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di Stefano Ceccanti

 

Attraverso il referendum e oltre: prima di tutto stare nei processi, quindi orientarli

Non so quanta parte degli elettori del Pd abbia effettivamente votato Sì: le varie fonti ci indicano numeri diversi. Il punto politico, però, della giusta scelta dell’impegno formalizzato del Pd per il Sì, stava nell’alternativa tra logica testimoniale e atteggiamento di responsabilità.

Pietro Scoppola sosteneva che Togliatti alla Costituente votando Sì all’articolo 7 (che sul momento congelava il Concordato del 1929, anche se si limitava formalmente solo a costituzionalizzare il metodo pattizio, lasciando quindi aperta la strada di revisioni future) aveva fatto una delle scelte che gli consentirono di affermarsi a sinistra ai danni di Nenni. Entrambi avevano un giudizio pessimo sul Concordato del 1929, ma il primo a differenza del secondo aveva capito che per radicarsi nella società italiana bisognava garantire anzitutto la pace religiosa ed inserirsi quindi in quel processo. La stessa differenza che si presentò tra i cattolici De Gasperi e Gerardo Bruni (il secondo esponente del piccolo partito Cristiano Sociale): entrambi non solo come Togliatti e Nenni non amavano per niente il Concordato del 1929 per ragioni politiche, ma neanche per ragioni religiose. Il primo però fu il regista del voto sull’articolo 7 anche e soprattutto per ancorare la Chiesa alla democrazia e il secondo si oppose; il primo emerse come egemone poi dal voto del 18 aprile, mentre il secondo non prese neanche un seggio.

Stare nei processi per orientarli, anziché scegliere logiche minoritarie era la lezione che andava ricavata sul terreno istituzionale dopo la sconfitta del referendum 2016, rilanciando una riforma per tappe, aggiornando quindi gli strumenti senza rinnegare i principi. Peraltro con una prima tappa, quella della riduzione del numero, mai contestata nei decenni precedenti.

Questa era la scelta giusta che a questo punto è alle nostre spalle.
Evidentemente, essendo stati nei processi, avendo contribuito in modo significativo all’esito, è ora più agevole anche cercare di orientarli, anche al di là dei cosiddetti correttivi già oggetto dell’intesa politica di maggioranza.

Il Pd presenterà a breve le sue proposte ulteriori in materia costituzionale, basate su due idee-guida, quella del professor Cheli, mirante alla valorizzazione del Parlamento in seduta comune per alcuni momenti alti di indirizzo politico in cui l’unificazione della sede ne rafforza il ruolo (fiducia, sfiducia costruttiva, bilancio, interventi del Presidente del Consiglio prima e dopo i vertici europei con risoluzioni parlamentari) e quella di Violante, che mira a riproporre in forma nuove una differenziazione tra Camera e Senato, collegando questo secondo alle autonomie territoriali.

Può essere ragionevolmente una battaglia comune anche a chi ha votato No per ragioni riformiste, specie tra gli elettori Pd e del centrosinistra.

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