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Renzi: riforme contro conservazione. Questa è la storia

Umberto Minopoli giovedì 18 ottobre 2018
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di Umberto Minopoli

 

Nel 2013 il Pd era un partito morente.

Neppure il risultato elettorale (primo partito alla Camera) riusciva a sottrarlo al declino, torpore, impotenza. La sensazione, dopo le elezioni del 2013 era di “vittoria mutilata”:  primo partito ma inviso, defraudato, frustrato.

Questo partito, sull’orlo di una crisi di identità e funzione, decise di affidarsi ad un giovane leader, ambizioso, sfrontato, irriverente. Il Pd aveva bisogno di una scossa.

Dopo gli anni sfibranti e generosi dell’austerità, dello sforzo eroico e impopolare di salvare i conti pubblici. L’Italia era salva ma il Pd era a pezzi. E non ripagato e riconosciuto per aver sottratto il paese al tunnel del default. Occorreva una scossa, un coraggioso progetto di riforme e di svecchiamento. Dopo un anno soltanto di cura quel giovane, irriverente e ambizioso, riuscì nell’opera. E  portò un partito alle corde al 40% dei voti, ad un consenso straordinario di popolo, e ad un rinnovato prestigio.

Oggettivamente si doveva essergli grati. Il governo di Renzi si dedicò poi, alle riforme. Si può pensare ciò che si vuole del merito delle riforme del jobs act, della scuola e del resto.

 

Il più concreto programma di riforme mai tentato nella storia italiana

Non si può negare che si trattò del più vasto, concentrato e concreto programma di riforme mai tentato nella storia italiana.

Riforme (esempio quella del mercato del lavoro) che tutti chiedevano da anni nel Pd, nel sindacato, nella società. E’ ovvio che la conservazione, tara perenne della storia italiana, insorgesse. Non è ovvio che insorgesse la sinistra, interna ed esterna al Pd. E cominciasse, all’indomani delle riforme, del ritrovato prestigio internazionale dell’Italia, della ritrovata forza e prestigio del Pd nel concerto europeo, della trovata leadership tra i progressisti in Europa e nel mondo, a descrivere Renzi come il nemico e, addirittura, un pericolo per la sinistra. Irreale, incredibile, suicida.

Frutto di una malattia ideologica della sinistra italiana. Che divora i suoi leader quanto più si avvicinano al traguardo del governo e del successo del governo e delle riforme. Infine quel giovane Premier oso’ l’impensabile per i riti italiani: la riforma dello Stato, del governo e del sistema elettorale: una petizione che, da 10 anni e più, era nei programmi del Pd, una esigenza dichiarata e urgente della politica ma mai realizzata, una insistenza preoccupata del Capo dello Stato.

La riforma maggioritaria e la riforma costituzionale per la governabilità e la riduzione dei costi della politica erano la rivoluzione per i mali italiani: quelle da tutti, a parole, attese.

 

Il voltafaccia della sinistra e l’unione dei conservatori

La sinistra avrebbe dovuto esultare e sostenere. Si realizzava il sogno della sinistra democratica: dare all’Italia un sistema europeo, che realizzasse alternanza e stabilità. Per quello (diceva) di essere nato il Pd. Invece… Alla prova della riforma più vasta e del successo possibile del cambiamento concreto rincorso per decenni, una parte della sinistra operò il voltafaccia. Oscuro, incomprensibile, suicida.

Un mondo di vecchia e antica sinistra, il Pd delle origini, intellettuali, guru, professori, giornali e giornalisti della sinistra, operarono il “tradimento dei chierici”: contro le riforme si allearono con i conservatori, si rimangiarono 20 anni e più di battaglie riformiste e contribuirono alla disfatta della riforma politica e all’ennesima sconfitta del riformismo. E’ il filo rosso della storia italiana: la mancata modernizzazione del paese, ostacolata sempre, alla fine, dalla doppia tenaglia del conservatorismo della destra poco liberale e della sinistra ideologica.

