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di Giorgio Tonini

Se la domanda sul Partito democratico, dopo le elezioni in Emilia-Romagna, è quella posta dal direttore Russello, “Potrà il potere taumaturgico di Stefano Bonaccini nascondere la crisi di identità del Pd?” la risposta non può che essere il suo “secco” No. Ma siamo sicuri che la domanda sia quella giusta? Io non ne sono affatto persuaso. Perché, almeno a mio modo di vedere, il Pd di tutto soffre (e tanto, e seriamente), tranne che di una crisi di identità.

La funzione storica del Pd

Negli anni culturalmente oltre che politicamente fecondi della fondazione, da cattolico-democratico degasperiano, ho imparato dal confronto con un grande vecchio comunista togliattiano, Alfredo Reichlin, che l’identità di un partito non è data da una tavola di principi astratti, ma dalla individuazione ed esplicitazione della sua funzione storica concreta.

Ebbene, quale sia la funzione storica concreta del Pd è sempre stato chiaro: unire i riformisti italiani in quella che Romano Prodi, in un grande discorso a Ventotene, definì la loro “Casa comune”. Una unione da sempre necessaria e ora, finalmente, possibile. Da sempre necessaria, perché è stata proprio la mancanza di un ampio e duraturo ciclo politico riformatore, paragonabile a quello delle altre grandi democrazie occidentali, l’anomalia negativa del nostro paese. Al posto del ciclo riformista, abbiamo avuto intense ma brevi stagioni di riforme, rese effimere dalla divisione dei riformisti lungo l’asse disegnato dalla guerra fredda e dalla conseguente loro condizione minoritaria nei diversi partiti della Prima Repubblica. Riformisti divisi, dunque riformismo minoritario, dunque niente o poche riforme e Italia malata.

La fine del comunismo e il conseguente, simmetrico dissolversi dell’unità politica dei cattolici, ha reso finalmente possibile riunire i riformisti, superando con tenace pazienza tutti gli “storici steccati”, rendere il riformismo maggioritario nel paese e creare così le condizioni per un duraturo ciclo riformatore.

Questa è la funzione storica che il Pd si è assegnato, questa è dunque, direbbe Reichlin se fosse ancora tra noi, la sua identità. Una funzione ambiziosa, molto ambiziosa dato il contesto italiano, e al tempo stesso concreta. Dunque una identità-funzione forte, che spiega l’altrimenti inspiegabile resilienza del Pd, che è stato capace di reggere l’urto non solo di alterne fortune elettorali, ma anche di dolorose scissioni, che hanno visto l’uscita dal partito non di frange marginali, ma di leader autorevoli e importanti. I quali tuttavia, fuori dal Pd, non sono riusciti a realizzare che piccole formazioni identitarie, a riprova che è la difficile unità dei riformisti e non la loro sterile divisione, la proposta storico-concreta che il paese attende.

L’importanza delle elezioni in Emilia Romagna

È per queste ragioni che il risultato delle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna è importante, anche se niente affatto taumaturgico. È importante perché conferma la forza, il radicamento, la potenzialità espansiva del progetto del Pd. C’è una punta di ironia della storia, nella vicenda politica di Bonaccini: portato da Bersani alla segreteria regionale del partito e da Renzi alla presidenza della Regione, due personaggi che hanno abbandonato un Pd che si è invece confermato, anche grazie a Bonaccini, colonna portante del riformismo, in una delle terre simbolo del buon governo del centrosinistra.

Importante la vittoria di Bonaccini, ma niente affatto taumaturgica. Restano da sciogliere tutti i nodi che il direttore Russello ha impietosamente ma giustamente elencato. Nodi che precipitano in un dato storico incontestabile: a 13 anni dalla sua fondazione, il Pd non è ancora riuscito a rendere il riformismo maggioritario nel paese e dunque a porre le condizioni di quel ciclo riformista stabile e duraturo che l’Italia non ha mai conosciuto. Il Pd ha governato e anche oggi governa l’Italia, tante regioni e tanti comuni. Il suo riformismo è per molti versi l’unica via, stretta ma sicura, che il paese possa seguire, come ha dimostrato da ultimo il fallimento del governo giallo-verde, la fuga dei leghisti e la resa del Movimento Cinque Stelle. Ma siamo lontani dal sogno del ciclo riformista, stabile perché maggioritario.

Città vs aree interne

Le ragioni di questa persistente minorità sono in gran parte quelle indicate dal direttore Russello. Sono ragioni che per la loro vastità e profondità non riguardano solo il Pd, ma mettono a dura prova il riformismo e la stessa democrazia in tutto il mondo. Vista dal Trentino, la sfida forse più significativa è quella sociale-territoriale: le città orientate verso il riformismo di centrosinistra, liberale e progressista, le aree interne più sensibili ai richiami difensivi e identitari della destra. In Emilia-Romagna il Pd continua a vincere, anche perché le aree urbane sono prevalenti sul piano demografico. In Veneto succede il contrario. In Lombardia il Pd governa tutte le città, a cominciare da Milano. Ma il sindaco di Bergamo, il dem Giorgio Gori, ricorda che in provincia la Lega ha la maggioranza assoluta. E che senza una rottura di questo schema, il centrosinistra non potrà vincere né in Lombardia né nel paese.

Per quasi trent’anni il Trentino ha rappresentato un’anomalia, proprio perché, grazie alla Civica Margherita di Dellai e poi all’UpT, e grazie all’alleanza organica con il Partito autonomista, il centrosinistra ha potuto spezzare lo schema della polarizzazione destra-sinistra lungo l’asse territoriale città-vallate. La crisi della coalizione di centrosinistra autonomista, almeno in parte frutto della confusione in seno al Pd tra vocazione maggioritaria e presunzione di autosufficienza, ha aperto alla Lega le porte del governo della nostra autonomia speciale e ha reso contendibile perfino il Comune di Trento.

La larga coalizione che sostiene la candidatura autorevole di Franco Ianeselli ha allontanato, anche se tutt’altro che scongiurato, uno scenario che per il Pd del Trentino segnerebbe una sconfitta di portata strategica. Ma la sola “resistenza” di Trento, pur fondamentale, non sarebbe sufficiente a ricostruire l’anomalia trentina e a rilanciare, dalle rive dell’Adige, il progetto storico concreto dell’unità maggioritaria dei riformisti. Ianeselli finirebbe per trovarsi come Gori a Bergamo, assediato da una provincia leghista.

Un partito unito e unitario

Per questo è necessario, con umiltà e pazienza, articolare il quadro. Dando respiro provinciale, pur nel rispetto dell’autonomia e della specificità di ogni comunità, alla ritrovata intesa col PATT e l’UpT. E aprendo una fase nuova di confronto costruttivo e positivo con le principali esperienze civiche, a cominciare da Rovereto, Pergine, alto Garda, a loro volta punti di riferimento e di connessione con più vaste realtà di valle.

Oggi più che mai abbiamo bisogno, come dice Zingaretti, di “un Pd unito e unitario”. Unito al suo interno e impegnato a costruire, su basi paritarie, un più vasto campo democratico. Se ciò avverrà, la vittoria di Bonaccini si dimostrerà non una foglia di fico, ma un nuovo inizio.

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