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Il socialismo, trappola di Cuba

Giovanni Cominelli lunedì 4 marzo 2019
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di Giovanni Cominelli

 

Verso la “nuova” Costituzione

(L’articolo risale al 18 febbraio scorso, ndr)

 

Il 24 febbraio scorso i Cubani sono chiamati a referendum sulla nuova Costituzione. Una martellante campagna televisiva e grandi tabelloni invitano a votare SI. “Yo voto SI!’” campeggia sotto la serie delle facce patrie, che allinea Josè Martì, Fidele Castro, Raoul Castro e, appena arrivato, Miguel Diaz-Canel Bermudez, il cinquattottenne nuovo capo del governo – ma non del partito e dell’esercito, ancora guidati da Raoul Castro.

 

“Yo voto sì”. “Yo voto no” non è previsto

Gli elettori, 8 milioni su circa 11 milioni di abitanti, sono caldamente invitati a difendere le conquiste della rivoluzione, di cui quest’anno si festeggia il sessantesimo. “ Yo voto SI’” campeggia negli edifici pubblici e nei locali pubblici. O per meglio dire “statali”. Perché è pressoché tutto statalizzato. E “Yo voto NO!”? Una tale posizione non è prevista. Non c’è posto per il NO.

Si può solo dedurre che esista un’opposizione, perché il giornale ufficiale Granma nell’edizione del 1° febbraio si scaglia contro “gli eterni malcontenti”, che si esprimono attraverso l’uso dei social, che Diaz-Canel Bermudez ha bollato come “perverso”. D’altronde la formulazione del dettato costituzionale non prevede la scelta di un altro regime. L’art. 4 del Titolo I – Fundamentos Politicos – al Capitolo intitolato “Principios Fundamentales” afferma che “El sistema socialista…es irrevocable”. In che cosa consista il socialismo, viene spiegato all’art. 5: “El Partido comunista de Cuba, unico, martiano (ndr. che si ispira a Josè Marti, l’iniziatore della guerra di liberazione contro la Spagna), fidelista, marxista y leninista, es la fuerza politica dirigente superior de la sociedad y del Estado”. Gli articoli 18-19 stabiliscono la proprietà statale dei mezzi di produzione fondamentali e la direzione pianificata dell’economia. Lo Stato dirige, regola, controlla l’intera attività economica.

L’art. 22 descrive le varie forme di proprietà: socialista, cooperativa, privata, mista, senza fini di lucro, personale, rinviando alla legge la regolazione effettiva delle varie forme di proprietà. Attualmente, si possono svolgere piccole attività economiche private, a condizione che si paghi il 70% di tasse allo stato e che, per es., non si possa essere intestatari di più di un bar o ristorante. Nel caso della coltivazione del tabacco, il 90% deve essere venduto allo Stato, al prezzo da esso fissato.

Quanto ai diritti umani e civili fondamentali, il testo costituzionale ricopia pari pari la Dichiarazione universali dei diritti dell’uomo del 1948, salvo precisare all’art. 55, che riconosce la libertà di stampa, che “Los medios fundamentales de comunicacion social… son de propriedad socialista… y no pueden ser objeto de otro tipo de propiedad”.

Novità rispetto alla Costituzione precedente si intravedono all’art. 82, nel Capitolo III dedicato, significativamente, a “Las Familias”. Vi si afferma che il matrimonio “es una de las formas de organizacion de las familias”. Come a dire: non l’unica. In questa formulazione fa capolino il dibattito acceso nei mesi precedenti, quando la figlia di Raoul Castro, Mariela, aveva suggerito di introdurre il “matrimonio egualitario”, cioè tra persone dello stesso sesso. La Costituzione del 1976 prevedeva solo quello “tra un uomo e una donna”.

 

Cuba com’è

Qual è la condizione della Cuba reale? Ciò che si può constatare è che dal 1959 nessuno più muore di fame. Sono garantiti i servizi essenziali relativi a sanità e a istruzione. Cuba esporta medici in tutta l’America latina. Ma la condizione generale è quella di una povertà generale, ancorchè non equamente distribuita.

 

Secondo le statistiche ufficiali lo stipendio medio è di 535 pesos nazionali cubani, equivalenti a 21,4 CUC (il Peso cubano convertibile equivalente al cambio ufficiale/ufficioso ad 1 Euro). Ma la media è “falsa” per due ragioni. La prima, perché gli stipendi degli apparati dell’Esercito e dell’alta burocrazia sono quasi il doppio; la seconda, perché se alcuni beni essenziali, in quantità minime, quali latte, riso, pane, carne sono acquistabili in Pesos, altri beni – quali sapone, acqua potabile (a Cuba l’acqua deve essere tutta potabilizzata!), birra, elettrodomestici… – sono acquistabili solo in CUC. Insomma: esiste una moneta per i poveri e una per i “ricchi”.

