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Allarme spread: ecco quanto ci costano i populisti

Marco Leonardi domenica 2 settembre 2018
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di Marco Leonardi

Quanto ci costa l’aumento dello spread?

Dal giorno esatto della pubblicazione del contratto di governo lega-5stelle lo spread è aumentato del 1.5%.

L’Italia ogni anno deve rinnovare 380 miliardi di debito pubblico, ossia poco più di 30 miliardi al mese in media.

Durante il governo Conte sono state fatte 19 aste dei titoli di Stato. Nella tabella (che potete leggere in fondo a questo articolo) le ho confrontate con le 19 aste precedenti alle elezioni, relative al governo Gentiloni. Basta guardare al prezzo – più basso – cui sono stati venduti gli stessi titoli di Stato a distanza di pochi mesi per rendersi conto di come sotto il governo Conte rinnovare il debito pubblico sia diventato più caro (le cedole dei titoli fanno poca differenza, è il prezzo che conta).

In meno di tre mesi il costo totale per le 19 aste di emissione di titoli del debito pubblico è aumentato di 1.5 miliardi di euro.

Ma lo spread non è un fenomeno isolato e senza riflessi per imprese e singoli individui. Per le prime, che emettono obbligazioni, e per i secondi, che chiedono mutui, il costo del denaro aumenta di conseguenza. Tenete conto che i debiti privati sono quasi due volte quelli pubblici (ma i privati differentemente dal pubblico possono decidere di indebitarsi di meno mentre il pubblico deve per forza rinnovare quella quantità di titoli per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici).

Lo spread aumenta perché il governo non ispira fiducia: Le dichiarazioni dei ministri Di Maio e Salvini da mesi ormai (minacce di non rispettare i vincoli di bilancio, nazionalizzazioni, aggressioni all’UE e così via…) hanno fatto salire lo spread e ogni tanto lo fanno impazzire. La beffa di questi comportamenti è che le minacce cadono nel vuoto mentre l’unica cosa che ottengono è di farci pagare un conto più alto.

Se pagassero di tasca loro diremmo: pazienza! Ma visto così non è, allora dovremmo chiederci perché lo Stato, aziende e individui dobbiamo accollarci i costi aggiuntivi di questo scriteriato comportamento?

L’unica risposta plausibile è che – al netto delle rassicurazioni – In realtà vogliono portarci fuori dall’Europa.

Ma non lo si può fare in sordina tra un tweet e un video su Facebook. Si prendessero la responsabilità di chiedere ai cittadini cosa pensano. Gli italiani devono potersi esprimere chiaramente a favore di questa opzione ponderandone pro e contro.

Tenendo a mente una cosa: l’Italia fuori dall’Europa conta per il 3% del PIL mondiale e per meno del 1% della popolazione.

 

 

 

Professore di Economia all’Università Statale di Milano. E’ stato consigliere economico della Presidenza del Consiglio. È responsabile del Dipartimento Economia del Partito Democratico. Fa parte della Presidenza Nazionale di Libertà Eguale.

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