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di Alberto De Bernardi

 

 

1. La vittoria dell’europeismo

In Europa le elezioni sono andate bene. L’onda nazionalista, sovranista, xenofoba è stata bloccata e ora si delinea la possibilità di un’ampia maggioranza europeista più dinamica di quella della legislatura scorsa perché la coalizione popolari-socialisti non aveva brillato per lungimiranza e per coraggio.

Ora con gli apporti indispensabili dei liberaldemocratici e dei verdi si potrebbe aprire una stagione nuova basata sul rilancio di uno sviluppo sostenibile, sull’integrazione sociale, sul rafforzamento del ruolo internazionale della UE.

L’Europa si è confermata il più grande e solido centro propulsivo della democrazia liberale e sociale a livello mondiale: l’invenzione europea elaborata dall’antifascismo democratico alla fine della seconda guerra mondiale, nonostante le sue debolezze e i suoi limiti, resta ancora un baluardo di progresso civile, di pluralismo politico e culturale all’interno del quale il progetto dei padri fondatori di una Europa federale che superi la sovranità degli stati, costituisce ancora una stella polare per la maggioranza dei suoi cittadini.

Tra la plumbea Europa degli stati sovrani promossa dal populismo sovranista e la prospettiva di una integrazione politica ancora più forte gli europei hanno scelto questa seconda ipotesi, punendo soprattutto quei partiti, come il laburismo inglese, che avevano scelto una ambigua equidistanza.

Certo ora si apre per i vincitori una difficile partita politica perché bisogna tradurre in scelte e progetti concreti lo slogan di “Europa si, ma non così” che ha caratterizzato l’offerta politica progressista e liberaldemocratica. Senza cambiamenti strategici che rimettano l’Europa al centro delle grandi sfide planetarie, geopolitiche, sociali, economiche esito ancora irrisolto di questo lungo e sofferto dopocrisi, nel quale l’irreversibilità della globalizzazione deve fare i conti con l’altrettanto irreversibile crisi dell’egemonia neoliberista, è la vera posta in gioco e rischia di essere l’ultima chiama per la sopravviventza del progetto europeista.

In questo contesto emerge l’anomalia italiana: l’unico paese nel quale il sovranismo di destra trionfa a spese non solo della destra conservatrice tradizionale, o della sinistra, ma soprattutto di quell’ircocervo populista e antipolitico rappresentato dal M5S, anch’esso unico nel suo genere a livello occidentale; nel quale l’onda “verde” non si materializza, ma nel quale resta ancora vivo un partito liberalsocialista come il PD, secondo solo al partito socialista spagnolo e portoghese, mentre la socialdemocrazia declina pesantemente anche nelle sue più consolidate roccaforti, come in Germania.

Dal punto di vista sostanziale si è verificato un travaso di voti dal populismo antipolitico dei 5S, pieno di eredità frammentate delle sinistre radicali e storiche – giustizialismo, statalismo, anticapitalismo, antieuropeismo – al sovranismo populista di estrema destra a sfondo xenofobo, antistatalista e antimercatista, erede della rivolta fiscale degli anni novanta su cui poggiarono il loro successi sia Bossi che Berlusconi. Uno scambio che però non altera la sostanza: il populismo italiano aveva avuto il 50% di consensi alle elezioni del ’18 e ne ha una identica percentuale oggi.

 

2. La stecca di Zingaretti

Alla sua prima uscita per commentare i risultati elettorali Zingaretti copre con l’arroganza, con una buona dose di affermazioni false e con il riutilizzo bolso del vecchio spirito antirenziano, un evidentissimo nervosismo, perché è assai difficile fare passare per vittoria, un risultato elettorale che vittoria non è. Bastava che dicesse che il Pd ha tenuto, ringraziasse la lealtà delle minoranze che si sono impegnate nella campagna elettorale, a partire da Renzi, nonostante il vuoto pneumatico della proposta del partito, riconoscesse il ruolo di Calenda nell’ impedire un’altra sconfitta, e il gioco era fatto. Si sarebbe dimostrato un apprendista leader capace di imparare dall’esperienza. E invece no.