Si vedono lunghe file dentro/fuori squallidi negozi statali, cui si accede solo con tessera e pesos nazionali. Scene da economia di guerra! I professionisti quali avvocati, insegnanti, medici sono pagati meno di un addetto ai musei. Anche se il governo ha recentemente alzato lo stipendio dei medici, per evitare che, una volta partiti per l’estero, si rifiutassero di tornare. La concentrazione dei prodotti in grandi magazzini statali rende macchinosa e imprevedibile la fase successiva della redistribuzione degli stessi.

I trasporti pubblici sono al minimo, usano vecchi camion e tradotte, che arrivano quando arrivano. Quanto ai mezzi privati, le versione sovietiche o polacche dei vecchissimi modelli Fiat della 124 o della 126 sono ancora in uso. Oppure i modelli pittoreschi delle auto americane degli anni ’50, prevalentemente usate quali taxi per i turisti.

Essendo tutto statale, molto personale è addetto a minuziose e labirintiche registrazioni, fatto con lapis e biro in mano, niente computer. In questa economia di lotta quotidiana per la sopravvivenza, la motivazione dei lavoratori gira al minimo, mentre la corruzione molecolare – contro la quale ha fatto appello più volte il nuovo capo del governo – si rende necessaria per bypassare la catena burocratica, per facilitare l’accesso ai beni essenziali.

E, allora, quali sono le risorse? A parte l’esportazione di tabacco, caffè – di non grande qualità – frutta tropicale, di medici e di informatici, i soldi arrivano dalle rimesse di oltre due milioni di cubani emigrati e dal turismo. E anche dal singolo turista: la mancia di un CUC si rende ossessivamente necessaria anche per ogni piccolo servizio, toilette comprese.

Se l’idea rivoluzionaria iniziale del Che era quella di costruire “l’uomo nuovo”, qui si vede l’uomo frustrato e demotivato, “l’uomo che sopravvive” o “l’uomo che si arrangia”. Come è stato spiegato spiritosamente da un produttore “privato” di tabacco, “il 90% lo vendiamo allo stato, il 25% resta a noi”. Com’è possibile? La risposta: “matematica cubana!”.

 

Il blocco americano insensato

La preoccupazione rivoluzionaria di impedire l’insorgere di diseguaglianze e, più radicalmente, di “correggere” la tendenza della natura umana alla proprietà, allo star meglio, al guadagno ha generato una società stagnante e demotivata: al posto della ricchezza volgare e diseguale del violento regime di Fulgencio Batista è arrivata la universale povertà diseguale.

Di questa condizione, i dirigenti cubani hanno storicamente e sempre dato la colpa al blocco economico e americano. Che Obama stava allentando e che Trump ha bloccato. Ma dove Cuba troverebbe i soldi per acquistare merci e macchinari americani, senza aprire decisamente all’iniziativa economica privata?

In realtà il blocco funziona da alibi di sostegno ad una classe dirigente e per un Paese incastrato nella trappola del socialismo. Come a dire: se salta il blocco, salta il sistema. Blocco americano e sistema socialista paradossalmente si tengono. Al momento, tuttavia, non si vede emergere un’alternativa politica interna, nonostante “gli eterni malcontenti”, rappresentati dai pochi professionisti, dai giornalisti free-lance, dai giovani che alla classica musica caraibica – tipo Guantanamera – incominciano a preferire “il reggeton”, una sorta di trap caraibico, violento e volgare come è quello americano.

Non solo perché il controllo e la repressione statale restano fortissimi, ma anche per ragioni socio-culturali più profonde. Se, per un verso, il regime ha mantenuto il popolo ad un livello appena sopra quello della fame, per l’altro questi poveri e poverissimi, che abitano in migliaia e migliaia di case-baracca temono di perdere sanità, istruzione, livelli minimi di sopravvivenza. Perciò voteranno convintamente SI’ al regime.

L’anticomunismo ottusamente ideologico degli Usa non riesce a vedere che la “minaccia” (!?) del socialismo cubano non si smonta partire dalla questione della democrazia liberale e dei diritti – che non sono mai stati fiorenti nel milieu caraibico – bensì più efficacemente togliendo il blocco. Solo il benessere, le professioni, la libertà di viaggiare sono in grado di mettere pacificamente in crisi il residuale modello sovietico cubano. Trump aiuta il comunismo cubano a durare più di quanto lui creda.

 

POST SCRIPTUM

Ed ecco i risultati del referendum del 24 febbraio

ELETTORI  8.669.097

VOTANTI   7.848.343  (84,84%)

SI’      6.816.169  (86,5%)

NO 706.400

NULLE 127.100

BIANCHE 198.674

ASTENUTI  816.371

TOTALE NO (dichiarati e non): 1.848.543

Il SI sul totale degli aventi diritto è 78,6%.

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.

Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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