Nonostante la totalità delle opposizioni conservatrici, progetto di riforme raccolse ancora il 40% (dicembre 2016) dei consensi. Fosse Renzi andato alle elezioni nel gennaio 2017 la storia d’Italia sarebbe stata diversa. Oggi, forse, dei populisti non vi sarebbe traccia nel governo. E l’Italia sarebbe una democrazia dell’alternanza. E’ diventata, invece, una democrazia malata. Inspiegabile. Il disegno era un altro dopo la sconfitta del referendum: rimuovere Renzi, tornare ad una legge elettorale proporzionale, distruggere il sogno maggioritario. Si è capito il perché.

 

La repubblica corporativa dei populisti

Una parte del paese preferisce la repubblica corporativa dei populisti, quella dell’eterna giostra assistenziale che ci ha fatto il paese più indebitato del mondo: eccitato e intossicato da finte guerre ideologiche sulla stampa o in Tv ma fermo, statico, inossidabile e allergico a innovazione, dinamismo e cambiamento. E oggi? Renzi è fuori. Anche un elefante avrebbe piegato le gambe alle campagne che ha subito. Ma per molti la guerra non è finita. Hanno vinto i populisti. Li hanno portati per mano al governo.

I responsabili dello scempio – i guru della sinistra eterna (politici, giornalisti, intellettuali, magistrati, opinionisti, comunicatori, imprenditori “illuminati”) – si dovrebbero guardare sbigottiti. E rammaricarsi in coscienza: “cosa abbiamo fatto”! E invece… Molti colpevoli del giallo italiano (unico paese in Europa governato dai populisti) si sono nascosti, acquattati, eclissati. Qualcuno è, sinceramente, spaventato dei “barbari” al governo. Altri, meschini e tremebondi, vorrebbero che il Pd li “romanizzasse”.

 

Ma quale Pd?

Quale Pd? Un partito, con l’uscita di Renzi, decapitato, indebolito, irriso e diventato un Campo di Marte? Il grosso dei “colpevoli” del giallo, come i giapponesi nella giungla, continua invece la guerra a Renzi. Ormai senza più sapere neppure il perché. Prendete il dibattito congressuale nel Pd: allucinante.

A otto mesi dalla sconfitta elettorale e in pieno scorrazzare dei populisti al governo, il tema dei candidati alla guida del Pd è “allontanare Renzi”. Ancora? Non è umano (e nemmeno plausibile e intelligente). Il congresso è ancora “processo a Renzi”: un epifenomeno freudiano, un evento psicoanalitico. E una reminiscenza di dramma dispotico e staliniano: le responsabilità (Renzi  segretario) si trasformano in “colpe”. Da pagare con la cancellazione. Aberrante.

Nessun partito normale fa così. Si guardi il Barnum rissoso del Pd e lo si compari con la tranquilla autocritica della signora Merkel dopo il tracollo in Baviera. Altra storia.

Occorrerebbe fermarsi prima del precipizio.

Invece che una conta tra mediocri al congresso del Pd si può fare un atto virtuoso: darsi una leadership competitiva. Renzi si sottrae? C’è una buona idea: Minniti. Porterebbe autorevolezza, normalità, un profumo di Stato, di governo e di politica seria alla testa del pd.

Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare. Ha lavorato nel Gruppo Finmeccanica e in Ansaldo nucleare. Capo della Segreteria Tecnica del Ministro delle Attività Produttive tra il 1996 e il 1999. Capo della Segreteria Tecnica del Ministro dei Trasporti dal 1999 al 2001. Consigliere del Ministro dello Sviluppo Economico per le politiche industriali tra il 2006 e il 2009.

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2 Commenti

  1. Alberto Maria Onori venerdì 19 ottobre 2018

    Grazie. Avevo bisogno di chiarimenti, Lu ho trovati.
    Avanti così.

    Rispondi
  2. Tiziano sabato 20 ottobre 2018

    Condivido al cento per cento

    Rispondi

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