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di Lia Quartapelle

 

Il governo Conte ci ha purtroppo già abituato agli annunci piuttosto che ai fatti. Anche se talvolta c’è da esserne contenti, questa pratica rischia di essere non solo vacua ma anche pericolosa. Soprattutto quando questa modalità si applica a questioni delicatissime che investono l’interesse nazionale del nostro Paese, come la crescente instabilità in Libia.

Basti pensare che nel 2010 il petrolio libico copriva un quarto del nostro fabbisogno energetico e che oggi in seguito all’instabilità derivante dalla caduta di Gheddafi è l’8%, e anche questo è a rischio. Gli sforzi per combattere il traffico di persone dall’Africa attraverso il Mediterraneo portano dei risultati solo se in Libia vi sono autorità in grado di fermare i trafficanti e di chiudere progressivamente i campi nei quali sono rinchiusi migliaia di africani in condizioni disumane. Ove la Libia scivolasse nella più totale anarchia, rischieremmo di avere a poche miglia dall’Italia un rifugio per i terroristi.

Date queste premesse, il modo in cui il governo Conte ha affrontato le giornate dei combattimenti a Tripoli e il rischio di un cambio degli equilibri di potere nel paese è stato chiaramente insufficiente.

A fine luglio Conte e Trump avevano annunciato la costituzione di una cabina di regia comune sulla Libia. Ciononostante, in questo frangente, da Washington non è arrivata nessuna sponda di collaborazione. Così come non si è visto nessun risultato delle visite che Salvini, Moavero Milanesi e Di Maio hanno effettuato al Cairo per consolidare il rapporto con l’Egitto, protettore del generale Haftar, e per discutere del dossier libico. Il ministro degli Esteri Moavero Milanesi si è limitato a una chiamata di prammatica con l’inviato dell’Onu per la Libia Ghassan Salamè. In compenso dal governo continuano a filtrare notizie su un avvicendamento alla guida dei nostri servizi segreti e su una sostituzione del nostro ambasciatore a Tripoli. L’unico a impostare una iniziativa politica è stato Salvini, che non si è fatto mancare l’occasione di usare toni bellicosi contro la Francia, accusando Parigi della nuova crisi, e rischiando di aprire un fronte europeo dentro la conflittualità libica.

Beninteso, in Libia non sempre gli interessi economici e strategici di Francia e Italia coincidono. Parigi ha spesso tentato da fughe in avanti solitarie sulla gestione della crisi libica, sottovalutando l’impatto diretto sul nostro paese di ogni minima variazione nell’equilibrio libico. Uno scontro con la Francia può preparare il terreno in vista della competizione tra Macron e il duo Salvini e Orban alla prossime elezioni europee ma è dannoso per la vicenda libica. In quel teatro l’Italia ha sempre promosso iniziative di mediazione ed è riuscita ad ottenere risultati per la stabilizzazione della Libia quando ha saputo ritagliarsi un ruolo di coordinatore di negoziati. Dopo le primavere arabe, la competizione a somma zero tra potenze regionali ha già sconvolto abbastanza il Mediterraneo perché anche l’Italia voglia aggiungersi alla partita.

La Francia e l’Italia hanno un interesse comune a stabilizzare la Libia. Prima verrà la politica, poi l’Eni e Total torneranno a intendersi tra di loro.

 

(lettera pubblica da La Stampa l’8 settembre 2018)

Deputato del Partito democratico, eletta a Milano. Già segretario della Commissione Esteri della Camera nel corso della scorsa legislatura. Fa parte della presidenza di Libertà Eguale ed è ricercatrice presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). Insegna presso il corso di Politiche per lo sviluppo dell’Università di Pavia.

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