LibertàEguale

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di Michele Salvati

 

Nota introduttiva: si tratta di spunti sintetici, talora di una brevità caricaturale. Ma molti sono argomentabili in modo ampio, documentato e largamente condivisibile. Alcuni sono più controversi e su di essi si fondano i conflitti nel partito nell’attuale fase precongressuale. L’attenzione di queste Premesse è concentrata sul nostro paese e la sua situazione politica: i vincoli che pone la situazione internazionale non sono oggetto di analisi, soprattutto perché l’Italia può fare ben poco contro di essi. Potrebbe fare molto di più l’Europa, se fosse  unita e in essa prevalesse una coerente difesa del modello sociale europeo: sull’Unione queste Premesse non lasciano dubbi (punto 22°), ma l’argomento, con l’avvicinarsi delle elezioni, richiede una trattazione apposita.

 

 

I

  1. I “populismi” dei paesi capitalistici avanzati hanno, oltre ad evidenti somiglianze, caratteri diversi, dipendenti dalla storia, antica e recente dei paesi in cui si sono affermati. Per venire subito al nostro, dobbiamo almeno partire dall’assestamento del sistema politico italiano nell’immediato dopoguerra: dal perché l’Italia non abbia generato un partito socialdemocratico e un partito liberale moderati. Essa generò invece un partito comunista, escluso ed auto-escludentesi dalla competizione per il governo per ragioni internazionali e di radicale dissenso sull’assetto sociale ed economico da dare al paese; un partito socialista a lungo subordinato al Pci e giunto solo con Craxi a rivendicare le posizioni degli altri partiti socialdemocratici europei; e un grande partito cattolico e semi-liberale, la Democrazia cristiana.

La coalizione innaturale (…ad excludendum) tra Dc e Psi è stata per trent’anni, dai primi anni 60 fino all’inizio dei 90, l’asse dei governi italiani, governi condannati all’inefficienza e alla “vista corta”, se non alla corruzionel’adattamento dell’economia e delle istituzioni del paese ai problemi che si ponevano dopo la fase della ricostruzione e del miracolo economico – una fase affrontata con successo dalle coalizioni centriste dell’immediato dopoguerra – non venne mai intrapreso in modo sufficiente ed efficiente.

L’inefficienza e la vista corta nascevano in buona misura dal conflitto endemico tra le due principali élite politiche che partecipavano al governo, democristiana e socialista, con l’obiettivo di prevalere l’una sull’altra: a tale scopo esse assecondavano – per ragioni di convenienza elettorale e sotto la pressione del Pci, il grande terzo escluso – domande cui nell’interesse del paese avrebbero dovuto resistere. Di qui una politica macroeconomica inadeguata (inflazione e poi disavanzi: è nella Prima repubblica che si forma il grande debito pubblico italiano) e una scarsa attenzione per le riforme istituzionali ed economiche che avrebbero dovuto attrezzare l’Italia alla diversa fase del regime capitalistico, da keynesiano a neoliberale, nella quale si entrò nei primi anni 80. Questa storia è stata raccontata tante volte, ma bisogna sempre averla presente.

 

  1. Bisogna averla presente perché l’anomalia del populismo italiano rispetto a quello degli altri paesi capitalistici avanzati è uno dei sui frutti. Essa, in buona misura, dipende dell’anomalia del precedente sistema politico del nostro paese e dall’esplosione che ne decretò la fine: Tangentopoli. Questa fu una grave crisi politica, di gran lunga precedente all’emersione massiccia del populismo europeo degli ultimi dieci anni, una crisi che nessuna delle grandi democrazie europee conobbe: è da questa che prende forma il populismo “all’italiana” che oggi conosciamo.

Insisto su Tangentopoli non perché creda che il populismo all’italiana tragga origine da questa crisi politica recente: esso è radicato nell’intera storia d’Italia, deve la sua origine ai movimenti estremisti che si svilupparono nella democrazia di massa successiva alla prima guerra mondiale – al fascismo, soprattutto – e in questo dopoguerra era presente in (quasi) tutti i partiti. Quando questi e il loro modus vivendi (la c.d. Prima Repubblica) entrarono in crisi, l’endemico populismo italico esplose: per fortuna non più come rifiuto della democrazia – di cui anzi gli attuali populisti si fanno per ora paladini – ma come negazione del pluralismo e dei caratteri liberali della democrazia.

