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di Andrea Romano

Può un riformista battersi per conservare l’esistente, sostenendo per di più che quell’esistente funzioni alla perfezione? E’ questa la domanda che mi insegue quando ascolto le argomentazioni per il No al referendum di Tommaso Nannicini, Giorgio Gori e altri ottimi amici riformisti del PD.

Una domanda che muove sì dalla mia esperienza di deputato, ma soprattutto dalla profondissima convinzione che sia necessario difendere la democrazia parlamentare dalle molte minacce da cui è circondata: in Italia e fuori d’Italia.

Quelle minacce muovono dall’antico pregiudizio reazionario verso le assemblee rappresentative, amplificato dal nuovo pregiudizio populista verso le istituzioni democratiche. Due pregiudizi che combattiamo, ma di cui dobbiamo anche conoscere il carburante.

Perché la benzina da cui sono alimentati è anche nel cattivo funzionamento dei parlamenti democratici, che ormai da anni non riescono più a svolgere il loro triplice ruolo di rappresentanza, controllo e legislazione a livelli tali da sconfiggere l’ondata antipolitica in cui siamo tutti immersi.

E finché i parlamenti democratici non recupereranno efficienza, rappresentatività e autorevolezza l’attacco alla democrazia rappresentativa non potrà essere fermato. Per questo ogni sforzo per rafforzare le istituzioni democratiche deve muovere dal riconoscimento, il più possibile franco e onesto, del malfunzionamento delle assemblee parlamentari e dal conseguente impegno a renderle più efficaci ed efficienti.

Mi sbaglierò, ma nelle argomentazioni dei sostenitori del No questo riconoscimento manca del tutto.

E la narrazione che si intravede nella loro campagna è quella di una democrazia perfettamente funzionante, insidiata solo dalla perfida retorica del populismo antiparlamentare.

Ovviamente quella retorica esiste – ne siamo circondati! – e ovviamente quella retorica ispira le posizioni del Movimento Cinque Stelle, non da oggi e anche nel caso del provvedimento che ha ridotto il numero dei parlamentari.

Ma quella, per l’appunto, è la motivazione politica e culturale che ha ispirato le scelte e la campagna del Movimento Cinque Stelle: che non ha caso ha voluto e difeso quel provvedimento solo in termini di riduzione dei costi, con un’argomentazione risibile ma insidiosa.

Immaginare di fermare o capovolgere la retorica antiparlamentare (anche dei Cinque Stelle) opponendole il ritratto irrealistico di una democrazia perfettamente funzionante, e quindi niente affatto bisognosa di essere migliorata e rafforzata, è un’aspirazione forse nobile ma destinata certamente ad essere travolta dalle cose.

Un’aspirazione che al fondo corrisponde a quella “vocazione minoritaria” che troppe volte ha afflitto il riformismo italiano, spingendolo a battaglie perse in partenza, spesso autolesionistiche e di nessun impatto sulla realtà del paese.

Perché quella retorica si può combattere, con qualche speranza di vittoria, solo rilanciando la battaglia per la riforma della nostra democrazia. Una riforma che passa anche dalla riduzione del numero dei parlamentari (come la sinistra ha sempre chiesto, fin dagli anni Novanta) così come passa da una profonda innovazione dei regolamenti delle Camere, da un nuovo rapporto tra i poteri esecutivo e legislativo, dalla parificazione dell’età nell’elettorato attivo e passivo, da una nuova legge elettorale che non soltanto risolva i vuoti di rappresentanza territoriale che sarebbero provocati dal taglio isolato dei parlamentari ma che superi i pesanti limiti del Rosatellum.

Da qui il patto politico che il PD ha voluto siglare alla nascita del governo Conte 2 e che ci ha visto sostenere il provvedimento, dopo tre votazioni contrarie e precedenti a quel patto, perché finalmente la riduzione del numero dei parlamentari è stata inserita dentro un più ampio disegno di riforma e rafforzamento delle istituzioni democratiche.

Oggi quel patto dev’essere rispettato, anche per quanto riguarda una nuova legge elettorale che può essere calendarizzata prima del referendum e proseguendo poi con le altre misure di riforma e rafforzamento della nostra democrazia.

Perché questo è il modo più efficace – da riformisti – per contrastare l’attacco alle istituzioni: evitare di chiudersi nell’angolo della conservazione dello status quo, dove finiremmo per essere travolti da argomentazioni populistiche sostenute da un consenso molto solido, limitandosi ad un omaggio retorico ai valori del parlamentarismo; impegnarsi per una coraggiosa riforma democratica da cui venga più forza e più solidità per le istituzioni della nostra repubblica.

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