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di Luigi Marattin

 

Il governo che probabilmente verrà sfiduciato tra pochi giorni è stato il peggiore della storia repubblicana. Composto per la maggior parte da persone non all’altezza, ha azzerato la crescita del Pil aumentandone il divario con l’Europa, ha diminuito la dinamica degli investimenti, ha peggiorato le condizioni di finanza pubblica, ha aumentato la pressione fiscale. Ha rovinato i rapporti con i partners europei, ha alimentato un clima di odio e di rancore nel paese, ha iniziato una serie di pessime riforme costituzionali, ha (consapevolmente o meno) avvalorato l’idea che serietà, studio, merito e competenze fossero caratteristiche da guardare con sospetto e diffidenza, a vantaggio degli slogan urlati, dell’incompetenza e della manipolazione dei fatti (o addirittura delle vere e proprie falsità).

L’ho sempre pensato e lo penso tuttora.

 

Il gesto della Lega

Pochi giorni fa uno dei due partiti che hanno composto questa maggioranza ha manifestato l’intenzione di interrompere questa esperienza, perché vuole governare da solo.

Si tratta di un partito – la Lega – nato nel 2013, alla fine della peggior crisi economica della storia italiana. Del suo predecessore (la Lega Nord) non conserva quasi nulla, se non qualche dirigente e un pallido afflato autonomista per le regioni del nord, perseguito perlopiù a parole. I suoi tratti fondamentali sono l’avversione per lo straniero (sia esso comunitario o extracomunitario), la tendenza a cambiare la collocazione internazionale dell’Italia a vantaggio della sfera delle “democrature” (la Russia di Putin o i suoi satelliti come l’Ungheria di Orban), l’idolatria per le divise (il suo capo, Matteo Salvini, le indossa regolarmente, una volta lo ha fatto persino per venire in Parlamento). In economia propugna di aumentare deficit e debito senza limiti, al fine di soddisfare tutte le possibili esigenze del popolo: andare tutti in pensione prima, e pagare meno tasse rispetto a ogni altro paese del mondo. Per soddisfare questi obiettivi, non ha mai fatto mistero di voler abbandonare la moneta unica europea o creare le condizioni affinché questo esito sia automatico.

Il capo di questo partito sempre più frequentemente arringa le folle brandendo un rosario, nonostante Papa Francesco nei giorni scorsi abbia affermato che i discorsi che sente ultimamente in giro (anche in Italia) assomigliano in modo preoccupante a quelli della Germania nazista.
Uno stretto collaboratore del capo è stato registrato in un hotel di Mosca mentre chiedeva ai suoi interlocutori russi una tangente da 65 milioni di dollari da usare per finanziare la campagna elettorale della Lega, finalizzata – parole sue – a uscire dall’Europa e far entrare l’Italia nella sfera di influenza russa.

Nei giorni scorsi, scocciato dalle procedure istituzionali conseguenti al suo gesto, Salvini ha affermato – in un discorso in cui attaccava, tra gli altri, la magistratura (che ha aperto un’indagine per corruzione internazionale a seguito degli eventi sopra riportati) – di voler tornare al voto per chiedere agli italiani “pieni poteri”. Una locuzione che magari sarà stata dettata dalla fretta di esporre un concetto più articolato. Ma che, così com’è, in Europa fu utilizzata l’ultima volta da Benito Mussolini e da Adolf Hitler.

 

Le conseguenze economiche del voto

Alcuni pensano che si debba dar corso ai desiderata di questo individuo e votare – per la prima volta nella storia repubblicana – in pieno autunno, nel mezzo della sessione di bilancio. Questo, dal punto di vista economico, avrebbe due principali conseguenze:

1) far scattare – per la prima volta dopo 31 anni – il cosiddetto “esercizio provvisorio”. Significa che lo Stato inizia il 2020 senza un bilancio approvato. Non è possibile fare investimenti, e non è possibile governare la spesa pubblica (che è autorizzata solo per un dodicesimo al mese rispetto alla spesa del 2019). Alcuni dicono che non sarebbe un dramma: io penso che, nel terzo paese più indebitato al mondo e nel mezzo di nuove incertezze politico-economiche, rischia di deteriorare le precarie condizioni di fiducia nel Paese. Un Paese che ogni anno deve chiedere 400 miliardi in prestito ai risparmiatori di tutto il mondo per poter “tenere la saracinesca aperta”.

2) far scattare il più consistente aumento di imposte sui consumi (23 miliardi, circa 1,3% del Pil) che questo paese abbia mai visto. Verrebbe innalzata non solo l’aliquota ordinaria (dal 22% al 25,2%) ma anche quella intermedia (dal 10% al 13%), che si applica a molti beni di larghissimo consumo, come uova, latte, carne, pesce, zucchero, acqua, energia, farmaci). In un momento di redditi stagnanti, un così forte aumento dell’Iva provocherà quasi certamente una pesante contrazione dei consumi, innescando una recessione che farà ulteriormente contrarre i redditi, moltiplicando quindi la diminuzione del potere d’acquisto. Essendo l’IVA un’imposta regressiva (perché colpisce maggiormente coloro che dedicano tutto o quasi il proprio reddito ai consumi), a essere maggiormente danneggiati dal suo aumento saranno i ceti più deboli.

 

Andiamo a votare, ma prima mettiamo il Paese in sicurezza

Come ho scritto in un post qualche giorno fa, non vedo l’ora di poter tornare a votare per mostrare agli italiani che l’Italia che hanno visto negli ultimi 14 mesi – più che l’altro “l’idea di Italia” che hanno visto – non è l’unica possibile. Voglio combattere la battaglia politica con passione e forza, come ho sempre fatto e come farò finché l’impegno pubblico farà parte della mia vita.