 

  1. Una tesi che comincia a circolare e trovo convincente è che molti dei caratteri differenziali dell’attuale populismo italiano rispetto agli omologhi europei altro non siano che l’estremizzazione di materiali culturali e ideologici già presenti in forma più moderata in Tangentopoli e nell’anomalo bipolarismo che gli fece seguito, quello che si manifestò con l’ascesa al governo di Berlusconi e la resistenza ad esso da parte di una coalizione di Centrosinistra, l’Ulivo, poi sfociata nel Partito democratico: basta leggere Il Fatto Quotidiano per rendersene conto.

Durante la doppia recessione economica tra il 2008 e il 2013 e l’insufficiente ripresa successiva, il posto di un Centrodestra moderato e filoeuropeo (ma non liberale) è stato occupato dalla Lega di Salvini e quello di un Centrosinistra moderato e filoeuropeo (ma anch’esso non liberale, per la debolezza di questa tradizione nell’eredità cattolica e comunista) è stato occupato dai 5 Stelle. Insomma, due populismi estremisti hanno occupato il posto di due populismi moderati: in modo confuso si è riproposta la vecchia spaccatura tra Destra e Sinistra, i cui confini Renzi non è riuscito a spostare, nonostante questo fosse un suo evidente obiettivo.

Ma né il Centrodestra di Berlusconi, né il Centrosinistra di Renzi avevano detto chiaramente agli italiani, per timore di perdere voti, quanto compromessa fosse la situazione economica e istituzionale del nostro paese, e quindi lenta e piena di difficoltà sarebbe stata l’uscita dal declino prodotto dalle classi dirigenti inadeguate – di tutte, anche di quelle economiche, oltre che di quelle politiche su cui ho posto l’accento sinora – che avevano governato l’Italia dagli anni 70 ad oggi. Quando questa verità emerse in modo evidente nelle crisi finanziarie dei primi anni 90 e del 2011, governi “tecnici” strettamente legati al progetto europeo ebbero qualche spazio di manovra, subito circoscritto dai governi “politici” successivi.

 

  1. La strategia e le ragioni del successo dei due populismi estremisti sono chiare, se si tien conto del livello di diseducazione politica dell’elettorato. Basandosi su effettive sofferenze di ampi strati di cittadini e su effettivi errori dei governi, i populisti hanno innanzi tutto avanzato una critica implacabile alla “casta”, accusata dei peggiori crimini ai danni del popolo e in favore delle élites, la pericolosa dicotomia di tutti i populismi.

Secondariamente essi hanno prodotto una caricaturale semplificazione degli obiettivi del governo. Viene fortemente criticato il vincolo europeo e sottovalutato quello, ancor più forte, dei mercati, e di conseguenza si allarga la (presunta) possibilità di politiche economiche più espansive e definite esclusivamente in termini di (presunto) interesse nazionale, ma in realtà di pura popolarità elettorale: di qui la flat tax, il reddito di cittadinanza, la riforma delle norme che assicurano l’equilibrio del sistema pensionistico. Di qui anche le iniziative unilaterali in tema di immigrazione: tutte proposte popolari, nessuna ben identificata e realizzabile.

I nodi stanno però venendo al pettine e la tattica di furia e rumore sta diventando sempre più rischiosa: le reazioni alla recente Nota di Aggiornamento al DEF (il 2,4 di deficit, rispetto allo 0,8 del DEF di aprile) ancora non danno la misura delle  conseguenze che avranno sull’Europa e sui mercati, i quali probabilmente attendono il progetto di Legge di Bilancio, da presentarsi al Parlamento e alla Commissione Europea il 15 ottobre: vedremo allora, se non prima, se  Europa e mercati “si faranno una ragione” delle inadempienze italiane (Salvini dixit).