Contro l’evidenza dei fatti ha nascosto/negato che il Pd abbia preso meno voti che nel 2018, baloccandosi dietro la percentuale che tutti sanno essere un dato relativo, rifiutandosi di riconoscere che il “nuovo” Pd sta ancora vivendo dei voti del “vecchio” Pd, come emerge anche dal fatto che il 40% degli eletti proviene dall’area riformista, con performance sulle preferenze straordinarie, e che la maggioranza dei sindaci delle grandi città che hanno vinto al primo turno – Nardella, De Caro, Gori – erano figli del vituperato “renzismo”.

Il riformismo liberale è dunque ben vivo nel Pd ed è una delle sue componenti più attrattive e vitali: riconoscerlo sarebbe stato prova di maturità politica, che purtroppo è mancata. Con quel 22% siamo ancora ai blocchi di partenza dopo un anno di congresso e la pagina non solo non è stata voltata ma non si sa più cosa scriverci copra. Gli unici dati certi sono due.

 

a. Il “campo largo” della sinistra non esiste

Il “campo largo” che sottendeva la presunta coalizione di sinistra con cui si è pomposamente andati al voto europeo non esiste: dalla sinistra non sono neanche arrivati i voti per fare eleggere i loro sparuti rappresentanti nelle liste. Il ritorno degli “scappati di casa” proposto come arma per fare ritornare nel Pd le “praterie” di elettori di sinistra che lo avevano abbandonato per via di Renzi non si è realizzato, semplicemente perché non c’era. Questi vecchi capi comunisti e il loro seguito di giovani dirigenti cresciuti nelle filiere correntizie si sono rivelati per quello che sono: soggetti privi di seguito, privi di appeal elettorale, privi di proposte. Le elezioni hanno confermato che a sinistra del Pd non c’è più niente, nonostante la gran cassa di Repubblica e delle televisioni.

 

b. Pochi voti dal M5s

La convinzione che spostandosi a sinistra il Pd avrebbe intercettato elettori di ritorno dal M5S si confermata sbagliata: nonostante uno smottamento colossale dal quel bacino sono arrivati pochi voti, per la semplice ragione che la maggior parte dell’elettorato pentastellato non è di sinistra, né progressista, ma morfologicamente molto simile a quello leghista con cui rapidamente si è riunificato. Né ha trovato alcuna conferma la narrazione cara al dalemismo crepuscolare che in quel movimento fossero finiti tanti elettori sfiduciati dal governo Renzi. C’era finito uno sparito manipolo di intellettuali e di uomini/donne di spettacolo che sono rinsaviti… votando La Sinistra: dalla padella alla brace. Incaute affermazioni sulla bontà del reddito di cittadinanza o sulla natura “centrista” del M5S sono servite a poco perché con il tatticismo non si modificano i fenomeni strutturali. La strategia di medio periodo dell’attuale gruppo dirigente del Pd con cui tentare di contrastare l’egemonia della destra radicale salviniana è stata dunque fortemente scossa dalle elezioni, bruciando i due caposaldi su cui era stata pazientemente costruita.

 

3. Un altro Pd?

Ma il Pd non è solo quello che si è presentato alle europee; vi è anche il Pd delle amministrative: se il primo pareggia a fatica, il secondo vince al di là di ogni più rosea previsione. Il Pd dei sindaci assume il carattere della vera spina dorsale dell’opposizione democratica al sovranismo xenofobo di Salvini. Molti elettori sono stati salviniani quando hanno messo nell’urna la scheda per le europee e si sono trasformati in democratici quando hanno dovuto scegliere il sindaco della loro città. Qui emerge la necessità di approfondire due questioni.

