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di Emilia Patta*

 

«Delle due l’una: o si aumenta l’Iva, come prevede lo stesso Def varato dal governo, oppure si trovano altre entrate. Il che vuol dire aumentare le tasse sul reddito o sui patrimoni». L’ex viceministro all’Economia dei governi Renzi e Gentiloni Enrico Morando, candidato nella circoscrizione Nord Ovest con la lista del Pd (secondo in lista dopo Giuliano Pisapia), parte proprio dall’intervista al ministro dell’Economia Giovanni Tria pubblicata sul Sole 24 Ore il 9 maggio scorso – definita «illuminante» – per lanciare il suo warning in vista delle importanti europee del 26maggio.

 

«Le scelte economiche del governo, fin qui concentrate sulle due misure costose del reddito di cittadinanza e di quota 100 con nessuna azione messa in campo sul fronte del risparmio di spesa, hanno messo i conti pubblici italiani in un vicolo cieco – avverte Morando-. E non a caso Matteo Salvini ha già cominciato a predire uno sforamento del tetto del 3%…. Va però ricordato che si può uscire dall’euro in due modi: o con una scelta deliberata e programmatica dei governi, oppure con scelte di politica economica che vanno di fatto nella direzione di un allontanamento dalla zona euro. E quella dello sforamento di tutte le regole dei Trattati è la via più sicura di un’uscita dall’euro di fatto, anche se non intenzionale».

 

Perché le parole di Tria nell’intervista al Sole 24 Ore del 9 maggio sono “illuminanti”, Morando? Lei vi vede l’ammissione, di fatto, che si dovrà aumentare l’Iva?

Nell’intervista Tria dichiara testualmente: «Nelle previsioni della Commissione europea c’è una distanza rispetto alle nostre su debito e deficit nel 2020, ma è dovuta al fatto che Bruxelles sviluppa una previsione a politiche invariate che non tiene conto di quanto è già previsto dalla nostra legislazione su Iva e privatizzazioni». E alla considerazione che sia Salvini sia Di Maio confermano ogni giorno la volontà di bloccare qualsiasi aumento Tria risponde: «È chiaro che impedire l’aumento dell’Iva significa dover agire sul lato della spesa, e si può discutere se a parità di deficit sia più recessivo un taglio di spesa o un aumento di tasse. Io credo in generale che gli interventi sulla spesa siano più virtuosi di quelli sulle tasse, ma il problema è decidere dove si taglia». È talmente un problema per il governo decidere dove si taglia che – e non lo dice Morando ma lo ha detto l’Ufficio parlamentare del bilancio in audizione sul Def – «non è stato avviato il ciclo di revisione della spesa per il 2019». Con i governi di centrosinistra, dal 2017, la revisione della spesa è infatti entrata a far parte strutturalmente della procedura di decisione del bilancio, abbandonando la strada emergenziale dei commissari, ma nel Def del governo Conte non ve ne è traccia. Di contro sono stati congelati 2 miliardi di spesa, ma congelati vuol dire solo rimandati. Di fatto lo stesso Tria ammette che i conti pubblici italiani sono sostenibili solo se si aumenta l’Iva, altrimenti il deficit supererà il 3% come appunto paventato dalla Commissione.

 

Quindi se non ci sono tagli di spesa devono per forza esserci aumenti di tasse…

Esatto. E le tasse possono aumentare in tre modi: con l’aumento della tassa sui consumi, ossia appunto l’Iva, con una tassa sul reddito oppure con una tassa sul patrimonio. Quanto alle privatizzazioni per 18 miliardi già previste, dal momento che il governo non ne ha fin qui avviata nemmeno una – e anzi si parla di una nuova stagione di costose nazionalizzazioni, dalle risorse idriche ad Alitalia – va dedotto che oltre ai 23,1 miliardi dell’Iva solo per il 2020 andranno trovati in autunno anche 18 miliardi per compensare le mancate privatizzazioni già messe in conto dal governo. È chiaro che se non si vuole aumentare l’Iva e se non si vuole avviare una correzione profonda delle due misure simbolo del governo giallo-verde – vale a dire reddito di cittadinanza e quota 100, che nel triennio valgono oltre miliardi di euro – non ci sono altre soluzioni che aumentare un’altra tassa.

 

Oppure non resta che sforare il tetto del 3% del deficit, come Salvini ha già detto di voler fare per trovare ulteriori risorse per la flat tax…

Già solo fare annunci del genere rischia di aggravare ulteriormente la credibilità del Paese sui mercati finanziari, con le conseguenze immaginabili sullo spread. La flat tax vale almeno altri 17 miliardi. L’impressione è che se non ci sarà una correzione di rotta profonda prenderà il sopravvento la fuga dalla realtà, con il conseguente scontro con l’Europa e la possibile Italexit di fatto, anche se non cercata intenzionalmente. Ma io credo che da parte di Salvini il rischio sia calcolato.

Eppure la richiesta di una maggiore flessibilità sui conti pubblici da parte di Bruxelles accomuna un po’ tutti i partiti italiani, a cominciare proprio dal Pd e dalle sue proposte storiche di riforma delle regole Ue.

La soluzione a livello europeo è il bilancio della zona euro, che è una vecchia proposta del Pd. Questo significa entrate e uscite comuni e un ministro delle Finanze comune. Le entrate potrebbero venire innanzitutto da una web tax introdotta a livello della zona euro, e le uscite dovrebbero riguardare soprattutto infrastrutture materiali e ricerca (immateriali). C’è da dire che finora i nostri partner europei non ne hanno voluto sapere, ma alla fine dello scorso anno c’è stata una svolta impressa dalla decisione di Emmanuel Macron e di Angela Merkel di dire sì al bilancio della zona euro. E che cosa ha fatto a giugno il governo Conte appena insediatosi? Invece di rilanciare il tema, di vitale importanza per un Paese indebitato come il nostro, ha imposto che al vertice Ue deputato anche alla discussione della storica proposta Macron-Merkel si parlasse solo ed esclusivamente di immigrazione. Un atto di masochismo allo stato puro. Paghiamo anche l’isolamento di questi mesi. E l’unico modo per invertire la rotta è dare un segnale chiaro il 26 maggio.

 

 

* Il sole 24 Ore, 14 maggio 2019

 

Giornalista de Il Sole 24 Ore

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