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di Elisabetta Corasaniti

 

Come noto, il 12 settembre, la plenaria dell’Europarlamento ha esaminato la richiesta di attivazione dell’articolo 7,1 del Trattato Ue (TUE) per “l’esistenza di un evidente rischio di violazione grave da parte dell’Ungheria dei valori su cui si fonda l’Unione”, ha sancito la minaccia sistemica ai valori europei in Ungheria e ha pertanto aperto una procedura straordinaria contro Budapest con 448 voti a favore, 197 contrari e 48 astenuti.

Questo voto sancisce un importante segnale non solo per l’Ungheria ed il suo primo ministro, ma anche per le forze politiche sovraniste ed antieuropeiste, che tanto affascinano la maggioranza al potere in Italia.

In realtà, l’ok alla risoluzione apre anche un importantissimo dibattito all’interno dei partiti che nei rispettivi Paesi, governano. In Italia si è aperto lo scontro politico laddove, mentre i sovranisti ed euroscettici leghisti di Matteo Salvini, appoggiati anche da Forza Italia, sono contrari alle sanzioni, i Cinque Stelle si dimostrano a favore della condanna di Orbán.

 

Cos’è l’art 7

La disposizione di cui all’art 7 del TUE consente all’Ue di adottare contromisure, comprese eventuali sanzioni, in caso della violazione da parte di uno Stato membro dei principi fondanti, espressi nell’articolo 2 del trattato sull’Unione europeademocrazia, rispetto dei diritti umani e stato di diritto. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società in cui prevalgono il pluralismo, la non discriminazione, la tolleranza, la giustizia, la solidarietà e l’uguaglianza tra donne e uomini.

L’articolo 7 è stato introdotto per la prima volta dal trattato di Amsterdam (entrato in vigore nel 1999) come strumento a tutela dei propri valori fondamentali, proprio nel momento in cui l’Unione europea si stava preparando all’ingresso di otto paese ex comunisti.

 

In cosa consiste 

Esso stabilisce un processo (assai complesso, che invero non è mai stato attivato) che consta di due parti.

  1. Nell’ambito del meccanismo preventivo (art 7.1), la Commissione, il Consiglio europeo o il Parlamento possono avviare la procedura dell’articolo 7 per determinare se esiste un “chiaro rischio di una grave violazione dei valori dell’UE”. Per avviare il procedimento, ll parlamento delibera a maggioranza di due terzi dei presenti (come è avvenuto ieri), che deve essere anche la maggioranza assoluta di tutti i deputati.

Ora, la palla passa al Consiglio dell’UE composta dai capi di governo degli stati membri (e quindi Conte sarà obbligato a sospendere per un breve intervallo, la sua incapacità di dare un indirizzo politico al suo governo).

Il Consiglio, con la maggioranza di 4/5, potrà constatare che esiste un evidente rischio di vio­lazione grave da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2 (e quindi raccomandare azioni specifiche, misure preventive, da intraprendere nei confronti del paese interessato). Per questo tipo di maggioranza, come ha ricordato il Prof. Ceccanti, ”il voto dell’Italia potrà essere decisivo”.

  1. Per quanto riguarda invece la seconda parte (art 7.2), quella delle sanzioni, solo il consiglio o la commissione possono attivare il procedimento.

Il Consiglio, qualora mai si arrivasse a questo punto, dovrà quindi decidere all’unanimità che “si è verificata una grave e persistente violazione dei valori dell’UE”, dopo aver ottenuto l’accordo di due terzi del parlamento.

 

L’opzione nucleare

Se tutto ciò dovesse verificarsi, il Consiglio avrà il potere di sospendere alcuni dei diritti di appartenenza del Paese – come i diritti di voto nel consiglio stesso, con una maggioranza qualificata pari al 72% degli stati membri.

L’Ungheria sarebbe esclusa di fatto dal processo decisionale! Ed è proprio questo il motivo per cui tale procedura viene talvolta definita ‘’opzione nucleare’’. Gli ostacoli di natura procedurale (specialmente per le maggioranze richieste) per l’attivazione delle sanzioni ai sensi del 7,2 sono rilevanti ma, qualora fossero superati, il fall-out politico sarebbe estremamente tossico.

 

L’elenco delle “criticità” emerse nei confronti dell’Ungheria è piuttosto lungo ed è contenuto nel rapporto Sargentini:

  • le scellerate politiche anti-immigrazione, basato sul ”no way” australiano (costruzione di un muro al confine con la Serbia  e rifiuto di qualsiasi piano di redistribuzione dei migranti)
  • le restrizioni alla libertà di informazione (ed è proprio la libertà di opinione uno dei principi fondamentali dell’Unione europea, uno dei nostri diritti umani essenziali: la libertà di parola è il nucleo della democrazia!)
  • il controllo politico della magistratura.

 

Orbán è sempre stato abile nell’intrecciare i fili per proteggere il proprio potere, ma la collocazione del suo partito nel Parlamento europeo rimane uno dei più grandi paradossi: mentre si propagano le urla anti europeiste, a Bruxelles fa parte dell’European People’s party, il principale partito europeista, che appare sempre più un guazzabuglio autocelebrativo.

In questi anni l’Ungheria ridisegnata da Orbán (dapprima con la riforma costituzionale del 2013, il cdd golpe bianco) è a pochi passi dall’autocrazia: ha introdotto la democrazia cristiana illiberale come modello cui tendere per superare la democrazia liberale (che a suo dire ‘’sostiene modelli adattabili di famiglia’’), caratterizzato da restrizioni nei confronti delle minoranze e da una retorica anti-UE ancor più pronunciata, con minacce e attacchi alla libertà di stampa, alle ONG, ai rifugiati, alle università.  E’ la prepotenza di chi si pone al di sopra delle regole comuni che la comunità internazionale si è data (determinando in tutto un allontanamento dell’Ungheria dai valori democratici di principio della UE)

 

No way

Il leader ungherese sta sviluppando una rete di interessi e di alleanze politiche che lo stanno rendendo non più il leader “scomodo” d’Europa, ma un vero e proprio simbolo. E’ riuscito a diventare una sorta di faro per molti movimenti che aspirano o si presentano come partiti di governo. Proprio perché uno dei cavalli di battaglia di Orbán è infatti il rifiuto dell’accoglienza (che per l’Ungheria significa la redistribuzione dei richiedenti asilo) e la lotta alle ONG, il premier ungherese annovera tra i suoi sostenitori Matteo Salvini, il ministro dell’Interno di una nazione il cui interesse è, guarda caso, proprio redistribuire i profughi.

Intanto, per adesso, ci godiamo l’unico ‘’no way’’ che ci piace.

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