Ma lo voglio fare nelle condizioni che permettano a questo Paese di sopravvivere.
Perché – nel caso qualcuno non se ne fosse accorto – è di questo che stiamo parlando.

Gli Stati possono fallire (come ci ha ricordato da ultimo la Grecia) e possono abbandonare il sentiero democratico, come dovrebbe averci insegnato quello che accadde in questo paese un secolo fa. Che, e non a caso il Santo Padre con un gesto coraggioso lo ha ricordato, ha impressionanti somiglianze con quello che sta accadendo ora.

La mia priorità è evitare l’aumento dell’Iva. Perché non possono essere i cittadini a pagare con le proprie tasche i teatrini della politica. Pertanto, come ho già detto, vorrei che si formasse un governo per impedire tutto ciò e poi si vada a votare (presumibilmente a fine inverno o inizio primavera).

Poi ho un’altra fissazione, e ce l’ho da qualche anno come sa chi qualche volta mi ha letto o sentito parlare. Tra i mille nodi strutturali che questo paese deve affrontare, ce n’è uno che continua a condizionarne la vita democratica: il malfunzionamento delle sue istituzioni repubblicane.

 

La prima riforma: far funzionare le istituzioni repubblicane

Per quanto concerne la governance istituzionale, essa fu concepita alla fine della seconda guerra mondiale, quando questo paese – di doppia frontiera (est-ovest, e nord-sud) – era sotto tutela, e non doveva preoccuparsi troppo di decidere: una situazione terminata 30 anni fa, anche se qualcuno ancora non se n’è accorto.

E per quanto concerne la legge elettorale, da un quarto di secolo la cambiamo in media ogni 5 anni, ma solo allo scopo di favorire o danneggiare questa o quella parte politica (l’ultimo tratto, la coesistenza efficace ed efficiente dei livelli di governo della Repubblica, lasciamolo a malincuore da parte perché troppo complesso in questa fase).

Io invece credo che sia arrivato il momento di prendere le decisioni serie. E pazienza se in passato c’è sempre stato chi – sotto la necessità di prendere queste decisioni serie – si è nascosto, coltivando invece altri intenti. Non rappresenta un motivo sufficiente per mandare il Paese in malora.

 

Scegliere il modello elettorale

Ammoderniamo il funzionamento costituzionale delle nostre istituzioni (il governo uscente ha impiegato solo 6 mesi per arrivare ad un passo dell’approvazione di una riforma costituzionale: se si vuole, si può fare) e, oltre a quello, scegliamo una delle due seguenti leggi elettorali:

1) un maggioritario a doppio turno sul modello francese, con statuto delle opposizioni e quorum più elevati per elezione delle figure di garanzia. Così che se dopo questa fase costituente vincerà Salvini, almeno non sarà il padrone assoluto d’Italia (perché il cammino incerto e incompleto delle riforme di questi decenni ha prodotto questo assurdo risultato).

2) un proporzionale puro sul modello tedesco. Diametralmente opposto al caso precedente, ma almeno stabile e definitivo: in quel caso le forze politiche sanno che dopo le elezioni è necessario allearsi, e pertanto adegueranno la propria offerta e fisionomia politica a quel tipo di gioco.

Qualunque sia la scelta tra 1) e 2) – sperando per una volta di evitare le sciagurate soluzioni intermedie che hanno rovinato gli ultimi 25 anni – l’offerta politica si deve scomporre e ricomporre attorno a nuovi equilibri, come penso sia chiaro a tutti e come parzialmente sta già cominciando ad accedere. Ma facciamolo in modo ordinato e senza atti d’impulso, perché stavolta dovrà uscire un’offerta politica stabile, non destinata a cambiare ogni volta che ci sono nuove elezioni.

 

Uscire dalla transizione

Se non affrontiamo questi nodi una volta e per tutte, questo paese non uscirà mai dalla transizione iniziata alla fine della Guerra Fredda (e della cosiddetta Prima Repubblica) e non sarà mai in grado di afferrare il proprio destino con le mani e diventarne padrone. Ma rimarrà sempre alla mercé degli eventi e dei teatrini squallidi che stiamo osservando in questi giorni.

Questo è il mio pensiero. Per alcuni sarà insufficiente o poco interessante, perché non si presta all’incasellamento semplicistico che tanto sembra appassionare (“vuoi fare il governo con Di Maio?”, “vuoi far fuori i renziani o gli zingarettiani?”).

Ma chi fa politica deve pensare al bene del Paese, diciamo sempre come tanti dischi rotti (lo dice pure chi “bene del Paese” non sa neanche come si scriva o dove stia di casa). Beh, per me il bene del Paese – in questa ennesima fase complicata della vita pubblica italiana – si tutelerebbe così.

O almeno si evitano guai peggiori.

Deputato Pd. E’ stato Assessore al Bilancio e alle Partecipazioni del Comune di Ferrara (dal 2010 al 2014) e Consigliere economico del Presidente del Consiglio (dal settembre 2014 al marzo 2018) prima con Matteo Renzi, poi con Paolo Gentiloni. Economista all’Università di Bologna presso il Dipartimento di Scienze Economiche, dove in questi anni ha insegnato Microeconomia, Macroeconomia e Strumenti e Mercati Finanziari (attualmente in aspettativa obbligatoria). Juventino.

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