 

a. La dicotomia città-campagna

La prima riguarda il nesso “città-campagna”, come si diceva una volta. Il Pd vince nelle città e nelle grandi aree metropolitane; perde invece nelle zone che potremmo definire rurali sia al nord che al sud, anche se ci sono delle affermazioni di sindaci democratici anche in piccoli comuni periferici. E’ in questa grande periferia del paese, demograficamente più vecchia e culturalmente meno attrezzata, dove più alligna il degrado civile e più forti si sono fatti sentire i morsi della crisi, che ha avuto più facile presa la narrazione cupa di una Italia islamizzata e vittima indifesa di un’onda migratoria incontrollata, che doveva difendere con le unghie e con i denti il proprio decrescente benessere conquistato nel passato e rifiutarsi di “condividere” con lo straniero, l’estraneo, il proprio welfare. Qui la difesa del Pd e delle forze progressiste è stata più difficile e soprattutto nel Sud ha scontato spesso la scarsa qualità della sua classe politica.

Nelle grandi aree urbane, invece, la situazione si è ribaltata perché è emersa la qualità di una leva di sindaci che ha ottenuto risultati notevoli, basati su un’indiscutibile esperienza di buon governo. Nello spazio metropolitano la narrazione degli “imprenditori della paura” non ha sfondato, per l’articolazione delle istituzioni cittadine, per la qualità dei servizi comunque offerti, per la vivacità dell’offerta culturale, per una presenza ancora visibile dei partiti e dell’associazionismo politico: forse i progressisti non stavano solo ai Parioli, ma si annidavano nella maggioranza dei quartieri cittadini.

 

b. Il Pd di Renzi è vivo e ancora attrattivo

La seconda riguarda il tratto che unifica le biografie politiche di questa classe dirigente di sindaci e amministratori: sono cresciuti nel Pd di Renzi e molti di loro potrebbero essere definiti “leopoldiani”; senza questa versione municipale del “pd di Renzi” nessuna delle grandi città sarebbe rimasta al Pd e il Pd non sarebbe stato il primo partito anche in alcune regioni come in Toscana. Due Pd dunque? No certamente ma indubbiamente queste elezioni hanno fatto emergere la forza e la presenza del riformismo liberalprogressista rappresentata da Renzi, come da Calenda, nell’elettorato e nella classe dirigente del Pd, ben superiori ai risultati delle mozioni congressuali. Quest’area dunque ha una capacità attrattiva notevole inversamente proporzionale all’opacità declinante della “sinistra” dentro e fuori il Pd.

Il collasso di La Sinistra che scompare, mi auguro definitamente, dallo scenario politico e la pochezza degli interventi dei “fiancheggiatori”, da Prodi a Bersani a Grasso, a Speranza, a Civati (autore del capolavoro di dimettersi dalla lista che aveva creato), che non hanno avuto nessuna incidenza elettorale, segnalano il “de profundis” per questo campo di forze che esiste solo nei talk show, come arma di complemento per colpire il riformismo, ma visibilmente non ha più niente da dire al paese.

 

4. Viva i popcorn

La disfatta del M5S è stata superiore a ogni previsione: sei milioni di voti spariti in un anno sono un risultato sorprendente. Le ragioni di questa disfatta risiedono nella inconsistenza del progetto politico del grillismo messo alla prova del governo: se all’opposizione, e grazie al sostegno della grande stampa compiacente, era possibile dire tutto e il contrario di tutto senza pagare dazio, facendo credere di essere di sinistra e di destra allo stesso tempo, al governo le cose sono cambiate drasticamente ed è emerso uno spettacolo desolante di incompetenza, arroganza, stupidità, condotto da un ceto politico ridicolo e sconclusionato. E’ emerso il grande bluff del grillismo: “uno vale uno” si è tradotto in “nessuno effettivamente vale qualche cosa”, ma è comunque capace di occupare il potere, di diventare rapidissimamente “casta”.