Temo che al momento della verità, allo show-down, si arriverà abbastanza presto. O i partiti populisti al governo dovranno ridefinire e moderare le promesse elettorali, o si arriverà ad una crisi del debito: il problema non sono tanto le sanzioni europee, quanto il comportamento dei mercati finanziari nei confronti di un paese in cui il debito può uscire di controllo e si ostina a non riconoscere le proprie condizioni di debolezza. Per ora, a livello internazionale, sembra dominante la tattica consigliata da Churchill nei confronti del fascismo: l’asino italiano si doma alternando il bastone con la carota.

 

  1. L’opposizione è paralizzata e disunita. Forza Italia critica i 5 Stelle, ma assai di meno la Lega, cui è legata in molte amministrazioni locali e da una lunga alleanza politica. L’opposto per il Pd, che usa toni durissimi nei confronti della Lega, accusata di fascismo (?), ma è molto più tollerante nei confronti del populismo pentastellato: non sono forse finiti nei 5 Stelle molti militanti di sinistra allevati nel mito di riforme impossibili, nel disprezzo della realtà della situazione economica e nell’odio antiberlusconiano?

La situazione non sembra urgente a nessuno degli oppositori: si vedrà quando gli estremisti e i populisti dovranno passare dalla propaganda alla realtà. Ma la situazione è urgente perché il gioco è rischioso e non è affatto detto che essi perdano il loro consenso elettorale in caso di difficoltà: sfruttando l’argomento “non ci fanno fare le riforme che salverebbero l’Italia”, indirizzando il rancore degli italiani verso malefiche forze esterne (L’Unione Europea, i mercati finanziari), essi potrebbero condurci al disastro. E’ per questo che una prospettiva seria, una vera alternativa politica, dovrebbe essere subito in campo. E quale altro partito se non il Pd dovrebbe e forse potrebbe darla?

 

II

  1. Veniamo allora al Partito democratico. La sconfitta del 4 marzo è stata così traumatica e la riflessione sulle sue cause così carente e confusa che io stesso, uno dei primi e più convinti sostenitori dell’attuale denominazione del partito, ho accarezzato l’idea che fosse opportuno cambiarla, per segnalare in modo più esplicito il compito che deve proporsi il partito nei prossimi anni. Perché non PRN, “partito della ricostruzione nazionale”?

E’ la ricostruzione economica, istituzionale e morale del paese quella che dovrebbe essere proposta agli italiani, o almeno a quelli che non hanno abbandonato ogni speranza che l’Italia possa correggere le inefficienze e le ingiustizie che l’attraversano, possa tornare a crescere, possa essere rispettata e non irrisa/temuta in Europa e nel mondo.

E questo dovrebbe essere l’obiettivo centrale di una nuova fase politica, reso necessario dalla gravità della crisi, da un declino che gli elettori, il ceto politico e non pochi intellettuali e commentatori si rifiutano di comprendere nelle sue cause reali, nella mitica fiducia che un ceto politico radicalmente nuovo riesca nel difficile compito che il vecchio non è riuscito ad assolvere. Anche se la sua incompetenza è palese (dov’è uno straccio di analisi del declino?) e i suoi caratteri di estremismo populista altrettanto evidenti: è la “piazza pulita” di Tangentopoli, il “se vaian todos” dei populisti sudamericani.

 

  1. Sul mutamento di nome ho rapidamente cambiato idea per quattro motivi. Il primo è che già non era stato facile trovare un nome semplice ed evocativo e che fosse accettabile dalle forze politiche che si erano alleate nell’Ulivo e avevano deciso di costituirsi in partito. Un nome che fa riferimento alla vocazione democratica che tutte condividevano e alla tradizione di sinistra da cui tutte provenivano (…l’assenza dei socialisti è stata una triste conseguenza di Tangentopoli). In breve, un nome che esprimesse nel modo più efficace il messaggio dei primi 11 articoli della nostra Costituzione.

 

  1. Il secondo è che la ricostruzione cui dovrà accingersi l’Italia non può essere il compito di un solo partito ma dovrà coinvolgere un ampio insieme di forze, politiche culturali sociali. E dunque un singolo partito, per definizione una “parte” in democrazia, non può e non deve appropriarsene.

