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di Stefano Ceccanti

 

(intervento nel corso della Conferenza stampa del Pd sul conflitto di attribuzione, venerdì 28 dicembre 2018)

 

1. Questa è una conferenza che illustra le ragioni del Pd nel promuovere il conflitto. Non sono quindi presenti gli avvocati-professori (Caravita, Cecchetti de Vergottini, Falcon, Lucarelli, Onida, Randazzo) che nella loro autonomia hanno scritto il testo. Il Pd ha condiviso con loro una doppia premessa: è stato violato il giusto procedimento legislativo stabilito dall’articolo 72; è ragionevole ipotizzare in termini garantistici sia nel rapporto esecutivo-legislativo sia in quella maggioranza-opposizione che anche un gruppo di parlamentari superiore al dieci per cento dell’Assemblea (il parametro dell’articolo 94 per presentare una mozione di sfiducia), in particolare su una legge così decisiva come quella di bilancio, possa essere equiparato a potere dello Stato ai sensi dell’articolo 134 della Costituzione. Del resto in termini di principio la Corte lo ha ammesso persino per singoli parlamentari. Da qui in poi ognuno, gruppo parlamentare e collegio di difesa, procede in autonomia, anche perché il collegio è giustamente formato da persone che condividono queste premesse ma che fanno parte di aree politico-culturali diverse. Per inciso questo tipo di ricorso per ragioni procedurali non esclude affatto che vi siano altri ricorsi per ragioni di violazione di altri articoli della Costituzione, visto che la manovra contiene anche norme (come quella sulla tassazione del no profit) che sono chiaramente incostituzionali. A noi però spetta intanto far valere queste ragioni di equilibrio costituzionali attraverso il conflitto.

 

2. Il conflitto di attribuzione è un tipo particolare di processo costituzionale che nella fase di ammissibilità richiede tradizionalmente riservatezza. Il ricorso è infatti iscritto in un registro che rimane riservato. Per questa ragione in questa fase esso non sarà reso noto né dai né dal collegio difensore.

 

3. La controparte del ricorso è la Presidenza del Senato (che ha in sostanza agito come appendice dell’esecutivo) consentendo di mettere in votazione un testo sconosciuto ai senatori e di saltare l’esame di Commissione e il Governo che si è fatto promotore di queste forzature. Non è in alcun modo la Presidenza della Repubblica. E l’oggetto del ricorso non è la messa in mora della legge di bilancio portando all’esercizio provvisorio, ma la richiesta alla Corte di precisare i rimedi rispetto alla compressione e in qualche caso, come questo, all’annullamento delle garanzie dell’articolo 72, che la Corte può ben modulare nei modi e nei tempi onde evitare effetti negativi sull’ordinamento.

 

4. Il Gruppo Pd Camera non presenterà un autonomo ricorso, che sarebbe superfluo perché ripetitivo, e si riconosce pienamente in quello promosso dal Pd Senato ed affidato al collegio di difesa.

Vicepresidente di Libertà Eguale e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma.
Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).

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