Un fallimento così forte ha trascinato con sé ogni ipotesi di alleanza con il Pd, su cui per mesi si erano trastullati Bersani e i suoi sodali dentro il Pd. Di Maio e i suoi diventeranno un cagnolino ammaestrato nelle mani di Salvini perché se rompessero l’alleanza di governo perderebbero la loro attuale forza parlamentare e molti deputati ritornerebbero nel nulla da dove sono venuti; l’alternativa è ritornare nella giungla dell’antipolitica al seguito di Di Battista, il “Maduro de noantri”. Terzium non datur.

Ma questo triste epilogo mette in evidenza la lungimiranza politica di quanti dentro e fuori il Pd si sono battuti per impedire l’alleanza con questo movimento, accusati di ritirarsi nell’Aventino con i popcorn in mano: farlo governare davvero, assumendo il ruolo di una opposizione intransigente, ha contribuito notevolmente a farlo esplodere e accelerare la sua crisi irreversibile. Se oggi il Pd è in campo in Italia e in Europa è perché, nonostante un esercito di soloni tutti i giorni “bombardasse il quartier generale” per favorire quell’abbraccio mortale, lo si deve a una minoranza agguerrita che ha resistito e impedito un errore catastrofico. Questo tema è uscito dall’agenda politica, anche se in politica i ritorni sono sempre possibili, alimentati da un ministerialismo famelico e da una incapacità a visioni e pensieri lunghi di gran parte del gruppo dirigente piddino.

 

5. Fascismo e antifascismo

Che il “truce”, come Ferrara chiama Salvini, sia un personaggio inquietante, dall’incerto profilo democratico e sostanzialmente illiberale, e che dentro la nuova destra radicale di massa che ha costruito, miscelando il vecchio tronco etnopopulista della lega con il frame del sovranismo diffuso in tutto l’Occidente, sguazzino i rimasugli gruppuscolari del neo fascismo, ringalluzziti da una copertura politica che Salvini garantisce loro, rappresentano dati di fatto fuori discussione. Ovviamente tutto ciò è molto preoccupante per il futuro dell’Italia. Altrettanto ovvio è che questa nuova situazione richieda una attenta vigilanza democratica.

Però, negli ultimi sei mesi si è verificato nello spazio pubblico italiano un evento abnorme, unico nel suo genere in Europa: la sovrapposizione alla tradizionale dialettica destra/sinistra, di quella tra fascismo e antifascismo. E’ dall’affermazione del governo gialloverde che il fascismo è tornato prepotentemente all’ordine del giorno del dibattito pubblico, come categoria di interpretazione della realtà politica. L’Espresso del 28 settembre 2018 riportava in copertina un’altra copertina, quella della rivista La difesa della razza fondata da Telesio Interlandi nel ’38 che fu il laboratorio dell’antisemitismo fascista più radicale, facendo un esplicito paragone tra le leggi razziali varate dal regime e il decreto sicurezza voluto da Salvini.

Questa comparazione priva di alcun fondamento storico, costituiva la sintesi ideologica e politica dell’antifascismo militante ritornato sulla scena per combattere il “fascismo-che-non-si-ripresenta-mai-nella-stessa-forma-ma–che-torna-sempre”, perché in realtà in Italia non è mai stato sconfitto. Da allora questo ritorno ha occupato la scena fino all’acme del 25 aprile rilanciato da una moltitudine di voci: storici, maitres à penser, scrittori, giornalisti, intellettuali “dei giornali e dei talk show”, associazioni di reduci che hanno ormai introdotto nel discorso pubblico l’“attualità” del fascismo.

I risultati elettorali hanno detto che questa riscoperta del fascismo e l’allarme ossessivo per “l’onda nera” non solo non hanno arginato la vittoria di Salvini, ma hanno confermato che l’opinione pubblica non ha creduto a questa narrazione politica che ha fatto di Salvini il volto nuovo del fascismo che ritorna.