 

  1. Se il compito della ricostruzione sarà quello dei prossimi anni, e se diverse forze dovranno unirsi per affrontarlo occorre essere consapevoli che notevoli compromessi rispetto agli orientamenti ideologici e agli interessi di ognuna di esse saranno necessari per poterlo svolgere. Ma proprio questo è un motivo per tenersi stretti il vecchio nome. La ricostruzione è l’esigenza di una fase politica, anche se non breve, non è un carattere identitario. Caratteri identitari sono quelli che hanno definito da più di due secoli la destra e la sinistra, anche nel mutamento continuo degli obiettivi politici concreti che esse si sono proposte al mutare delle circostanze. E questi caratteri di fondo sono ben lontani dall’aver perso il loro nucleo valoriale e la loro capacità di ordinare il campo politico.

Il partito democratico deve restare un partito di sinistra, una versione democratica, liberale e riformista della sinistra. Una versione adatta a sopravvivere anche nelle condizioni poco felici che la globalizzazione, il neoliberismo, le reazioni nazionalistiche e illiberali, le inefficienze del sistema Italia stanno producendo.

Cruciale sarebbe trovare un nuovo segretario, che impersoni al meglio gli obiettivi di questa fase. Nell’impossibilità di adattare l’intero partito in tempi brevi alla difficile situazione in cui si trova, non vedo altra possibilità al fine di segnalare una cesura col passato e una possibilità di rinascita.

 

  1. Ultimo motivo, ma forse il più importante di tutti, è che non si cambia nome al contenitore se poi i contenuti – e qui intendo i dirigenti, i militanti, i quadri del partito, la visione del mondo cui ho accennato nel punto precedente – restano gli stessi. L’obiettivo dev’essere convincere gli italiani che il partito ha fatto tesoro degli errori commessi e si impegna seriamente a correggerli. Insomma, un’autocritica seria, che non butti il bambino insieme all’acqua sporca, ma dia una rappresentazione realistica della situazione in cui ci troviamo e avanzi un progetto credibile di cambiamento. Ma per ottenere questo risultato, lo ripeto, non è necessario un cambiamento di nome. Basterebbe un cambiamento di leadership, e di questo dirò subito appresso.

 

  1. Dunque, Partito democratico. Non più perseguibile, per ora almeno, dopo la sconfitta referendaria ed elettorale, l’ambizione egemonica che Renzi gli aveva impresso, qual è la strategia che conviene adottare? Spero che lo stesso Renzi e la corrente di cui è il leader si siano convinti che una strategia di Blitzkrieg, tutta politichese e gestita dall’alto, non funziona nel nostro paese, anche se quell’ambizione è sostenuta da un’analisi corretta del ruolo di un partito di sinistra nelle circostanze attuali.

Non funziona nel partito, dove è rimasta in vita una corrente tradizionalista ostile, oltre che allo stile di leadership, ai contenuti politici e culturali del progetto renziano. E non funziona nel paese, dove la barriera tra destra e sinistra non è stata scalfita ed è riapparsa in forme estreme e confuse. In questo momento, da parte dei renziani, mi sembra sia in corso una ricerca per trovare un leader adeguato della loro corrente, da contrapporre nel congresso a Nicola Zingaretti, visto come candidato di una coalizione di correnti antirenziane.

 

  1. La ricerca dovrebbe invece uscire da una logica di corrente. In versioni precedenti di questo scritto avevo fatto a mo’ d’esempio un nome che mi sembrava potesse mettere d’accordo le due anime principali del Pd, quella di sinistra liberale e quella socialdemocratica e lavorista, Marco Bentivogli.

Mi sembra però più opportuno evitare di far nomi in questa fase del dibattito precongressuale: i nomi verranno e di recente se n’è aggiunto un altro di grande rilievo, Marco Minniti.

L’importante è che queste candidature rappresentino una discontinuità con le segreterie precedenti, abbiano la possibilità di riscuotere un ampio consenso nella base del partito e nell’elettorato potenziale, e non siano viste come semplici espressioni delle due grandi correnti, renziana e antirenziana, nel cui conflitto il partito si è logorato nel passato e rischia di implodere in futuro.

