LibertàEguale

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di Giovanni Cominelli

Poiché nell’assetto previsto dalla nostra Costituzione formale e praticato da quella materiale i movimenti del governo sono causati da quelli dei partiti, nessuna meraviglia che siamo tutti costretti ad auscultare quotidianamente le convulsioni peristaltiche di questi ultimi.

 

La politica come partito, non come governo

La politica, in questa condizione, si è ridotta, da sempre, da governo del Paese a dinamica dei partiti, caratterizzata da una fibrillazione agonica permanente. Opinione pubblica, mass-media, dirigenti e funzionari di partito, ministri e viceministri e cittadini non riescono a pensarla e viverla in modo diverso. Ogni ministro o vice-ministro che intervenga in TV a vantare l’importanza di un provvedimento, non manca quasi mai di sottolineare che è al suo partito che si deve gratitudine.

Lamentarsi che la funzione di governo sia sempre contestata e traballante è persino patetico, visto che essa è strutturalmente mediata dalla funzione-partito. Se l’esercizio della funzione di governo del Paese e i pensieri, teorie, previsioni relativi agli scenari di governo sono opachi, nervosi e imprevedibili, ciò si deve al fatto che non il governo, ma il partito è protagonista della politica.

 

I partiti di governo

Donde l’importanza di un’attenta ricognizione fenomenologica della condizione dei partiti in questo inizio d’estate 2020 per tentare di prevedere i minacciosi scenari d’autunno.

Il M5S è entrato nella curva del declino. In realtà il populismo assistenziale non è affatto in declino, essendo una costante della società italiana. E’ stato sempre rappresentato, coperto e nobilitato all’interno dei grandi partiti di massa, fin dall’inizio della Repubblica. Il M5S vi ha aggiunto varie superfetazioni ideologiche: la voglia di giustizia/vendetta, nella quale il risentimento sociale si colora di universalismo giuridico; la democrazia diretta dell’incompetenza e dell’ignoranza crassa; il millenarismo plebeo. Tutto ciò, sullo sfondo della crisi 2008-2011 e del fallimento di governo del vecchio sistema dei partiti, ha gonfiato Il M5S.

In meno di due legislature questo instabile composto chimico si è disfatto nei suoi elementi, che non sono scomparsi, sono migrati altrove. Il precipitato solido, il nocciolo duro resta la domanda assistenzialista, la cui rappresentanza il M5S pare riesca a mantenere, per ora, attorno al 20% dei sondaggi. L’imperizia nel governare di tutti i suoi ministri ha spinto verso la Lega e verso Fratelli d’Italia una parte dei consensi.

Il PD è, a sua volta, diventato un mix, ancora formalmente collocato a sinistra, ma tale che le sue opzioni ideologiche sono ormai condivise da altri pezzi dello schieramento politico. Assistenzialismo, giustizialismo e demagogia populista sono il fondamento condiviso dell’alleanza non occasionale con il M5S.

Dalla politica dell’istruzione in tempo di Covid-19 e all’ultimissima presa di posizione sulle decisioni della Commissione tecnica del Senato circa i vitalizi pregressi, Pd e M5S sono sostanzialmente indistinguibili. La descrizione della composizione interna delle correnti PD richiederebbe, per completezza, la segnalazione di una sinistra riformista di governo.

Ma dopo la sfortunata e fallimentare fuoriuscita di Renzi, questa sinistra si è collocata in una sorta di nicodemismo di governo, che tenta timidamente di praticare un riformismo notturno ad intermittenza. La sua parola d’ordine è il “larvatus prodeo” di Cartesio: “procedo mascherato”, al punto che “Base riformista” è diventata silenziosa e irriconoscibile. Ha ormai cessato di essere il punto di riferimento del riformismo di sinistra che continua ostinatamente a serpeggiare nella società civile.

Chi si attendeva dal PD una preoccupazione fondamentale per lo sviluppo delle forze produttive – come autorizzerebbero a far pensare le sue origini dal Movimento operaio e dal marxismo storico – si deve oggi rassegnare. Il PD non solo si è grillizzato, ma si è anche doroteizzato, alla democristiana. Non ha più un asse culturale identificabile. Non ama il governo, ama appassionatamente il potere. Governare vuol dire fare scelte e perciò rischiare; praticare la microfisica del potere è più comodo e più redditizio dal punto di vista del consenso necessario per la rielezione.