Riprodurre lo stesso nefasto errore di valutazione fatto con il craxismo prima e il berlusconismo poi, avversati come costanti riedizioni del “fascismo eterno” e della eterna riproposizione dell’attitudine al fascismo dell’antropologia degli italiani, si è rivelata anche questa volta una mossa sbagliata, che testimonia come gli antifascisti militanti si rifiutino di imparare dalla storia. Infatti col tempo abbiamo scoperto che era una tragica distorsione ideologica di una sinistra condannata a un conservatorismo senza rimedio raffigurare Craxi con l’orbace: Craxi era un sincero antifascista anche se era un dichiarato anticomunista; Berlusconi era un liberale conservatore avverso all’antifascismo perché lo riteneva il cavallo di Troia del comunismo italiano, ma nulla aveva a che spartire con il fascismo: anzi favorì la sua definitiva democratizzazione facendo confluire le ultime vestigia del Msi in una destra liberalpopulista che costituì la sua vera creazione politica. Questi due errori hanno avuto un impatto gravissimo sulla storia d’Italia e ancor più sulla evoluzione della sinistra dopo la fine della “Repubblica dei partiti” che ancora stiamo pagando.

Ma la fascistizzazione dell’avversario comporta un secondo errore politico per molti aspetti ancora più grave. Significa infatti radicalizzare lo scontro politico fino a riscoprire la dialettica amico/nemico, invocando nientepopodimeno che la “Resistenza”: ma il ritorno della resistenza evoca una frattura insanabile della legittimità politica che non può essere risolta con gli strumenti della democrazia ma chiama in causa “lo stato di emergenza”. Ora questa situazione inesistente l’hanno cavalcata solo l’Anpi, l’estrema sinistra e un gruppo di intellettuali vicini a Repubblica a partire da Luciano Canfora e Michela Murgia.

La sconfitta del centro sinistra a Torino dove era esplosa la questione dell’editore neofascista alla Fiera del Libro di Torino testimonia che la contrapposizione fascismo e antifascismo, poiché è priva di fondamento, non è un’ arma efficace per fermare l’affermazione del sovranismo populista di Salvini. Nessuno degli elettori che si sono fatti convincere che “prima gli italiani” è la proposta politica migliore, cambia idea perché intravede il ritorno di Mussolini sulla scena politica: coglie solo la strumentalità politica di quell’accusa e si rafforza nella sua convinzione.

Purtroppo nella trappola “ciellennistica” c’è cascato Di Maio, che ha cercato di utilizzare il richiamo antifascista per uscire dall’angolo in cui Salvini lo aveva messo fino a poche settimane fa. Cantando bella ciao e invocando i partigiani, per fare contenta l’Anpi, Di Maio ha cercato di collocarsi a pieno titolo nel campo dell’antifascismo, riuscendo in un colpo solo a rispolverare una inesistente anima di sinistra, per lucrare consensi in caduta libera. Anche Di Maio però ha sperimentato in corpore vili che quella contrapposizione era infondata e fortemente ideologica e soprattutto del tutto irrilevante nel profilo identitario del suo elettorato che come quello di Salvini appartiene al campo del populismo antipolitico, per sua natura estraneo alla democrazia liberalprogressista che dell’antifascismo rappresenta l’esito storicamente più duraturo.

Professore di Storia Contemporanea all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Presidente della Fondazione I Dem Lab. Componente del Comitato scientifico di Libertà Eguale.

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1 Commenti

  1. Marco giovedì 30 maggio 2019

    Analisi pienamente condivisibile e particolarmente lucida nella parte relativa al ricorrente ricorso alla teoria del fascismo eternamente protagonista della storia politica italiana che marchia di fascismo tutto ciò che a vario titolo si ritiene di dover esorcizzare e che finisce con il coprire la pochezza dell’analisi politica e soprattutto della capacità progettuale della sinistra.

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