 

III

  1. Ovviamente queste sono considerazioni che non possono stare in un manifesto, ma sono utili per la sua costruzione. Un conto è un manifesto intransigente, fatto per dividere con chiarezza, un altro un documento che lasci aperta la strada ad un accordo, in cui i candidati ribadiscono sì le loro ragioni, ma con una forte enfasi sull’unità del partito una volta chiusa la fase congressuale.

Questo vale anche per chi ritiene, come Calenda, che la fase del conflitto tra destra e sinistra sia finita, che il partito debba cambiar nome per fissarsi sull’obiettivo di apertura contro chiusura, competenza contro incompetenza, europeismo contro nazionalismo, ricostruzione nazionale contro nazionalismo estremista.

Di questo ho già detto (punti 6-10), e ora mi limito a ricordare che gli avversari storici del Centrosinistra sembrano muoversi su una pista di assorbimento o attenuazione delle loro divisioni, con il rischio che alle prossime elezioni si presenti un Centrodestra sostanzialmente unito sotto una guida salviniana nel frattempo ammorbidita, e un Centrosinistra diviso, diviso al suo interno e diviso sul tema dei rapporti con i 5 Stelle (il voto su Orban del 12 settembre scorso nel Parlamento Europeo, in cui Forza Italia -senza alcuna necessità – è schierata con Salvini e contro la quasi totalità del PPE è probabilmente un indizio che Berlusconi si è rassegnato a cedere a Salvini la leadership del Centrodestra).

 

  1. Come accennavo, c’è però un altra questione che affligge il Pd, anch’essa preliminare alla costruzione di un manifesto condiviso: il rapporto con i 5 Stelle. Il Centrodestra è una coalizione di partiti diversi. Il Pd ha superato da tempo la fase della coalizione per costituirsi in partito, anche se gli strascichi della fase precedente sono ancora evidenti. I militanti e gli elettori che lo hanno abbandonato per i 5 Stelle hanno rifiutato questi sviluppi unitari e scelto un partito che del populismo e dell’antieuropeismo ha fatto la sua bandiera: un partito per ora assai più forte del Pd e che difficilmente accetterà una leadership più moderata ed europeista come quella che il Pd potrebbe fornire, come partito minore di una eventuale alleanza.

Se questa improbabile alleanza si dovesse fare, il leader della coalizione di Centrosinistra (?!) sarebbe un esponente dei 5 Stelle, non certo del PD, proprio come il leader di una eventuale alleanza di Centrodestra sarebbe Salvini e non un esponente di Forza Italia. Questo dicono i numeri e confermano le evidenti simpatie per un più stretto rapporto con i 5 Stelle manifestate dai piccoli partiti di sinistra estrema o anche da esponenti del Pd, di cui il più noto è Emiliano.

 

  1. Le diverse correnti ed anime del PD – per poter partecipare al congresso con documenti che ne esprimano le analisi e le valutazioni politiche (“position papers”, più che bozze di manifesti fortemente antagonisti) e lascino dunque aperta la possibilità di convergenza su una posizione unitaria – dovrebbero prima accordarsi su alcuni punti chiave, senza i quali un’eventuale convergenza su un manifesto unitario sarebbe solo di facciata e lascerebbe aperti i conflitti che hanno tanto offuscato l’immagine del partito negli ultimi anni. Ripercorriamo in breve questi punti chiave.

 

  1. Il primo è quello dell’unità del partito nella sua attuale denominazione, pur nella convinzione che l’obiettivo della fase è quello, come dicevo più sopra, di una ricostruzione nazionale del paese, purtroppo, ma necessariamente, lenta e paziente. Una ricostruzione da affrontare dicendo la verità agli italiani ed evitando misure dannose nel lungo periodo, mirate soltanto ad assecondare il rancore degli elettori e la loro predisposizione a interventi punitivi e risolutivi.

Realismo e competenza devono essere doti riconosciute al quadro dirigente del partito, almeno quanto lo è l’obiettivo primario di un partito di sinistra, l’attenuazione delle diseguaglianze nelle condizioni di vita, provocate dalla fase di globalizzazione a predominio neoliberistico e dalle inefficienze e ingiustizie che sono proprie del nostro paese e non dipendono dalla situazione internazionale.