I partiti di opposizione

Quanto all’opposizione al governo, si presenta plurale e confusa. La Lega di Salvini ha mischiato populismo assistenziale, antistatalismo fiscale, autonomie anarchiche, raccolti sotto un nazionalismo antieuropeo che il Covid-19 ha messo in un angolo. Le resta una risorsa non facilmente scalfibile: il rancore d’autunno, che sta accumulandosi sotto i vapori caldi dell’estate e che le inadempienze del governo stanno gonfiando. Non senza contraddizioni, perché l’assistenzialismo non si pratica allo stesso modo al Nord e al Sud. Questo equivoco si è ormai sciolto. Le pulsioni assistenzialiste al Sud hanno trovato in Fratelli d’Italia uno sponsor più tradizionale e più affidabile della Lega ex-Nord. D’altronde la riscoperta dello Stato nazionale, al Sud, significa esattamente questo: flusso di denaro assistenziale, dilatazione dell’impiego pubblico, moltiplicazione degli insegnanti, via Covid-19. Al Nord non si possono alimentare le stesse rivendicazioni. Ritorna fuori la vecchia anima “sociale” di Alleanza nazionale, che a sua volta ha ereditato l’assistenzialismo laurino e democristiano. Quanto a Forza Italia, il fallimento del governo liberale risale al 2001-2006. Da allora Berlusconi ha galleggiato tra sovranismo leggero e europeismo tiepido, finché il suo liberalismo esangue si è ridotto all’osso, spolpato dal M5S, dalla Lega e da Fratelli d’Italia.

 

E poi ci sono Renzi, Calenda, Bonino, Bentivogli…

Ai margini si agitano Renzi, Calenda, Bonino, Bentivogli, che fanno circolare umori, idee e velleità di riformismo di governo. La loro somma non supera, almeno nei sondaggi, il 10%.

Riflettono la presenza di minoranze liberali della società civile, di cui quella di Carlo Bonomi di Confindustria appare la più esigente, dopo gli anni della Confindustria meridionalizzata e filo-grillina di Giancarlo Boccia.

Minoranze liberali: unite dall’idea che solo lo sviluppo delle forze produttive umane è condizione di libertà, di giustizia e di eguaglianza; che solo in uno Stato di autonomie forti e responsabili, nel quadro dell’Unione europea, tutto ciò sia più facilmente realizzabile; che i poteri della Magistratura vadano ricondotti nei confini della normalità liberale e costituzionale.

In ogni caso, questo è il quadro che sconsolatamente si presenta del Paese legale e del Paese reale, che scivola lentamente lungo l’asse del declino di civiltà, che il Covid ha ulteriormente accorciato.

C’è scampo? Una prima contingente risposta di speranza potrebbe arrivare da un’unificazione di uomini e forze, che attualmente sono prigionieri delle proprie storie o peggio del proprio narcisismo. Non si tratta certo di una patologia psichica, quanto del riflesso passivo di istituzioni che privilegiano la dimensione-partito rispetto a quella del governo e di leggi che favoriscono la frammentazione proporzionale e premiano la scomposizione individualistica.

Alla fine, sono le istituzioni che selezionano gli uomini, i politici e i cittadini. Decenni di istituzioni di governo  deboli hanno selezionato una politica a frammenti e una cittadinanza corporativa.

Eppure, ciò che resta decisiva è la coscienza dell’insopportabilità ulteriore di questa condizione. Di lì si può partire per costruire una proposta coraggiosa e coerente di un Paese diverso.

La storia dell’opinione pubblica ed elettorale dell’ultimo decennio autorizza a pensare che laddove si presenti un programma coraggioso e controcorrente, esso può conquistare la scena. Dal Berlusconi del 1994, al M5S del 2013, al PD delle elezioni europee 2014, alla Lega delle elezioni europee 2019, a Fratelli d’Italia degli attuali sondaggi, la storia del consenso è storia di montagne russe, che si possono salire e discendere precipitosamente.

L’ottimismo della volontà è essenziale, solo se sorretto dall’intelligenza della ragione applicata.

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