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di Enrico Morando

 

Vorrei cercare di argomentare perché non si può e perché non si deve approvare una Legge di bilancio che innalzi stabilmente l’indebitamento netto al 2,4% del Prodotto, che peggiori il saldo strutturale dell’1% del Pil, che (di conseguenza) aumenti il livello del debito pubblico in rapporto al Pil.

 

1 – Perché non si può approvare la Legge di Bilancio del Governo Salvini – Di Maio

Recita l’articolo 81 della Costituzione repubblicana: “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”.

Chiariamo innanzitutto cosa vuol dire “equilibrio tra le entrate e le spese tenendo conto…”: questa frase traduce in linguaggio costituzionale la nozione tecnica di pareggio strutturale.

 

Pareggio di bilancio e pareggio strutturale

In sostanza, ciò che si richiede non è il pareggio di bilancio, inteso come equivalenza del totale delle entrate e del totale delle spese. Ma un pareggio “intelligente”: l’economia (il ciclo) sta andando male? Tu Stato potrai fare deficit, per fare fronte alla stagnazione/recessione. E potrai farlo garantendo “l’equilibrio”, perché quando l’economia va bene, dovrai fare avanzo (mettere fieno in cascina per disporne quando verrà tempo brutto).

Se il comma 1 dell’articolo 81 vuol dire questo, si capisce bene perché il comma successivo disponga che “l’indebitamento è consentito solo al fine di…”. È una semplice chiarificazione di ciò che il comma 1 ha già disposto: il disavanzo è ammesso per fare fronte all’andamento negativo dell’economia.

In sostanza, Keynes (oltre al buon senso) è vivo e lotta insieme a noi: quando le cose vanno male, lo Stato può e deve indebitarsi per fare in modo che possano rapidamente andare meglio (politica fiscale anticiclica).

 

La manovra annunciata dal balcone aumenta l’indebitamento

Possiamo ora venire alla manovra annunciata dal balcone di Palazzo Chigi: 2,4% di indebitamento nel 2019, poi nel 2020 e, infine, anche nel 2021.

Nel Documento di economia e finanza a legislazione vigente presentato dal governo Gentiloni era previsto che l’indebitamento netto nel 2019 raggiungesse, in discesa, lo 0,8% del Pil. Ma – ciò che più conta – che l’indebitamento strutturale – cioè, l’indebitamento al netto degli effetti del ciclo economico e delle una tantum – raggiungesse, sempre nel 2019 e sempre in discesa, lo 0,4% del Pil, per poi annullarsi nel 2020.

Obiettivi – questi ultimi – ottenibili dal Paese col “pilota automatico” (questo vuol dire “a legislazione vigente”) e fissati in una Risoluzione parlamentare approvata a maggioranza assoluta degli aventi diritto nell’autunno del 2017.

La decisione del governo Salvini-Di Maio (Conte non conta e Tria si adegua) sconvolge questo quadro, e ricorre ad un aumento dell’indebitamento in ciascuno dei tre anni di previsione. Con un peggioramento del disavanzo strutturale (che doveva andare a 0,4 per poi annullarsi) di almeno un punto di Pil (dopo la presentazione della Legge di bilancio si potrà essere più precisi).

 

Una scelta vietata dalla Costituzione

Per quanto i commenti lo abbiano fino ad oggi sostanzialmente nascosto, questa scelta è vietata dalla nostra Costituzione. La quale non vieta l’indebitamento – nella fattispecie, l’aumento dell’indebitamento -, ma lo consente al solo fine di far fronte agli effetti del ciclo.

A quale andamento del ciclo fa riferimento il testo costituzionale, quando consente il ricorso al deficit di bilancio? Ovvio: al ciclo negativo (stagnazione o addirittura recessione); giacché risulterebbe del tutto irragionevole richiedere l’equilibrio tra spese e entrate e poi consentire l’indebitamento quando non ce ne fosse alcun bisogno.

Guardiamo allora l’andamento del Pil degli ultimi anni, in Italia.

Lo ha documentato l’Istat, proprio in questi giorni, rivedendo al rialzo i dati, in via definitiva:

+0,9% nel 2015;

+1,1% nel 2016;

+1,6% nel 2017.

Al Pil pro capite, i dati (purtroppo) migliorano anche di più, per via dell’andamento demografico negativo: +1,3 nel 2016; +1,7 nel 2017.

Se ne deduce, aldilà di ogni fantasiosa interpretazione dell’articolo 81 della Costituzione, che chi vuole aumentare il deficit nei prossimi tre anni non può invocare la stagnazione e la recessione economica. Lo fece – è vero, e a buon diritto -, il governo Renzi nei suoi primi anni: doveva purtroppo fare i conti con la Grande Recessione, la più lunga e la più profonda dagli anni 30 del novecento (tra il 2007 e il 2014, il Pil pro capite è caduto di 10 punti).