Buona parte dei migliori tecnici e intellettuali italiani condividono posizioni di sinistra liberale e non dovrebbe essere impossibile per il partito costruire un supporto culturale di elevata e riconosciuta competenza.

 

  1. Questa insistenza su realismo, competenza e “orgoglio nazionale beninteso” rischia di essere poco affascinante come richiamo elettorale per un popolo che si è fatto convincere dalla propaganda della Lega e dei 5Stelle. Questi movimenti hanno saputo parlare agli elettori dei loro problemi di ogni giorno, con le parole che usano ogni giorno, e con essi sono entrati in sintonia. Hanno offerto soluzioni radicali e illusorie, ma hanno vinto: è stata invece l’incapacità del partito di dimostrare una vera empatia con i ceti popolari e i loro problemi a schiacciare il partito sulla “casta”, insieme ai “loro” invece che dalla parte dei “noi”.

C’è del vero in questa osservazione, ma c’è anche un problema. Fino a dove si può spingere l’empatia? Fino a far proprie posizioni di chiusura xenofoba da tempo latenti nei ceti popolari o altri pregiudizi e atteggiamenti diffusi ma politicamente inaccettabili? Fino a promettere misure estreme ed illusorie? Questo è soprattutto vero quando il partito è al governo e dunque è parte dei “loro”, della classe dirigente del paese. Ma è vero anche quando il partito è all’opposizione: al di là di evidenti obiezioni di principio, movimenti estremisti e populisti sono difficilmente sfidabili in termini di popolarità e immediatezza, di spontanea “empatia”, soprattutto sul tema dell’immigrazione.

 

  1. Non si può fare un congresso dopo una legislatura che ha visto al potere tre governi di Centrosinistra (senza contare il precedente appoggio al governo Monti) e si è conclusa con una sconfitta così cocente senza un’analisi seria e il più possibile spassionata delle ragioni che possono contribuire a spiegarla. Al momento, le ragioni addotte dalle diverse correnti del partito sono così superficiali e tra loro divergenti che nessuna possibilità di compromesso sembra possibile e dunque nessuna unità del partito su un progetto comune.

E’ allora destinato, il Pd, a restare un partito diviso, afflitto da conflitti interni in cui è difficile separare le ragioni ideologiche da quelle personali, e dunque destinato alla sconfitta? L’unità necessaria non è però assenza di dibattito interno e ciò è possibile anche in presenza di forti dissensi, se si danno tre condizioni.

La prima è che i dissensi siano giustificati nel modo più argomentato possibile: dunque ben vengano diverse analisi sulle ragioni della sconfitta, critiche e autocritiche approfondite, perché è sulla base di queste che i membri del partito possono farsi un’idea sulle candidature che si presenteranno. E qui, per ragioni ovvie, l’onere e l’impegno maggiore spetta ai renziani, che di fatto hanno governato per gran parte della legislatura e sinora hanno prodotto documenti che si limitano a rielaborare i temi della propaganda delle elezioni del marzo scorso.

La seconda, altrettanto importante, è che a tutti i candidati sia riconosciuta la stessa legittimità a rappresentare la linea del partito in caso di prevalenza nel congresso: detto altrimenti, un sufficiente spirito di partito come casa comune, come ancora resiste (per quanto?) nel Labour o nella SPD (e qui, lo dico subito, non mi convince l’idea che il capo del governo sconfitto debba necessariamente ritirarsi da un confronto nel partito: non siamo in un contesto culturale e istituzionale anglosassone).

La terza, dopo che il congresso si è concluso, è un limite fermo ad esternazioni dannose di dissenso aperto.

 

  1. (…ancora in tema di autocritica seria da parte di chi ha governato: non si parte da zero. Un buon esempio di che cosa intendo con questa espressione è il libro che Marco Leonardi ha appena finito di scrivere in tema di lavoro, salari, pensioni, povertà -appena accennato il Mezzogiorno di cui dirò qualcosa in seguito – per l’Egea editrice della Bocconi e uscirà a fine ottobre: Le riforme dimezzate. In esso è analizzata e valutata criticamente la sua esperienza di consulente a Palazzo Chigi, prima con Morando, poi con Nannicini-Renzi, da ultimo con Gentiloni: un libro da leggere!)

