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di Umberto Minopoli

 

Renzi lo disse subito e per primo, alla presentazione in Parlamento del governo gialloverde: “Non tornerà il centrodestra. Questa maggioranza, nei disegni di Salvini e Di Maio, punta alla durata”.

Oggi sembra una previsione smentita. Ma è cosi? Fu vera rottura quella che separa i due dioscuri populisti? Le elezioni europee segneranno la fine dei conflitti o apriranno la madre di tutte le battaglie?

L’alleanza populista è per Salvini una scelta strategica. Berlusconi la contrasta con le profferte unitarie. Ma il centrodestra è morto. Salvini, al massimo, pensa di imbarcare Fratelli d’Italia. Dopo le europee i rapporti di forza che risulteranno tra Lega e 5 Stelle verrano utilizzati per un compromesso tra Lega e 5S. Non per la separazione.

Solo un tracollo dei 5 Stelle potrebbe portare alla rottura definitiva. Ma il tracollo sembrerebbe evitato col contributo del soccorso rosso di media e opinionisti che hanno alimentato due mesi di campagna di beatificazione dei 5 stelle e di mostrificazione di Salvini. Che, ovviamente, si è prestato arroccandosi a destra. Vediamo domenica a chi è servito tutto ciò.

Se questo è lo scenario, però, l’opposizione ha un problema: come si configura l’alternativa a una possibile stabilizzazione di questa maggioranza? Pd e Forza Italia puntano, in queste elezioni, a una sostanziale tenuta e inversione del declino. Poi però, subito dopo, dovrà aprirsi una discussione strategica: se Lega e 5 Stelle non si dividono che si fa? Può essere la strategia delle due opposizioni ancora racchiusa nelle due opzioni lontane e infattibili del centrodestra (FI) e del centrosinistra (Pd)?

Il Pd, in particolare, avrebbe il problema dell’inesistenza di possibilità espansive alla sua sinistra. E della necessità di darsi una strategia di crescita e di alleanze alla sua destra. Dove un eventuale rilancio o stabilizzazione della maggioranza gialloverde aprirebbe praterie tra moderati, centristi, liberali o, semplicemente, persone preoccupate della permanenza di un governo fallito, sballato, disastroso in economia ed estremista su tutto il resto.

C’è chi dice il contrario. Invece, io penso, il vero congresso, strategico e politico, del Pd si aprirà dopo le elezioni. Non per rivincite (roba utile solo ai giornali). Ma per decidere quale deve essere l’alternativa ai gialloverdi. C’è, oggettivamente, un altro luogo o formazione politica dove questa discussione, sull’alternativa, è possibile e fattibile? E un Pd ridotto ai minimi termini serve ai riformisti? Per fare cosa? Una scissione debole di un corpo debole?

Un Pd che non perda le elezioni sarebbe necessitato e incoraggiato a parlare di strategia e di innovazioni. Per questo ritengo che valga la pena stare nel Pd, con lealtà (come dice Renzi) votarlo e disporsi con idee nuove e coraggiose (anche dei riformisti) a un confronto interno utile per il Pd. Ma, anzitutto, necessario e vitale per l’Italia.

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