Resta – ai nostri governanti che vogliono fare debiti ulteriori – una sola altra ipotesi costituzionale: il verificarsi di eventi eccezionali, per definizione non prevedibili, cui il bilancio pubblico si trovi “costretto” a fare fronte.

Qui non servono molte parole, perché di eventi eccezionali di questa natura (terremoti, alluvioni in vastissima parte del territorio) non ce ne sono stati, nell’ultimo anno. È vero che c’è stato il crollo del ponte Morandi. Ma questo avrebbe potuto giustificare la richiesta di qualche scostamento dagli obiettivi, per finanziare un piano straordinario di manutenzione delle infrastrutture viarie. Non certo la scelta di un enorme deficit per finanziare altra spesa corrente.

Anche in questo caso, i governi di centro sinistra hanno invocato la clausola degli “eventi eccezionali” per realizzare scostamenti dal piano di rientro dal deficit e e dal debito previsto in precedenza. È vero: purtroppo, non erano invenzioni né i devastanti terremoti, né l’eccezionale ondata migratoria del 2016.

E lo scostamento così giustificato non metteva in discussione il costante miglioramento dell’indebitamento strutturale. Che invece la manovra Di Maio-Salvini peggiora drasticamente.

In conclusione, la scelta di incrementare il deficit così a lungo e così intensamente è costituzionalmente illegittima.

 

2 – Perché non si deve approvare la Legge di Bilancio del Governo Salvini – Di Maio

Ammettiamo per un attimo che non esista il vincolo costituzionale dell’articolo 81 della Costituzione. La scelta di aumentare il deficit sarebbe utile all’Italia e al suo “popolo”? È lecito dubitarne, per le ragioni che cercherò di riassumere.

 

Il “popolo” pagherà il conto due volte

a- Con questa spesa aggiuntiva in deficit la crescita aumenterà, e questo aumento del Pil sarà tale da ricostruire gli equilibri di finanza pubblica?

È molto improbabile che questo accada, perché il moltiplicatore delle scelte annunciate dal governo (pensioni, reddito di cittadinanza) è molto basso, prevedibilmente inferiore ad uno.

Inoltre, è purtroppo probabile che gli effetti negativi immediatamente determinati dall’annuncio (aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato, causa caduta del merito di credito del Paese), anticipino gli effetti positivi sulla dinamica della domanda aggregata che, se ci saranno, si manifesteranno in tempi più lunghi.

Col risultato che il “popolo” sarà costretto a pagare il conto due volte: la prima, con i tassi più alti sui mutui, con la riduzione del credito alle famiglie e alle imprese e le perdite sui risparmi investiti; la seconda, con le tasse in più che dovrà sborsare per fare fronte alla accresciuta spesa per interessi sui titoli di Stato.

 

Nessuna proposta per migliorare la produttività dell’Italia

b – La crescita italiana, che pure è ricomparsa nell’ormai lontano 2015, è rimasta sempre al di sotto di quella media dell’Area dell’euro. Infatti, non è riuscita neppure a farci tornare al livello di Pil pro capite del 2007, quando la Grande Recessione è cominciata.

Non è dunque irragionevole puntare ad una “scossa”, cioè a qualche iniziativa di politica economica e fiscale che consenta ai protagonisti dell’economia di accelerare il passo ed intensificare il ritmo dell’attività produttiva di beni e servizi.

Il punto è che la causa di fondo del passo più lento dell’Italia risiede nell’insoddisfacente andamento della produttività, sia del lavoro sia dei fattori. In particolare, è quest’ultima quella che arranca, e ci parla di problemi di sistema irrisolti: formazione, giustizia, funzionamento della pubblica amministrazione, infrastrutture materiali e immateriali insufficienti…

Tutte cause che non solo non vengono rimosse…, non vengono neppure riconosciute come tali dalla manovra di bilancio annunciata, che serve soltanto ad aumentare la spesa corrente in deficit. Non quella per la ricerca e gli investimenti.

In conclusione, anche su questo secondo punto: poiché è certo che aumentare il deficit annuo e il debito peggiora il merito di credito del Paese, nei prossimi anni ci ritroveremo a pagare più tasse per finanziare gli interessi sul debito accresciuto. E poiché le risorse saranno state impiegate senza risolvere nessuno dei problemi strutturali che abbiamo di fronte, dovremo nel medio tempo ricominciare tutto da capo, più stanchi e più deboli.

Speriamo che ci ripensino.

 

 

 

 

Viceministro dell’Economia e presidente di Libertàeguale. Senatore dal 1994 al 2013, è stato leader della componente Liberal dei Ds, estensore del programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto con Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici”, edito da Marsilio (2013)

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