 

  1. Ma torniamo al partito: un punto sul quale bisognerebbe arrivare a convinzioni comuni è quello della sua organizzazione, degli strumenti mediante i quali stabilisce un rapporto con la società, ne percepisce le domande e influisce su di esse. L’unica cosa su cui al momento c’è un ampio consenso è che l’attuale struttura organizzativa di origine novecentesca non funziona come strumento di comunicazione e di influenza in un contesto sempre più dominato dalla televisione e dai social media. E non funziona per la qualità dei quadri politici che di fatto seleziona: in molte realtà, anche nel Nord e nelle stesse ex-regioni rosse, il partito quasi non esiste o la qualità dei suoi quadri è mediocre, se vogliamo usare un eufemismo.

 

  1. Ancora con riferimento al partito, ma più urgente perché riguarda anche le regole congressuali, viene un punto sul quale insiste da tempo Claudio Petruccioli: uno Statuto del partito pensato in un’epoca assai lontana (2007: 10 anni sono un secolo, col ritorno al proporzionale e nelle condizioni odierne di estrema volatilità dell’elettorato) dev’essere ripensato, e questo è un tema sul quale ci sono dissensi anche nella sinistra liberale. Dissensi che aumentano nel partito nel suo insieme. Ma che vanno superati.

 

  1. Ma veniamo ai due punti decisivi. Se è accettato il punto 16 – il rifiuto di un estremismo irrealistico e la convinzione che gli interessi e le speranze dei ceti più svantaggiati siano meglio difesi da riforme attuabili pur nelle difficili circostanze odierne piuttosto che da impossibili o dannose proposte estremistiche – ne seguono due conseguenze impegnative.

(a) Un Europeismo attivo, fermo e leale, anche se critico dei conflitti e della conseguente inerzia che ora ostacolano l’azione dell’Unione e dell’Eurozona. E dunque un’alleanza vigile con i paesi e i partiti europei che perseguono obiettivi simili a quelli perseguiti dal Partito democratico. Vigile e non ingenua, consapevole che anche i più ferventi europeisti sono inevitabilmente soggetti al richiamo di interessi puramente nazionali.

(b) Chiusura netta al Movimento 5 Stelle come organizzazione politica: le attuali posizioni del Movimento sulla democrazia, sulla situazione economica, sull’Europa e sul Mezzogiorno rivelano una distanza siderale dagli obiettivi che un partito di sinistra liberale deve proporsi in almeno quattro ambiti importanti. Sull’economia, sulla democrazia e sull’Europa si è già sviluppato, anche nel Pd, un dibattito critico nei confronti dei 5 Stelle…

  1. …Una critica seria non si è però sviluppata sul Mezzogiorno, dove il movimento riscuote i maggiori consensi: quali sono le analisi che i 5 Stelle avanzano, le riforme che propongono? Si rendono conto dell’enorme difficoltà del problema (anzi, dell’eterna “questione meridionale”) o pensano di risolverla con la bacchetta magica del reddito di cittadinanza?

Una critica seria non si è sviluppata soprattutto perché è carente, nei renziani e in tutto il Pd, una vera autocritica nei confronti  delle politiche meridionaliste che hanno fatto, e soprattutto non fatto: com’è possibile criticare gli altri se non si dispone di un’alternativa e di un partito in grado di portarla avanti?

  1. Ovviamente un partito deve discutere con tutti, ma, a meno che i 5 Stelle cambino radicalmente posizione sui quattro temi che ho ricordato, un’alleanza per il governo mi sembra fuori discussione. Anche, se non soprattutto, per le ragioni di realismo politico cui ho fatto cenno nel punto 14. Fuori discussione oggi, in cui la sponda del Pd non è ricercata dal Movimento. Ma probabilmente anche domani, nel caso in cui l’alleanza giallo-verde saltasse e si dovesse trovare un nuovo governo per continuare la legislatura: anche se i numeri ci fossero, l’accordo con i 5 Stelle non darebbe al Pd il modo e i tempi per modificare il giudizio negativo che gli elettori si sono formati e condannerebbe il partito, oltre che ad una sconfitta certa nelle successive elezioni, ad una riacutizzazione  della confusione e dei conflitti interni.

