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di Giorgio Tonini

 

La decisione di Matteo Salvini di porre fine, dopo appena un anno e mezzo, all’esperienza di governo della Lega col Movimento Cinquestelle, ha aperto davanti all’Italia uno dei passaggi più drammatici della sua storia. La ragione alla base della decisione del leader della Lega è chiara come il sole e non ha nulla a che vedere con l’alta velocità ferroviaria. La mozione grillina sulla Torino-Lione, bocciata in Senato, era inoffensiva e rappresentava nei fatti una resa di Di Maio e compagni al partito trasversale e largamente maggioritario a favore del tav.

 

Salvini non vuole assumersi la responsabilità della prossima legge di bilancio

No, la verità è un’altra: Salvini ha aperto la crisi perché non vuole e non può assumersi la responsabilità della prossima legge di bilancio. Come deve avergli spiegato il fido Giorgetti, che non a caso è stato il primo a parlare di crisi di governo, la legge di bilancio è strutturalmente incompatibile con l’escalation di promesse della quale il leader leghista si è reso protagonista negli ultimi mesi. Dunque Salvini si è trovato dinanzi ad una scelta ineludibile: o fare la legge di bilancio, o continuare con la sua propaganda. E ha scelto la propaganda.

Non si tratta di dietrologia maliziosa, ma di aritmetica elementare. In un contesto economico in bilico tra stagnazione e recessione, la prossima legge di bilancio deve trovare, solo per il 2020, 23 miliardi per evitare che scatti la clausola di salvaguardia dell’aumento delle aliquote IVA. Un punto e mezzo di pil solo per cominciare. Con altre spese obbligatorie si sale subito a 30. Poi arriva il conto delle promesse ripetute in tutte le piazze (e le spiagge) d’Italia: a cominciare dalla “flat tax” e dalla “pensionabilità” del bonus Renzi (i famosi 80 euro). Mal contati fanno quasi 50 miliardi. Salvini vorrebbe finanziarli in deficit, ma Giorgetti gli ha spiegato che l’Europa non ce lo permetterebbe mai. E se anche lo facesse, sarebbero i mercati a punirci, facendo salire lo spread a livelli insostenibili.

 

La “doccia gelata” e le tre strade del Pd

Dunque, se non vogliamo uscire dall’euro e dall’Europa, che ci costerebbe come una guerra, c’è una sola via d’uscita dalla trappola populista nella quale Salvini ha cacciato se stesso, la Lega, il governo e l’Italia: andare a votare subito, incassare i risultati, in termini di consenso elettorale, della propaganda di questi mesi e far fare poi, dopo il voto, al paese, con la manovra di bilancio, la doccia gelata del brusco ritorno alla realtà.

La strategia di Salvini ha dunque una sua cinica lucidità. E mette il suo unico vero avversario, il Partito democratico, dinanzi ad una scelta di inedita difficoltà. Il Pd ha davanti a sé tre strade, una più difficile dell’altra, fra le quali scegliere quella da imboccare.

 

1- Il voto subito

La prima, la più piana e diritta, è quella di accettare la sfida di Salvini e non opporsi quindi all’ipotesi di andare a votare subito, tra ottobre e novembre. La sconfitta sarebbe altamente probabile, ma il Pd si rafforzerebbe come principale partito di opposizione, unica vera alternativa possibile alla Lega. E tuttavia, Salvini si troverebbe la strada spianata, e potrebbe avanzare senza trovare alcuna vera resistenza, verso la conquista non solo di Palazzo Chigi, ma anche del Quirinale. Roma, in asse inedito con Mosca, diverrebbe la capitale dell’antieuropeismo e forse della post-democrazia…

 

2- Il patto di legislatura

La seconda strada, quella più ripida e tortuosa, ma anche ambiziosa, è rispondere alla sfida di Salvini con il lancio di un patto di legislatura col M5S, fondato su due pilastri: il no all’arroganza cinica del leader leghista, arrivata fino all’invocazione dei “pieni poteri”; e il sì ad una linea di cambiamento coraggioso, ma dialogico e costruttivo, in Europa, linea ben rappresentata dal ministro Moavero e in definitiva seguita anche dal ministro Tria e dallo stesso Conte. Si potrebbe riassumerla nella costruzione di un asse Roma-Parigi, orientato a spingere Berlino su una linea di politica economica più espansiva, anche attraverso l’istituzione, sul modello americano, di nuovi strumenti di governo federale dell’economia, finalizzati a sostenere la crescita e l’occupazione attraverso gli investimenti nelle infrastrutture, nelle politiche ambientali, nella ricerca e nella formazione superiore. Il punto debole di questa seconda strada, apparentemente affascinante, è la scommessa sulla capacità del M5S di compiere un gigantesco salto di qualità. Nonostante il segnale molto positivo giunto da Strasburgo, col voto di fiducia dei grillini alla presidente Ursula von der Leyen, è tutto da vedere che ce ne siano i tempi e le condizioni.

 

3- Il governo della paura

Il rischio è che la ricerca della seconda strada porti in realtà alla terza, a mio modo di vedere la più pericolosa: un governo della paura, politicamente fragile e che finirebbe per collaborare involontariamente con Salvini, togliendogli le castagne dal fuoco, ossia facendo la manovra, coi relativi costi in termini di impopolarità, e lasciandogli la propaganda. Per poi tornare comunque presto al voto, che il leader leghista affronterebbe nelle condizioni tattiche per lui migliori.

Scegliere quale strada imboccare, per il Pd, è dunque una grande e grave responsabilità. Per poter affrontare un passaggio così difficile, è bene tenere bene a mente un vincolo e un’opportunità. Il vincolo è l’unità e la solidarietà interna al partito. Uniti e solidali possiamo farcela, divisi siamo perduti e con noi è perduto il paese. L’opportunità, o meglio si direbbe la risorsa, è l’equilibrio e la saggezza del presidente Mattarella, attorno al quale il Pd unito farebbe bene a stringersi.

Consigliere provinciale a Trento e presidente del gruppo del Partito Democratico del Trentino. Componente della Presidenza di Libertà Eguale.
Senatore dal 2001 al 2018, è stato vicepresidente del gruppo del Partito democratico in Senato, presidente della Commissione Bilancio e membro della segreteria nazionale del Pd.
E’ stato presidente nazionale della Fuci, sindacalista della Cisl, coordinatore politico dei Cristiano sociali e dirigente dei Democratici di Sinistra.
Tra gli estensori del “Manifesto per il Pd”, durante la segreteria di Walter Veltroni è stato responsabile economico e poi della formazione del partito.

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1 Commenti

  1. Enrico Barberis venerdì 16 agosto 2019

    O patto di legislatura oppure al voto.Rispieghiamo ancora agli italiani , le ragioni del declino economico italiano che dura da 25 anni ed evidenziamo le grandi riforme da tutti sbandierate ( compresi noi), e mai realizzate : scuola, fisco, giustizia ecc.

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