra stato e regioni, la serie infinita dei modelli di autocertificazione per gli spostamenti; e soprattutto nonostante il collasso della Lombardia e della sua organizzazione sanitaria.

I dati di questa ultima settimana certificano che il virus è in ritirata e che la macchina sanitaria approntata è riuscita a bloccarne la potenza di contagio che costituiva il suo connotato più pericoloso e drammatico.

Ora dobbiamo invece cominciare a convivere con il “nemico”, uscendo dalle case e ricominciando a vivere. E ora tutti i limiti del governo riemergono perché è questo passaggio l’occhio della tempesta perfetta: bisogna navigare e non stare in porto e rinforzare gli ormeggi.

 

Alla ricerca di una rotta

Per navigare bisogna innanzitutto avere una rotta.

Ma questa finora non si è vista perché gran parte della compagine governativa era convinta che il primato della difesa della salute sulla ripresa avrebbe consentito di rimanere in porto a lungo, contando sulla disponibilità degli italiani a non correre rischi, a fidarsi di uno stuolo di virologi che invocavano la chiusura di tutte le porte e a credere che con la leva del debito si sarebbe potuto sopravvivere a lungo, alternando atti di eroismo al solito italico “chiagni e fotti”.

Ma di fronte al Pil che comincia a precipitare vistosamente, alle crescente consapevolezza del mondo imprenditoriale che la chiusura procrastinata sine die rischia di spezzare definitivamente la capacità competitive del sistema produttivo, che soldi facili e “regalati” dall’Europa non sono disponibili per un paese con un debito pubblico enorme e dalla bassa credibilità internazionale e che, soprattutto, i sussidi alle famiglie e alle imprese non sono la soluzione per garantire l’effettiva ripresa di un grande paese industriale come l’Italia, tutti i nodi sono ritornati al pettine, ingigantiti e aggravati dall’emergenza.

L’esito immediato di queste difficoltà e che si è perso tempo prezioso: per non dare retta a Renzi e a quanti sostenevano la necessità non di riaprire subito, ma di elaborare per tempo una strategia della ripartenza, il 4 maggio il paese riparte senza una rotta chiara.

La discussione bizantina sul MES dentro la maggioranza, alimentata non solo dai 5S ma anche da componenti della sinistra “corbyniana” dentro e fuori il PD (Fassina la pensa come Crimi e Toninelli), che ha perso immediatamente ogni effettivo legame con la concretezza del tema, per diventare uno scontro sulle identità ideologiche di partiti e di correnti, oppure i contrasti fumosi sull’obbligatorietà o meno dell’App Immuni per il tracciamento dei contagi, nel quale riemergono mai sopite pulsioni anticapitaliste e subalternità antiscientiste e antitecnologiche, combinate con il misticismo ideologico antistatale della privacy, sono lo specchio fedele delle ragioni di questa assenza di proposta e di progetto.

E non sarà la profluvie di “commissioni di esperti”, ancorché composte da personalità eccellenti, a risolvere il problema che è politico e solo la politica può risolvere. Ma se la politica non è all’altezza della sfida individuare la rotta sarà sempre più arduo mentre si delinea un DEF da incubo con il debito pubblico che veleggia oltre il 150% e un pil crollato di 10 punti: la mossa del cavallo rischia di essere prigioniera della catastrofe imprevista che impedisce il ritorno al popolo sovrano, perché per mesi non si potrà votare, e irrigidisce il quadro politico.

 

Pezo el tacón del buso

In questo quadro sta emergendo l’illusione del governo di unità nazionale come chiedono Calenda e altri, che avevano fortemente contestato l’iniziativa di Renzi poi sostenuta da tutto il Pd, perché preoccupati della debolezza dell’esecutivo di fronte alla gravità della situazione. Ma a ben guardare questa soluzione improbabile sarebbe una toppa peggiore del buco.

Quale sarebbe il vantaggio di imbarcare la destra nel governo? Nessuno perché reimbarcando Salvini e la Meloni questa nuova compagine non avrebbe una stabilità maggiore, ma riprodurrebbe ingigantite le stesse fratture che paralizzano l’azione dell’attuale governo. Infatti, l’unità nazionale è possibile solo se esiste un “arco costituzionale” composto da partiti che seppur divisi sulla politics hanno punti di contatto, anche deboli, sulle policies (la “grosse Koalition tedesca è un esempio di scuola, ma anche il governo Monti ne era una variante).

Ma questa possibilità oggi in Italia con una destra sovranista, razzista e criptofascista non ha nessun fondamento e il governo di unità nazionale non sarebbe che un governo giallo-verde al cubo basato sull’ asse Salvini, Meloni, Di Maio con il sostegno di Berlusconi e i riformisti ai margini e inessenziali. Perderemmo in un sol colpo l’ancoraggio all’Europa che è nella condizione attuale l’unica risorsa effettiva per “salvare la nazione” e trasformeremmo l’Italia in una ancella impoverita della nascente egemonia cinese.

Per queste ragioni la “mossa della cavallo” tiene insieme l’unica formula politica dotata di una qualche credibilità, fino a quando non si aprissero nuovi scenari legati a tre processi politici nuovi: FI abbandona il centro-destra e diventa una forza coalizzabile con l’attuale maggioranza; nella Lega si spezza l’egemonia salviniana e un asse Zaia-Giorgetti la colloca al di fuori del sovranismo; il M5S si spacca ed emerge un nucleo parlamentare in grado di traghettare una parte consistente di quell’esperimento politico al di fuori del grillismo e della piattaforma Rousseau.

Ma ora tutto questo non è alle viste: ad essere ottimisti è solo in nuce.

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