 

  1. Se c’è un accordo affidabile su questi punti chiave e di conseguenza una ragionevole speranza che le diverse sottolineature presenti nei documenti presentati al congresso non ostacolino la convergenza su un manifesto comune, credo che gli esponenti di una concezione riformista di sinistra liberale debbano partecipare alla stesura di questo documento, simbolo dell’identità e dell’unità del partito. Quella che dev’essere evitata è l’incertezza su quale animale politico sia il partito democratico, se un partito di sinistra liberale, democratica e riformista, o un partito che corteggia gli estremisti e i populisti.

 

  1. Anche la posizione più cauta che qui ho suggerito non è affatto una garanzia di successo, quanto meno in tempi brevi e in particolare nelle imminenti elezioni europee: se il Centrodestra riesce a risolvere i suoi contrasti interni e a moderare le tendenze estremistiche di Salvini, e se l’esito del congresso allontana dal partito altri elettori sensibili al messaggio populistico dei 5 Stelle convincendoli che la “vera sinistra” (?!), la sinistra senza se e senza ma, sta ormai solo lì (ma al tempo delle elezioni europee, non si saranno stancati di urla inconcludenti e pericolose?)… se questo avviene la battaglia politica per le Europee è tutta in salita. Spetta dunque al congresso il compito delicato di rendere evidente agli elettori che il Pd è e resterà un partito di sinistra riformista, che propone riforme realistiche e attuabili nelle attuali circostanze, e non un partito moderato che si adegua passivamente alla situazione esistente.

 

  1. Il compito di dimostrare che l’estremismo e il populismo sono avversari altrettanto pericolosi del moderatismo senza principi è un vecchio compito che tutti i partiti socialdemocratici hanno dovuto affrontare in passato. L’hanno affrontato e assolto -constatiamo oggi con una buona dose del senno di poi – in circostanze internazionali e interne divenute nel dopoguerra molto favorevoli, con obiettivi semplici ed esaltanti come la piena occupazione e il welfare state.

Lo stesso compito è assai più difficile quando obiettivi così popolari non sono realistici, un po’ perché sono già stati raggiunti, seppure in modo incompleto e inefficiente, e soprattutto perché la situazione internazionale ed interna non consente altro, a livello nazionale, che un’opera meno esaltante di rammendi su mille fronti, un’opera di geriatria economica e istituzionale. Anche se presentata, anzi, proprio se presentata, come un grande disegno di ricostruzione nazionale.

 

  1. Nessuno ha mai detto che il mestiere di un riformista serio sia un mestiere facile e oggi, come già nel periodo tra le due grandi guerre, la democrazia è entrata in conflitto contro il suo vero nemico, contro Behemoth, il mostro dell’anarchia e della confusione, evocato da demagoghi cui proprio i caratteri liberali della democrazia e i nuovi strumenti di comunicazione concedono la massima influenza in un periodo di profonde insoddisfazioni popolari.

Se vuole evitare il destino di una democrazia illiberale (o peggio) – alcuni paesi europei ne sono già vittime – il Partito democratico non può concedersi il lusso di frammentarsi ulteriormente, o di proseguire nel conflitto interno che l’ha sinora logorato.

 

(articolo pubblicato su Il Foglio del 15-10-2018)

 

 

 

Docente di Economia Politica all’Università Statale di Milano, nella Facoltà di Scienze Politiche. Ha scritto e scrive per quotidiani (‘Corriere della Sera’, ‘Repubblica’, ‘Unità’, ‘Il Sole 24 Ore’, ‘Il Foglio’) e riviste (‘Stato e Mercato’, ‘Il Mulino’).

Deputato dei Ds-L’Ulivo nella XIII Legislatura. Tra i più importanti teorici del Partito democratico, ha dedicato all’argomento due libri: “Il partito democratico. Alle origini di un’idea politica” (2003) e “Il partito democratico per la rivoluzione liberale” (2007)

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